Sguardi di Gabriele Gori

Sguardi di Gabriele Gori

Tutte le mattine era lì, a qualsiasi ora entrassi, era lì sul suo computer preda degli impegni e delle scadenze che il lavoro imponeva. Sicuramente, ci scommettevo, avrei potuto piazzare una telecamera nascosta per filmare la sua giornata e sicuramente non avrei notato alcuna distrazione da quello che stava facendo e, sicuramente ancora, solo il mio arrivo avrebbe interrotto la sua concentrazione. Avrebbe staccato gli occhi dalla tastiera e dallo schermo e li avrebbe puntati su di me, con un accenno di sorriso, allo stesso tempo dolce e penetrante.

Penso che quel siparietto, tutte le mattine unico anche se ripetitivo nei gesti, stesse rendendo il mio arrivare in ufficio addirittura piacevole. Non mi era capitato spesso di ricevere tutte quelle attenzioni, di sentire sulla mia pelle l’apprezzamento da parte di una persona sconosciuta ma sempre più presente nei miei pensieri.

Difficilmente pensavo avrei mai fatto girare così vorticosamente, ed in questo caso anche, concedetemelo, fisicamente, la testa a qualcuno che neanche conoscevo, che neanche mi conosceva, ma a cui piacevo senza ci fossimo mai neanche parlati.

Insicurezza! Insicurezza!

Maledetta insicurezza. Nella testa rimbalzavano le parole della nonna: Perché ti preoccupi tanto? Tu puoi conquistare chi vuoi, col tuo sorriso, con la tua dolcezza! Ma era pur sempre la nonna, tutte le nonne dicono queste cose, non ho dubbi.

Ma dopo qualche tempo incominciai a credere che avesse ragione. Ed allora mi preparavo, prima di uscire, davanti allo specchio del bagno impiegando mezz’ore intere a pettinarmi con la riga da una parte, poi no, meglio dall’altra, anzi no, ancora meglio tirarmi i capelli indietro, con un po’ di schiuma per farli brillare. E poi dentro l’armadio a scegliere una camicia, una maglia, un paio di scarpe che mi facessero ancora di più notare, se mai ce ne fosse stato realmente bisogno, o che valorizzassero il mio corpo. Come preparassi un regalo per la persona che ogni mattina mi dedicava tutte quelle attenzioni.

Ed a pochi passi da quella porta, per quanto ogni mattina inesorabilmente in ritardo, rallentavo il passo, in maniera da allungare il più possibile il passaggio, e spesso capitava che mi facessi beccare a sbirciare verso la sua scrivania, ogni giorno più spudoratamente, ogni giorno trovando il suo viso lì ad aspettarmi.

Resistetti ben poco, dovevo parlarne e sfogarmi con qualcuno. Anche perché la sua presenza stava diventando sempre più insistente nella mia mente, la sera prima di andare a letto come la mattina al risveglio.

  • Chiara, questa te la devo raccontare!
  • Cosa hai combinato?
  • Tutte le mattine, ti giuro tutte le mattine è lì ad aspettarmi
  • Ma dai
  • Giuro, non perde un giorno
  • E com’è?
  • Eh… Bella domanda. Non è che ci incontriamo spesso durante la giornata, praticamente solo quando entro in ufficio
  • Vabbé, un’idea te la sarai fatta, no?
  • Beh sì, però…
  • Ti faccio delle domande, così forse è più facile…
  • Dai!
  • Fisico?
  • Fisico… Sodo… Ahaha!
  • Daiiii!
  • Sìsì, penso faccia palestra. Non dico scultoreo, però mi pare proprio che abbia tutti gli attributi al posto giusto. Bel fondo schiena, anche davanti niente male eheh!
  • Che tu sei esigente…
  • Eh sì. Ho aspettato tanto tempo, ho cercato tanto tempo la persona giusta. Tanta attesa pare che sia ora premiata
  • E quindi? Cosa aspetti?
  • E cosa dovrei fare?
  • Cerca un contatto, no? Un caffè non si nega a nessuno
  • Maddai, ti pare che vado lì tipo ti andrebbe un caffè?
  • Beh, perché no?
  • Ma perché no.
  • Uhm, allora la sera, prima di tornare a casa, lascia un bigliettino sotto la tastiera tipo Non sarebbe ora di conoscerci? Alle 11:30 io prendo sempre il caffè, se ti va, mi trovi lì

Aspettai alcune notti prima di buttarmi nell’impresa. Chiara era riuscita a lasciarmi un dubbio in testa che lentamente si faceva strada. Tante volte, pensavo, avevo visto sfumare occasioni importanti perché non le avevo afferrate al volo, prima che volassero via. Altre invece, più spesso, il mio amore non era stato corrisposto. Ma quella volta forse sarebbe stato differente, mi dicevo, la situazione era propizia, se solo avessi agito in tempo.

