Consiglio di lettura di Barbara Herzog
I racconti delle donne
(a cura di Annalena Benini, ed. Einaudi 2019, 277 pagine)
“Bisogna possedere molte qualità per esercitare il lavoro di scrittore o di artista. Talento, cervello, tenacia. (…) Ma tra gli ingredienti principali direi che il primo è l’egoismo. Un libro nasce da tanti piccoli atti di egoismo. Tagliare fuori la tua famiglia. Trascurare i figli. Dimenticare il mondo reale per inventarne uno nuovo. Rubare storie alle persone reali. Tenere la parte migliore di sé per quell’anonimo amante senza volto che è il lettore. Dire quello che devi dire.” (C. Dederer)
La citazione proviene dall’ultimo racconto della raccolta e riassume giustamente gran parte delle voci diametralmente opposte, di un insieme che lo è per la gioia della diversità. Infatti se c’è un mito da sfatare è quello della letteratura “al femminile”, quella che si suppone sdolcinata e svenevole, perché qui si ha l’occasione di incontrare anche il tagliente cinismo, il crudo realismo come l’idealismo multicolore. Con quella nota al di fuori del comune fluire che ci fa chiedere: cosa c’è di differente?
È il punto di vista che cambia, soltanto quello. Al posto della persona “legittimata” (Kathryn Chetkovich) che da sempre parla e tiene banco, si fa strada prepotentemente, come un adolescente che deve affermare il proprio posto, “la creatura limitata e circoscritta” per appropriarsi di spazi naturalmente di tutti.
Forse era quello che saltava all’occhio, che restava, in parte per via dell’abito, ma tutti i piccoli gesti cavallereschi e gli omaggi da salotto, tutto le faceva sentire che era uscita dalla crisalide e veniva apprezzata per ciò che nella tranquilla oscurità dell’infanzia non era mai stata – questa fragile e bella creatura, dinanzi alla quale gli uomini s’inchinavano, questa creatura limitata e circoscritta che non poteva fare ciò che voleva, una farfalla con migliaia di sfaccettature negli occhi e un piumaggio delicato, e innumerevoli difficoltà, sensibilità e tristezze: una donna. (V. Woolf)
Chi ama leggere racconti troverà in questo compendio l’impatto singolare che cerca ad ogni autrice. Un giorno, una vita, un assillo, trasmessi minuziosamente con clamorosa brevità ed acume. Non c’è un filo rosso attraverso queste perle raggruppate da Annalena Benini, se non l’incalzare della vita nelle sue previste ed imprevedibili sfumature e lungo un secolo di trasformazioni. E tutto senza remore o autocensura, come se le autrici scrivessero dimentiche del rischio di far vedere troppo di sé, di incorrere nel giudizio del potenziale lettore. Motivo per cui ogni guizzo all’inguine, ogni moto di amicizia, ogni sprazzo di gelosia, accompagnato dalla saggezza di una persona vissuta, balza con la sua naturale potenza fuori dalla pagina.
Ricordo gli occhi di Ann e il cappello che portava il giorno che ci siamo guardate per la prima volta. I nostri bambini erano appena usciti strillando dal recinto di sabbia sulle gambette inesperte. Li avevamo tirati su. Ci eravamo scambiate un sorriso al di sopra delle loro teste piene di sabbia. In quel momento avevamo suggellato un patto, utile almeno quanto il giuramento che tutte noi avevamo pronunciato insieme ai mariti con cui non eravamo più sposate. Il senno di poi, di solito tanto disprezzato, probabilmente non è meno prezioso della preveggenza, poiché contiene alcuni fatti oggettivi. (G. Paley)
A metà dell’opera mi chiese: – Posso dirti delle cose? A quel che mi ricordavo, mi piaceva, sì, sentirmi dire delle cose. Veramente in quel momento avrebbe potuto dirmi tutte le oscenità che voleva: il fuoco era già divampato così violentemente che soffiarci su non avrebbe spostato di molto l’avanzata delle fiamme. – Tanto dopo ti dimentichi,vero? – Ma sì. – Ti amo, Giulia, ti amo, mi sono innamorato di te. (V. Parrella)
Certamente il diverso punto di vista prevede anche il trattare argomenti che incidono nella vita di una metà dell’umanità, per cui necessariamente ricadono anche sull’altra. Sono “incidenti di percorso” o più semplicemente presenze ed assenze con le quali le donne di sempre devono fare i conti, ma che ad oggi a fatica si scorgono come facenti parte del mondo nella letteratura scritta dagli uomini.
Comunque, un’altra caratteristica è che nelle mie fantasie si chiacchiera un sacco, in effetti passo la gran parte del tempo, nella fantasia, cioè, a chiedermi cosa potrei dire io e cosa dirà lui, penso che sarebbe meglio se si riuscisse a intavolare una conversazione. Cioè, come potrebbe un uomo fare una cosa del genere a una persona con cui ha appena chiacchierato a lungo, una volta che capisce che anche lei è un essere umano, che anche lei ha una vita, non riesco a immaginare come possano andare fino in fondo, sai? Insomma, so che succede ma non lo capisco, questa è la parte che proprio non riesco a capire. (M. Atwood)
“I racconti delle donne” implicano molto di più di quanto non siamo indotti ad aspettarci da un titolo da un lato noioso, dall’altro provocatorio. Puntano un dito talvolta delicato, talvolta furibondo su aspetti prettamente umani; ridicoli, amabili, deprecabili, capaci di avverare qualunque cosa.
Barbara Herzog


