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“La generazione” appartiene al genere minimalista introspettivo (se preferite l’inglese, slice of life), piuttosto popolare al momento tra diversi autori italiani nati negli anni ’80 e ’90.

La storia è narrata in prima persona da Matteo Vanni che, dopo essere stato lasciato dal fidanzato, torna al paesello da cui era scappato tre anni prima, a 19 anni, dopo aver fatto coming out col padre.

Matteo quindi si presenta a casa della nonna, dove quest’ultima abita con la badante polacca, le sue tre figlie e la nipote incinta. Una coabitazione forzata dovuta alla mancanza di risorse economiche che accomuna tutte le figure del, fino a quel momento, gineceo multigenerazionale.

Da queste premesse potrebbe nascere una storia estremamente drammatica, forse anche alla Ken Loach, ma l’autrice preferisce una narrazione dai delicati (e consolatori, non temete) toni pastello.

Matteo ha più fronti aperti, nella sua crisi: il volersi riapprocciare al padre nella speranza di una riconciliazione, la sua fuga da Milano dovuta alla completa incapacità di badare a sé stesso accompagnata da una totale mancanza di progettualità: Matteo si appoggia al prossimo e spera che questo, chiunque sia, gli levi le castagne dal fuoco e prenda le decisioni per suo conto, cosa che accade più volte nel racconto, anche se non sempre coi risultati desiderati: anche il principe più azzurro di tutti, se ti porta al castello e passi il tempo a ciondolare, alla fine si scoccia di averti intorno e ti pone di fronte a un ultimatum.

Nell’arco della storia Matteo si riconcilia con la sua numerosa famiglia, aiutando in casa e venendo responsabilizzato dalle zie tramite mille piccole mansioni domestiche che lo aiutano a centrarsi e ad apprezzare la routine e il quieto vivere della vita di paese, con il bar della piazza, i vecchietti sulla panchina e gli infiniti prati e boschi che circondano a perdita d’occhio quella realtà.

Il finale rimane aperto, Matteo è giovane e ha tutta la vita davanti, d’altronde, e “La generazione” ci permette di accompagnarlo solo per un brevissimo, ma per lui significativo, tratto.

Si ritrova, in questa graphic novel, un piccolo ma illuminante manifesto di una generazione che, come la precedente (che però fu colta di sorpresa), deve fare i conti con un’assenza di prospettive a lungo termine, una crisi ormai sistemica e un vuoto ideologico che porta allo sbaraglio chi non riesce, per natura o formazione, a trovare al proprio interno un timone.

Si distacca piacevolmente, “La generazione”, da mille opere un po’, verrebbe da dire, “all’americana”, ancorate a una certa mentalità che un tempo veniva definita “edonismo reaganiano” dove il protagonista, superata la crisi, scopre la propria ambizione e il proprio desiderio di successo e riscatto sociale, le sole motivazioni che devono spingerci a vivere, lasciando indietro i perdenti che colpevoli di desiderare solamente una vita serena.

Matteo ci porta a chiederci: sarà così sbagliato non volere altro?

“La generazione” è per chi:

  • ama i romanzi di formazione e il minimalismo;
  • amava le opere dei Kappa Boys, le atmosfere di Vanna Vinci e i racconti di David Leavitt;
  • crede incondizionatamente nella famiglia come valore;
  • ama le atmosfere placide delle piccole realtà.

“La generazione” non è per chi:

  • ha bisogno di azione o di una solida trama;
  • ha inviso il minimalismo estremo;
  • non sopporta i protagonisti passivi;
  • è scappata/o dal paesello e piuttosto che tornare si sparerebbe su un piede;
  • non crede nelle narrazioni di riconciliazione motivate dal fatto che si condividono legami familiari.

 

Flavia Biondi, La generazione, Bao publishing, brossura, pp. 144, € 15,00

 

Veruska

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