Tutti quegli sguardi e quelle attese sono un chiaro segno di interesse… Davanti allo specchio cercavo di convincermi a farmi avanti …sono un chiaro segno di apprezzamento, di interesse, sì, che non devo farmi prendere dalla timidezza. E poi, quegli occhi… Chissà dove li ha trovati…

Disegnavo con un dito sul vetro appannato dello specchio, seguendo la linea immaginaria del suo viso nei miei pensieri.

E finalmente mi convinsi: Ciao! Oggi prendo un caffè, alle 11:30. Mi fai compagnia? Firmato…

Dovetti prendere due autobus in anticipo quella mattina, ma sapevo ne sarebbe valsa la pena, lasciai il bigliettino e fuggii davanti allo schermo del mio pc.

Contando i minuti che scorrevano lentissimi sulla mia scrivania, mentre le 11:30 lentamente scivolavano verso di noi, mi riecheggiavano in testa le parole che agognavo sentirmi dire.

È stato difficile non notarti
Tutte le mattine, quando passi, sento il cuore sobbalzare
Non sai da quanto tempo aspettavo un tuo messaggio

Sapevo che quelle frasi non potevano che uscire dalla mia variopinta fantasia, frasi da adolescente preda dei sogni e degli ormoni, fuori dal tempo e dalla realtà. Ma io mi piacevo così, sempre alla ricerca della persona giusta, definitiva, assoluta. E forse quella era finalmente l’occasione che aspettavo. Forse l’adolescenza mi era rimasta incastrata tra dove nasce l’amore, nel cuore, e dove vive, nello stomaco. Forse non avevo mai sviluppato quella scorza dura di cinismo e disincanto che ci creiamo per sopravvivere alle mareggiate ed alle tempeste dell’amore. Forse perché solo così accettavo l’amore, assoluto, e non avrei mai preso in considerazione nient’altro di meno, anche se tutto ciò avrebbe significato vivere in solitudine ed in un’attesa infinita.

Finalmente le 11:30.

Presi coraggio e cercando di dare nell’occhio il meno possibile, per evitare che a qualcuno dei colleghi venisse la malsana idea di seguirmi o accompagnarmi alla macchinetta, uscii dalla stanza e presi le scale verso la sala mensa.

Non era ancora arrivata.
Mi fermai ad aspettare sotto la grande porta dell’ingresso in maniera da avere la visuale completa di chiunque entrasse ed anticipare ogni suo movimento, non volevo lasciare nulla al caso.

Uno strattone da dietro, da un angolo dietro di me che non stavo tenendo d’occhio e mi ritrovo in una stanza vuota e adiacente alla mensa, lei davanti a me che sorride, contenta di avermi rapito.

  • Ciao!
  • C-ciao

Balbettavo.
Bellissima, splendente e infinita era lì davanti a me, l’oggetto dei miei sogni più belli era in piedi davanti a me e mi fissava da dietro i suoi grandi occhi verdi. Era almeno una spanna più alta di me, mi guardava dall’alto, ma non sembrava preoccupata di questa differenza. Per l’occasione – per me – aveva colorato i capelli di un rosso ciliegia scuro che ancora di più evidenziava i suoi occhi. I pantaloni stretti, neri, le stringevano le gambe, snelle e lunghe mentre una maglietta leggermente scollata color cachi abbracciava il seno morbido e tondo.

Una dea greca.

  • Finalmente ti sei fatto avanti. Non sai da quanto aspetto questo momento…
  • Piacere – allungo la mano – Marco
  • Piacere, Maria…
  • Prendiamo un caffè…
  • Non posso, ho pochissimo tempo, se sgarriamo sulla pausa il mio capo mi spella…
  • Ah, capisco… Quindi…
  • Quindi diamoci da fare!

Con uno scatto degno del più scaltro dei felini, allunga le mani verso il mio viso per afferrarlo, mentre vedo la sua bocca avvicinarsi socchiusa verso la mia. Faccio un passo indietro per sfuggirle ma lei non arretra, anzi si avvicina mentre io continuo la mia fuga fino a trovarmi spalle al muro.

  • Ehi, che fai? Non così!

Senza via di fuga sento le sue labbra fare pressione sulle mie mentre un guizzo di lingua cerca di farsi strada. Mugugno qualcosa tipo Non voglio! Non così! Lasciami andare! Mentre sento il suo seno appoggiarsi pesante sul mio petto. Cerco di divincolarmi mentre lei fa un passo indietro e si slaccia il bottone in vita dei pantaloni.

  • Dai, muoviti che abbiamo poco tempo ti ho detto… Togliti i pantaloni!

Approfitto di quel momento mentre lei è distratta dalla zip per fuggire dalla stanza e risalire le scale in fretta, senza guardarmi indietro.

Arrivo finalmente alla mia scrivania, cercando di trattenere le lacrime che spingono per sgorgare amare dagli occhi e rigare le mie guance.

Da quel giorno non l’ho più vista, penso si fosse fatta cambiare scrivania per evitare di vedermi ed io passavo di fretta, senza più rallentare, davanti a quella che era la sua postazione, cercando di nascondere nella zona più buia della mia memoria quel bacio duro e pungente che aveva acceso e bruciato sulle mie labbra.

 

Gabriele Gori

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