ESSERE CRISTIANA FUORI DAGLI SCHEMI
Chi è Emma Amarilli?
Emma Amarilli è per prima cosa una gattara, è una violinista, una musicologa specializzata in musica antica e un’insegnante di violino.
Quando hai scoperto di essere bisessuale?
Non è stato un percorso lineare, la bisessualità è ancora un’identità fuori dagli schemi e condita da stereotipi. Crescendo, la società eteronormata mi spingeva a non mettere in discussione le emozioni che provavo, riducendo a gelosia o – peggio ancora – ad invidia quella che con il senno di poi avrei definito attrazione. La prima volta che ho baciato una ragazza è stato per curiosità a 14 anni: a differenza delle mie amiche che si dissero schifate dell’esperienza, io risposi
“se chiudi gli occhi, maschio o femmina che differenza fa?”,
ma feci morire lì la cosa. Del resto, mi piacevano i ragazzi, andava tutto secondo la norma.
Devo dire però che la società etero e benpensante non è l’unico fattore che ha ostacolato il mio percorso di accettazione. Tanta responsabilità la ha avuta anche la comunità queer che frequentavo allora, negli anni tra il 2006 e il 2014, per la quale la bisessualità era solo un fase per chi non riusciva ad ammettere di essere gay o lesbica o, nel migliore dei casi, un’identità da dividere con rigore da geometra in 50% attrazione per le donne e 50% attrazione per gli uomini. Circondata da un’eterosessualità che era la norma e un’idea di omosessualità che cancellava la possibilità di essere bi, non ho mai messo in discussione il mio orientamento.
Fu un video di un’attivista femminista, visto intorno al 2014, ad accendere in me alcune domande. In questo video, che oggi mi sembrerebbe molto problematico, l’attivista parlava del termine etero flessibile, ovvero di persone etero che occasionalmente provavano attrazione per qualche persona del proprio genere. Sono grata di aver visto questo video, ma questa etichetta è incoerente e non va usata perché incrementa la bifobia! Una persona che sperimenta questo tipo di attrazione è pienamente bisessuale! L’orientamento Bi+ è un ombrello e al suo interno ogni persona è libera di sperimentare tutte “le percentuali” di attrazione che desidera (10-90, 60-40, 50-50) o di non sperimentare affatto. Inoltre, diciamolo e ripetiamolo, perché questo concetto si legge già nel manifesto bisessuale del 1990: non bisogna assumere che la bisessualità sia un orientamento binario o che i generi siano solo due. La definizione di questo orientamento è infatti attrazione per due o più generi e dunque non esclude l’attrazione per le persone non-binary. Il fantomatico “terzo genere” non riguarda le persone trans binarie che sono a tutti gli effetti uomini o donne a prescindere dal percorso medico che scelgono o meno di seguire.
Tornando alla mia storia, intorno ai 25 anni, ho scoperto che non era la bisessualità ad essere una fase, bensì la mia eterosessualità! Ho impiegato qualche anno ad accettare questa etichetta, l’ho negata anche mentre spendevo 45 minuti a scegliere l’outfit perfetto per andare a cena da un’amica e perfino quando frequentavo ragazze ma non mi volevo impegnare perché “un futuro lo immagino con un uomo”. No, un futuro con un uomo lo immaginava per me la società, io un futuro lo immagino con una donna e sì, forse provo ancora più attrazione per gli uomini che per le donne, ma l’identità di una persona è composta da orientamento sessuale e romantico, è un ombrello si può aprire, chiudere e far roteare, e io sono una persona bisessuale a prescindere dalla persona con cui esco.
La tua fede ti ha aiutata?
Assolutamente sì! Come spesso dico
“non sono valdese perché sono bisessuale, ma sono riuscita a dirmi bisessuale perché sono valdese”.
Con questo non voglio in nessun modo giudicare le persone che cercano un loro spazio come credenti a causa dell’esclusione che vivono. Voglio invece ricordare che le chiese che riconoscono le persone LGBTQIA+ non sono chiese cristiane e anche accoglienti: sono chiese accoglienti in quanto cristiane.
Se si rispetta la Fede e il comandamento dell’amore, se si studiano le Scritture alla luce della Grazia di Dio, si scopre che non esistono motivi per escludere una persona che crede in Cristo. Il mio ingresso in chiesa valdese precede il mio coming out, così come la Grazia precede la nostra confessione di peccato producendo in noi una Conversione1. Senza il mio percorso di fede io non sarei la persona che sono oggi, anche per quanto riguarda l’accettazione del mio orientamento sessuale e romantico.
A quale chiesa appartieni? Cosa significa per te?
