Iniziando a leggere Uomini color cielo di Anaïs LLobet non può non venire in mente L’attentato, lo splendido romanzo di Yasmina Khadra ambientato tra Israele e Palestina e i riferimenti al brillante autore algerino non mancano per tutta la prima parte della narrazione.
Per un brevissimo tratto la bellissima scrittura di LLobet mi ha anche ricordato l’elegante confezione dell’ultimo film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, L’età giovane, che tuttavia – a differenza di questo libro – è un capolavoro di inutilità. Invece questo romanzo di cose ce ne racconta, e tante, e ci porta di fronte a un dramma che chi incontra migranti LGBT conosce molto bene: l’omofobia delle comunità di riferimento e perfino l’omofobia interiorizzata delle persone che riconoscono la propria diversità ma la vivono con il disagio di essere sbagliate.

La storia è ambientata a L’Aia, la città dove hanno sede il parlamento e il governo dei Paesi Bassi e fin dall’inizio ha toni drammatici che scuotono il torpore neerlandese in cui il terrore si è andato a insinuare. Un attentato nella mensa di in un liceo uccide una ventina di studenti e due insegnanti e con una velocità sorprendente vengono individuati la pista giusta e l’autore materiale del gesto. Le somiglianze con il romanzo di Khadra che citavo all’inizio sono tante, malgrado il contesto differente e il diverso rapporto che lega i protagonisti della vicenda, tuttavia mentre L’attentato ci porta a interrogarci sull’oppressione israeliana in Palestina, Uomini color cielo vira su un discorso proibito per la matrice cecena, da subito additata come responsabile dell’esplosione al liceo. Il fratello dell’autore materiale della vicenda è infatti un ragazzo con una doppia identità: da una parte perfettamente integrato in una società che lo ha accolto ma che – come accade per l’altra protagonista (l’insegnante cecena che si finge russa per riuscire a ottenere una completa accettazione), continua a considerarlo un corpo estraneo; dall’altra fratello del colpevole materiale e cugino dell’ideatore del crimine che non riesce a rescindere i legami con l’odio che da loro proviene.
Conquistato da una scrittura poetica e coinvolgente, malgrado gli eventi, e da una trama via via più complicata di quella attesa all’inizio, il lettore finirà per identificarsi con i due protagonisti, Adam (Omar) e Alice (Alissa), vivendo nei loro corpi e nelle loro anime tutte le contraddizioni di cui sono portatori e quelle di cui sono vittime. Il finale, totalmente imprevedibile, sarà solo l’ultimo abbattersi di emozioni in una vicenda in cui le lacrime sono sempre in agguato.
Raccontare di più della trama sarebbe fare violenza a un libro (giustamente pluripremiato al suo esordio francese) che va scoperto pagina dopo pagina e che, con grande competenza e un talento fuori dal comune, spero possa essere utile a molti, per capire come si sentono le persone che arrivano in Europa da contesti omofobi e per provare a superare i muri che costruiamo verso di loro: le une e le altre cause sono fonte di sofferenza e foriere di guai per le vittime e per le società che si credono accoglienti ma in realtà non lo sono.
Michele Benini
[Anaïs LLobet, Uomini color cielo, Playground 2020, pp.220, € 16,00]


