Dopo la vittoria in Repubblica Ceca di poche settimane fa, che decreta che la sterilizzazione forzata per le persone che effettuano un percorso medico chirurgico di riassegnazione di genere ha in realtà un grave impatto sulla salute mentale e fisica e che pertanto non dovrebbe costituire tappa obbligatoria dell’iter di transizione, anche in Italia qualcosa di smuove.
In Italia la transizione è regolata dalla legge n.164 del 1982, ovvero una legge vecchia di più di trent’anni, e che in origine si basava sulla supposizione che un individuo trans desiderasse il più possibile avere un corpo “conforme” e “normato” rispetto al genere di appartenenza, e che quindi aveva reso come tappa obbligatoria un intervento di demolizione dell’apparato genitale biologico (e quindi la sterilizzazione, nonostante questa parola non venga esplicitamente usata) per poter ottenere la rettifica anagrafica e poter vivere nel genere d’elezione.
Il testo della legge, all’articolo 3, recita infatti:
Il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza. In tal caso il tribunale, accertata la effettuazione del trattamento autorizzato, dispone la rettificazione in camera di consiglio.
Sono numerosi i paesi europei in cui una clausola simile fa parte dell’iter.
Negli ultimi anni le istanze della comunità trans italiana, oltre a lottare per maggiori tutele in ambito lavorativo o sanitario, si oppongono anche a questo requisito.
Nel 2015, una sentenza della Corte di Cassazione aveva definito illegittima, oltre che anticostituzionale, la sterilizzazione coatta. Di conseguenza sempre più tribunali hanno deciso di affidarsi al principio di autodeterminazione delle stesse persone trans*, concedendo loro sentenze di rettifica anagrafica senza obbligo di interventi chirurgici.

Il fenomeno del transessualismo ha subito delle mutazioni da quando è entrata in vigore la legge n. 164 del 1982. Vi sono persone transessuali che sono biologicamente di sesso maschile e viceversa. La scoperta dell’identità di genere costituisce un percorso che, grazie al minor stigma sociale, prende spesso avvio già in età preadolescenziale e si compone di terapie ormonali, di chirurgia estetica, sostegno psicoterapeutico. Lo stesso disturbo dell’identità di genere non è più menzionato nel DSM V (il manuale statistico diagnostico delle malattie mentali) ma si fa soltanto riferimento alla ‘disforia di genere’. Allo stato attuale si possono individuare tre componenti dell’identità di genere: il corpo, l’autopercezione e il ruolo sociale.
Nella sentenza della Cassazione n. 15138 del 2015 si osserva che
…in conclusione essere sterile non può essere una condizione ineliminabile per la rettificazione degli atti anagrafici e ciò perché la legge non lo prevede espressamente; il giudice non può aggiungere tale condizione attesa la riserva di legge di cui all’art. 32 Cost.; in ogni caso sarebbe violata la dignità della persona umana.
In Europa una prima condanna si era ottenuta nell’aprile 2015, quando la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo aveva condannato la Francia, dando ragione ad alcune persone transgender a cui era stata proibita la rettifica poiché non si erano sottoposte all’intervento.
Successivamente, nel luglio 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva declassato la disforia di genere, considerata prima come disturbo mentale.
Ad ottobre, una condanna analoga a quella francese è arrivata – come si diceva – alla Repubblica Ceca, ed ora anche all’Italia, per violazione dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.
La sentenza dell’11 ottobre 2018, che dà ragione ad una ragazza a cui era stata negata la modifica dei documenti, è il culmine di una battaglia durata dieci anni e iniziata quando ancora la sterilizzazione era obbligatoria.
La condanna è arrivata nonostante la sentenza del 2015, in quanto l’obsoleta legge 164/82 è ancora in vigore, seppur non tenuta più in conto la clausola specifica sulla sterilizzazione.
Le battaglie della comunità trans* vanno quindi di pari passo con le battaglie europee per i diritti umani, ed entrambe rivendicano una nuova legge, più chiara e libera, meno disumanizzante, che tuteli la comunità e conceda ad ogni singolo individuo lo spazio per potersi autodeterminare nel corpo e nella vita.
Nicholas Vitiello


