Ho sentito la tua perdita in modo violento e improvviso, anche se, col senno di poi, forse avrei potuto immaginarlo. Ho pensato che dirtelo personalmente sarebbe stato inutile, come lo è stato cercare di spiegarti che, semplicemente, ti stessi chiedendo di rispettare i miei tempi e i miei spazi, i confini che avevo posto, invece di cercare di forzarli ad ogni costo e farmi sentire violato nelle mie possibilità di quel momento. Confesso che essere sbattuto fuori dalla tua vita per questo, da te, non me l’aspettavo, mi hai colto alla sprovvista e ci ho messo un po’ di tempo per metabolizzarlo.
C’è una frase che mi hai detto che mi ha molto colpito, il tuo parlare dell’intenzione di chiudere il nostro rapporto che hai definito di “una coppia di amici”. Forse è quella parola, coppia, che mi è risuonata così tanto. Sappiamo entrambi quelle volte in cui ci siamo detti che, se fossimo stati compatibili per gusti sessuali, saremmo stati insieme, in effetti fosti tu il primo a dirlo, fra i due.
Non che fosse una gara, beninteso, ma è per dire che fra me, anarchico relazionale, e te, decisamente monogamo convinto, l’esternazione dei sentimenti retrostanti un’ipotesi utopistica non era nemmeno stata una mia iniziativa, nonostante stessi vivendo una relazione con un’altra persona.
Se dovessi spiegare a qualcun altro quello che ci ha legato, non credo che sarei capace di trovare parole adeguate, come il far capire quanto mi abbia ferito sentirti dire “mi mancheranno le nostre chiacchierate”, quando hai deciso di chiudere l’amicizia, quasi per te fossi solo questo, discorsi più o meno profondi che facevamo insieme, mentre a me sono mancati il tuo sorriso, l’inflessione della tua voce nel dire frasi che avrei potuto a tratti indovinare, il tuo odore, nonostante non ci siamo mai toccati oltre la stretta di mano o la pacca sulla spalla.
Eppure è la tua presenza, la tua tangibilità, non solo le tue parole, quello che, alla fine, mi è mancato di più. I piccoli gesti quotidiani, sapere che sarei venuto a trovarti e mi sarei messo a lavarti i piatti volentieri, mentre tu cucinavi per tutti e due, per poi guardarci un film ad un passo di distanza.
Sapere che non avrei mai posato il capo su una tua spalla durante la visione, per star più comodo, ma sentirmi come se, in fondo, in qualche modo lo avessi fatto, perché la complicità verbale c’era, l’intimità, la sensazione di potersi aprire, confidare, dirsi tutto, fino ad un attimo prima del tuo brusco ritiro, c’era, al di là dell’assenza di interazione fisica, e so che quel che pago è l’aver messo un confine fermo in una zona in cui ti avevo chiesto, per favore, di aspettare ad entrare, perché in quel momento preciso di infiniti impegni accumulati e con scadenze inderogabili, poche energie e tanto stress emotivo dovuto a malesseri di alcune persone a me molto care, fra cui anche tu, proprio non avevo energie per starti vicino ed ascoltarti, e supportarti, a malapena ce la facevo con me.
Mi sono mancati quei giorni in cui, forse sembra una piccolezza, non so, passavo da casa tua e ti davo una mano a piegare i vestiti stesi, fra una chiacchiera e un’altra, o quando dovevamo vederci anche con altri amici e io arrivavo prima, per darti una mano a preparare la tavola, o sapevo che stavi affrontando un periodo nero e che avevi bisogno di confidarti, di rassicurazioni, e allora venivo a cena da te anche se ero stanco e ti chiedevo, in cambio, di potermi fermare a dormire, e quando la mattina mi svegliavo pensavo rintontito “ma dove sono?” E poi me ne ricordavo e mi strappava un sorriso sapere che tu eri lì vicino, che mi sarei alzato e ti avrei trovato in cucina, la tavola apparecchiata e pronta per fare colazione insieme, ché lo so che lo facevi anche per gli altri amici che ospitavi, ma nessun altro lo aveva mai fatto, per me, e pochissimi altri mi avrebbero fatto sentire allo stesso modo, facendolo.