Faccio parte della chiesa evangelica valdese e frequento la chiesa di Roma piazza Cavour. Essere valdese significa innanzi tutto essere cristiana, credere nel Dio dell’Amore che è Padre e Madre di tutt3, nel Figlio che è morto e risorto per la nostra Salvezza immeritata e nello Spirito Santo che agisce in questo e in ogni tempo; credere in questo significa rispondere alla Grazia del Signore operando come fratelli e sorelle per la costruzione del Regno di Dio.
Per me, però, ha anche un significato personale di rinascita; infatti, non sono nata in una famiglia valdese, né tantomeno credente. Sono però cresciuta frequentando la chiesa cattolica fino ai 17 anni, completando tutto il percorso di formazione fino e oltre la cresima. Anche se all’epoca mi definivo etero, la chiusura nei confronti delle persone LGBTQIA+ mi ha fatto allontanare dalla religione. È stata la musica ad avvicinarmi nuovamente a Dio e alle chiese riformate. Studiando la riforma protestante dal punto di vista musicale e liturgico e confrontandomi con il mio maestro di viola barocca, che appartiene alla comunità valdese, ho scoperto una teologia diversa, che mi ha riacceso quel sentimento di spiritualità solo sopito.
Potevo finalmente riabbracciare una chiesa che mettesse al centro la Parola e Dio senza intermediari che avessero o meno il potere di assolverci dalle nostre colpe. Nella chiesa valdese e nelle chiese riformate in generale il rapporto tra le opere e la fede è rovesciato rispetto alla dottrina cattolica: poiché ho fede nella Salvezza e nel progetto di Dio, rispondo a questo invito compiendo opere che rendano lode e che diffondano il bene, nonostante tutti i limiti di un essere umano.
So che esibirti nel burlesque è una tua passione. Non ti sembra in contrasto con la fede e con la morale?
Non credo affatto che sia in contrasto con la mia fede: non infrange nessuno dei 10 comandamenti e soprattutto nessuna “condizione” femminile fuori dagli schemi è mai stata condannata da Cristo, anzi. Avete mai letto attentamente la genealogia di Gesù nel vangelo di Matteo al primo capitolo? Spiccano ben 5 nomi di donne: Tamar, Raab, Rut, “quella che era moglie di Uria” ovvero Betzabea, e infine Maria. Nessuna di queste donne corrisponde allo stereotipo servile e obbediente della mogliettina. Tamar deve ingannare il suocero e i cognati per ottenere quello che per la legge del tempo era un suo diritto, Raab era una prostituta, Rut una straniera. Betzabea per “la colpa” di essere nuda mentre fa il bagno diviene oggetto del desiderio di Davide, che per salvare il proprio nome la rende vedova e la sposa. E infine Maria: cosa c’è di più fuori dagli schemi di una vergine promessa sposa che nonostante gli innumerevoli rischi che avrebbe potuto correre nella società del suo tempo accetta di portare in grembo il figlio di Dio, venuto per rovesciare i troni dei potenti ed elevare gli ultimi?
Certo, c’è chi potrebbe obiettare che con il burlesque, spogliandomi, “induco in tentazione qualcunə”. Ma, anche se fosse, dobbiamo ancora colpevolizzare chi si esibisce invece delle persone che non sanno capire la differenza tra nudità e consenso? Sempre in Samuele 2, 11:27, leggiamo che “ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore.” Capita più spesso di ricevere attenzioni non gradite nella vita di tutti i giorni, a prescindere da come si sia vestite, che nei locali di burlesque. Il motivo è molto semplice: il pubblico del burlesque è prevalentemente femminile – alla faccia di chi ci vuole invidiose e cattive tra di noi – e gli uomini che si incontrano nella maggior parte dei casi sono persone decenti che vogliono passare una serata divertente. Gli uomini che abbracciano il maschilismo e l’oggettificazione femminile difficilmente verranno ad uno spettacolo di burlesque, perché si troveranno davanti ad una donna che non possono controllare e questo non vogliono accettarlo.
Per quanto mi riguarda, la performance del burlesque è un atto politico nel quale la donna che è soggetto, e non oggetto, rivendica il controllo sul proprio corpo e lo fa nella misura e nella modalità che preferisce. Va in contrasto con la morale? Certo, nella misura in cui la morale oggi viene intesa: controllare la donna e il suo corpo dal modo in cui si deve vestire o spogliare, fino alla sfera della maternità. Le performer di burlesque vogliono decostruire questo concetto maschilista di morale e lo fanno tra paillettes e gemme a colpi di bounce e grinds.

