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“Se si osserva il cielo da qui, nel riquadro di questi tre pini e di queste due palme, si ha l’impressione di non trovarsi in un paese colonizzato. L’immaginazione deve lavorare duro, ma è possibile (…) Guardando di là, diresti che siamo assolutamente liberi. Liberi da tutto. Io mi sento libero, adesso, dice Gabriel a Isaac. Doveva esser così l’Eden, all’alba del primo giorno”
(Karim Kattan, L’Éden à l’aube, Elyzad, 2024, p. 301)

Pubblicato in francese dalla casa editrice tunisina Elyzad, L’Eden à l’aube (2024) (“L’Eden all’alba”) è il secondo romanzo dello scrittore palestinese Karim Kattan. Nato a Gerusalemme nel 1989, Karim Kattan è cresciuto a Betlemme e oggi vive in Francia. L’Eden à l’aube è un romanzo difficile da definire: colto, erotico, fiabesco, queer, sperimentale, lirico, tragico, ironico, sospeso tra la fantasia e una realtà violenta. Racconta la storia d’amore di Isaac e Gabriel in una Palestina avvolta nella leggenda. Isaac è receptionist in un hotel di Gerusalemme e Gabriel un pittore cresciuto tra Gerusalemme e Bir Zeit in Cisgiordania.

“All’inizio”, spiega Karim Kattan durante una presentazione del suo libro organizzata a Parigi dall’associazione Wassla, “volevo scrivere una storia d’amore e basta. Una storia d’amore in Palestina, certo, ma non volevo scrivere un romanzo sulla Palestina, l’occupazione e l’attualità politica. Poi mi sono reso conto che quella realtà si ripresentava per quanto tentassi di sfuggirle. Mettiamo che volessi far viaggiare i due innamorati: non potevo schivare la questione del loro statuto amministrativo, perché nei territori palestinesi, a seconda del tipo di residenza assegnato dalle autorità israeliane, si ha diritto di spostarsi in certi luoghi, ma non in altri”.

Tutto il romanzo è attraversato da questa tensione: da un lato, lo slancio dell’immaginazione, il sogno di un “Eden”, di un idillio amoroso puro e travolgente che crea geografie immaginarie e non si lascia imprigionare dalle restrizioni della realtà; dall’altro, il peso della storia, della violenza, dell’oppressione coloniale. È il cielo a raccontare l’amore di Isaac e Gabriel: osserva dall’alto i due personaggi, spiandoli attraverso le finestre o in mezzo a paesaggi aperti. Più volte, il cielo ripete che vorrebbe preservare i suoi personaggi dalla violenza, ma non può: la violenza è inarrestabile e nemmeno il cielo ha il potere di cambiare le cose. Nemmeno lui, che è il narratore, può scegliere di raccontare una storia diversa.

“L’Eden all’alba” di Karim Kattan

Durante tutto il racconto imperversa una tempesta di sabbia, allegoria dell’occupazione israeliana. I due innamorati tentano di fare un viaggio di vacanza nel perimetro dei luoghi che gli sono accessibili, ma sono assillati dalla tempesta, si imbattono nei checkpoint, nel muro, nei soldati che li aggrediscono ferocemente. Eppure, l’immaginazione trasfigura quei luoghi: Gabriel e Isaac inventano leggende su ogni angolo di Gerusalemme, arrivano nel paese dell’uva in cui i vecchi dimenticano di morire, si allungano davanti alle piscine di Salomone e immaginano un Eden fatato.

“Per Isaac – che senza dubbio ha sviluppato quest’intuizione errando in questa città di matti – la regola fondamentale del mondo è che la realtà, la si può negoziare. Succede un evento, e i parametri del reale sembrano fissi, ma tutto tutto cambia, scivola, se ne va. Tutto si muove. E dunque, è possibile intervenire in questo movimento. La realtà, Isaac ha constatato, cambia nella misura in cui la si enuncia” (p. 200)

Si tratta soltanto di una fuga nell’immaginario? Non c’è altra risposta all’oppressione del popolo palestinese? In realtà, la libertà di immaginare rivendicata da Karim Kattan si fonda sulla memoria della Palestina come terra d’incontro e di commistione, sul rifiuto delle categorie di separazione imposte dal colonialismo occidentale e sionista e dall’apartheid israeliano. Basti pensare a come viene descritto il nome di Fátima, la zia di Isaac, chiamata così per ricordare la città portoghese in cui la Madonna sarebbe apparsa un anno prima della sua nascita: “il suo nome era, al tempo stesso, e in sequenza, arabo, moro, andaluso; e cristiano, mariano; e di nuovo arabo, cristiano, palestinese” (p. 96). Il nome di Fátima raccoglie tutte queste identità, così come lo ha fatto la Palestina per centinaia e centinaia di anni. È anche sulla base di questa tradizione che si può immaginare una realtà libera dall’asfissia e dalle rigide categorie del presente coloniale.

Karim Kattan

Karim Kattan

Il romanzo si rifà al tempo stesso al repertorio della Bibbia e del Corano, intrecciandoli. E Karim Kattan rilegge figure della religione, della storia e della leggenda in una chiave profondamente queer. Per esempio, Isaac racconta la leggenda della maga Al-Sine che ammaliava i crociati (“Isaac immagina: dei tipi muscolosi in cotta di maglia” : p. 282) per catturarli e sottometterli ai suoi desideri. “Gli ifranj1 amavano Al-Sine e si piacevano tra di loro ad amare al-Sine, provavano tanto piacere a guardarsi l’un l’altro mentre la amavano che assomigliavano, in qualche modo, a un polipo, megalitico, che amava Al-Sine da ogni parte nella sua isola” (p. 286).

Certo, la fantasia non basta a placare la violenza della storia. Sarebbe assurdo per un romanzo pubblicato proprio nell’anno del genocidio a Gaza. Anche gli incantesimi della maga Al-Sine non fermano l’invasione dei crociati, anzi alla fine lei stessa si innamora di uno di loro e la sua isola prodigiosa viene distrutta da un cataclisma. Non c’è lieto fine, anche l’amore di Isaac e Gabriel ha un epilogo tragico. Eppure, nonostante la tragedia finale, che riporta bruscamente il lettore alla realtà dell’occupazione, il romanzo si chiude con una poesia, in un inno a quella che è al tempo stesso la potenza e la vulnerabilità dell’immaginazione e dell’amore.

 

Simone Spera
©2024 Il Grande Colibrì

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