Sono queste le cose che mi sono mancate, che a volte ancora mi mancano. È per questo che, fra tutto quel che mi hai detto andandotene, mi ha colpito in particolar modo il tuo averci definito “una coppia di amici”.
Se dovessi fingere per un momento di non stare pensando a te, mentre scrivo, ma di avere davanti un estraneo e di dovergli dire chi eri tu per me, cosa significavi, non avrei abbastanza parole per farlo e forse non vorrei nemmeno averle, ché le etichette, in relazione, mi sono sempre suonate un po’ strane e parecchio strette, a tratti decisamente differenti da quelle delle altre persone e un po’ sfumate.
Potrei dirgli che ti ho amato, molto, forse diverse volte anche non particolarmente bene, che forse avrei potuto fare di meglio o dare di più, non lo so.
Gli direi che mi emozionava vederti sorridere ed essere felice, che mi preoccupavo quando ti vedevo stare male, a volte senza che nemmeno tu te ne rendessi conto con precisione, o forse semplicemente non ne parlavi perché non ci riuscivi, non so.
Gli direi che era importante ricevere un tuo messaggio, quando rientravi da una cena stanco morto, per sapere che eri arrivato a casa sano e salvo, ché solo allora riuscivo ad addormentarmi, perché ero tranquillo a sapere che stavi bene, nonostante il sonno atomico che avevo anch’io.
Gli direi che ti avrei ascoltato parlare per ore, che mi nutrivo delle confidenze intime che ci scambiavamo, dei dettagli di te che mi facevi conoscere e della possibilità di raccontarti anche dei miei.
Gli direi che ricordo ancora con precisione il primo giorno che ci siamo visti, il nostro primo incontro, il giro che abbiamo fatto, le cose di cui abbiamo parlato, e tutti quei momenti che, nel tempo, per me sono stati i più importanti.
Gli direi che non ero pronto, sai?
Non ero pronto per vederti andare via, che per me non era arrivato il momento di dirsi addio, di considerare esaurito quel che avremmo potuto scambiarci reciprocamente, archiviare una decina di anni di amicizia così, soprattutto considerata la profondità e l’importanza che la relazione aveva per entrambi. Non ero pronto, eppure mi sono detto che non potevo che esserlo e così è stato, ed ora che è passato un po’ di tempo, che l’ho un po’ metabolizzato ed anche un po’ digerito, che un po’ ho sfiammato quella parte di rabbia da senso di ingiustizia per una situazione che non avrei voluto, che mi sembrava eccessiva, che io avrei preferito gestire e vivere in modo diverso, ora che il dolore acuto iniziale si è riassorbito, mi rendo conto che, se le cose sono andate così, in fondo le mie percezioni e i miei sentimenti contano fino ad un certo punto, fino a quel confine mio, personale, soggettivo, oltre cui c’è il tuo spazio, ci sei tu, e su cui non posso dire o fare nulla che non sia accettarlo, rispettarti e prendere le cose per come sono state scelte e definite da te, perché le sentivi giuste così, pur essendo il prezzo, per me, così alto.
Credo che spiegare a qualcuno di esterno cosa significhi perdere una persona che ho amato sia fra le cose più difficili che conosco, non è proprio il mio forte, e diventa anche più difficile provare a farlo capire dicendo “non siamo mai stati insieme, anche se probabilmente lo avremmo fatto, se fossimo stati compatibili, e non c’è mai stato alcun abbraccio, bacio o qualsiasi altra interazione fisica intima fra di noi, al di là di poco più di una stretta di mano, eppure mi hai fatto ridere, piangere, mi hai spezzato il cuore gettandomi addosso la tua chiusura finale come una doccia fredda improvvisa.
Di te voglio ricordare i più piccoli gesti quotidiani, le abitudini, le emozioni, le sensazioni di essere in qualche modo a casa anche lì, con te, e la tua essenza fatta di infiniti piccoli dettagli, che sarebbe difficile da dimenticare e che, sinceramente, non so neanche che senso avrebbe fingere di non ricordare più, perché non posso cancellare la profonda importanza che hai avuto per me, l’amore che ho provato, anche se per il resto del mondo eravamo semplicemente due buoni amici”.
Bleen



Capirti. Forse, troppo.
Alcuni passaggi mi hanno destato brividi sottopelle, come se fossero parole urlate dal mio cuore.
Grazie.