© Image by freepik
PER UNA CHIESA CHE RICONOSCA TUTTE LE DIVERSITÀ
Assieme ad altri cristiani LGBTQ stai cercando di riorganizzare la Rete Evangelica Fede e Omosessualità. Come mai?
La REFO è nata 25 anni fa dall’urgenza di annunciare che tutte e tutti sono figlie e figli di Dio e fratelli e sorelle di e in Cristo. La nostra identità di persone queer non è un ostacolo: è ciò che siamo e anche noi siamo stat3 creat3 ad immagine di Dio. Quando in Genesi 1 si legge che “Li creò maschio e femmina”, non bisogna dimenticare che allo stesso modo Dio ha creato la Luce e le Tenebre, ma se non abbiamo difficoltà nel godere di tutte le gradazioni di colori dall’alba al crepuscolo, perché abbiamo difficoltà ad immaginare che le identità e gli orientamenti abbiano altrettante sfumature e che siano previste nel disegno di Dio? Il lavoro della REFO ha portato a grandi riconoscimenti, il mondo BMV (battista, metodista e valdese) ammette ora le benedizioni tra persone dello stesso genere, ma molto deve ancora essere fatto sia su questo tema sia per tutte le identità che ancora non sono riconosciute valide (persone trans, non binary, persone kinky, poliamorose, asessuali, aromantiche ecc.). Ma soprattutto, i diritti – lo stiamo tristemente scoprendo giorno dopo giorno – non devono mai essere dati per scontati e per questo motivo stiamo cercando di ravvivare il preziosissimo lavoro che è stato fatto dalle generazioni passate, creando una rete che possa accogliere le generazioni presenti e lavorare insieme per il riconoscimento di tutte le persone.
Ma davvero dentro chiese che si dicono inclusive ci dovrebbe essere un’associazione simile? Non rischia di essere un recinto o una specie di club?
Siamo sicur3 che siano davvero inclusive? Il mondo LGBTQIA+ è un arcobaleno vasto, e finché si è cis gay o lesbiche non si incontrano troppi ostacoli, ma le persone trans? Le persone che hanno relazioni BDSM? Le persone poliamorose? Anche nelle chiese “inclusive” non sono viste di buon occhio. Il motivo è semplice e risiede proprio nelle parole inclusione e accoglienza. Questi termini nascondono al loro interno un dislivello: c’è chi ha il potere di accogliere e revocare questa accoglienza, c’è un modo al quale ci si uniforma per essere inclus3 altrimenti si è fuori. Le persone che con la loro vita e la loro identità rompono questi schemi – seppure più ampi rispetto a 25 anni fa – non possono essere incluse e quindi non sono accolte.
Le associazioni come la REFO oggi devono lavorare per il riconoscimento delle identità, non per l’inclusione e l’accoglienza che possono sempre essere revocate. Inoltre, come credenti e fedeli in Cristo, dobbiamo ricordare che solo a Dio spetta l’accoglienza. Non vogliamo creare un club o un recinto, piuttosto vogliamo eliminare le divisioni. La REFO fin dalle sue origini ha come missione quella di riconoscere le persone LGBTQIA+ nelle chiese e nella società ed è costituita da chiunque si riconosca in questo messaggio, quindi anche da persone etero e di tutti gli orientamenti, di tutte le identità e di tutte le confessioni.
Vorresti lanciarci un messaggio sulle lotte intersezionali?
Ogni lotta per il riconoscimento di un diritto deve essere intersezionale, ogni lotta deve partire dalla consapevolezza del proprio privilegio, che deve essere messo a servizio di chi ha meno privilegi di noi. Non si può essere femminist3 se non si riconoscono le persone trans nella loro interezza, non si può aspettare di raggiungere il pieno riconoscimento di sé dalla società prima di occuparsi delle altre disuguaglianze. E soprattutto, come credenti non si può pensare di essere sempre dal “lato giusto” della storia. A volte siamo il samaritano che soccorre l’uomo derubato dai briganti, ma spesso siamo anche il levita e il sacerdote, perfino anche un uomo di fede non ha prestato aiuto a chi era in difficoltà, convinto di avere tutte le giustificazioni dalla sua parte2. Non fare il bene, significa fare il male.
Emanuele Crociani
©2024 Il Grande Colibrì
1_ La Grazia è l’amore illimitato salvifico di Dio, e la confessione di peccato è il momento in cui si riflette in modo autocritico sul proprio operato e sui propri limiti umani.
2_ La parabola del buon samaritano è un racconto biblico in cui i membri del clero (sacerdote e levita) ignorano una persona in fin di vita, che però viene poi salvata da un eretico (il samaritano).




