Au revoir di Gabriele Gori

Au revoir di Gabriele Gori

Come si descrive un addio? Non è mia intenzione intristire nessuno, ma, purtroppo, ogni tanto accade, le persone vanno e vengono.

Certo, alcune avrebbero sicuramente fatto meglio a non entrare proprio nella nostra vita. Sono quelle che tolgono, invece di dare.
Altre invece avrebbero fatto meglio a non entrare perché hanno dato tanto, troppo, e quando se ne vanno si portano tutto con loro, lasciando solo tiepidi ricordi dietro, insufficienti a riempire.
Alcune scompaiono nella notte, all’improvviso, senza dare modo di spender qualche minuto per salutarsi. Quelle persone si piangono e rimpiangono, a volte per sempre, perché non torneranno più. Altre concedono solamente un saluto fugace, che lascia sì un ricordo, ma di poco conto, leggero e trasparente. Poi ci sono quelle che creano un’impronta, come un profumo, una traccia calda sulla pelle, anche quando non sono più lì davanti. E quest’ultime sono sicuramente le peggiori, perché quel profumo, quell’impronta, rischia di non andarsene più, a ricordo del tempo passato insieme.

E tra queste c’è sicuramente Silvia, provetta scavatrice della mia anima, dote che aveva sviluppato nei pochi mesi a nostra disposizione. Non chiedetemi perché fosse così brava: non l’ho mai capito, forse ho solo avuto troppo poco tempo per rifletterci a dovere. Era forse solamente semplice affinità quella che aveva creato la simpatia così profonda che ci legava. Mi sembrava, a volte, che mi leggesse nel pensiero e che in qualche maniera riuscisse a dire quello che vi leggeva. O forse erano realmente i suoi pensieri. Ne dubitavo, sarebbe stato sicuramente un caso fortunatissimo che i suoi pensieri fossero così simili ai miei, non poteva essere, per forza stava barando.

Ed arrivò il giorno in cui mi diede l’amara notizia: di lì a pochi mesi sarebbe partita, per lavoro, lasciando la città che ci aveva fatto incontrare. Forse, probabilmente, per sempre.
Inizialmente i pochi mesi mi parvero comunque troppi per preoccuparmi, e così feci, mentre lentamente i pochi mesi si tramutarono in poche settimane, poi in pochi giorni ed in fine in poche ore. Tutto questo senza che io potessi fare nulla per evitarlo. Quando oramai era troppo tardi, improntai qualche tentativo. Quelli più efficaci, per quanto completamente inutili, si basavano sull’idea di farle perdere tempo: sapevo che prima di partire avrebbe dovuto concludere alcune faccende, lavorative e relative al trasloco – impacchettare e spedire tutto. Allora la tempestavo di video musicali, messaggi dei più complicati ed intricati che riuscissi a pensare. Ognuno di questi, pensavo, avrebbe occupato parte della sua giornata ed allungato i tempi.

Resistetti assai poco nel tenere il tutto nascosto ed in breve vuotai il sacco e le raccontai la mia strategia che in un paio di occasioni definì goffa e dolce, mentre rideva e si compiaceva di questi tentativi. Ma il tempo, lo sanno anche i più sprovveduti, non prova sentimenti né pietà e non fece assolutamente caso a me. Anzi, probabilmente, per vendetta alla mia insubordinazione e invadenza, volò ed in un lampo ci trovammo all’ultimo giorno di Silvia in città, il giorno della partenza.

Un saluto al volo, sotto casa, incastrato in altri mille impegni e pensieri.
– Scendi, presto!
Arrivo che è già lì ad aspettarmi. Mi vede e mi corre incontro e mi abbraccia, accarezzandomi piano la schiena. Almeno 20 secondi o poco più, per poi allontanarsi un attimo e riabbracciarmi di nuovo, almeno altre due volte. Ogni volta sento che la sua stretta diventa più decisa e calda, alzandosi un poco sulle punte per incastrarsi meglio. Dietro le spesse lenti, due occhi piccoli e umidi mi scrutano seri. Mentre mi racconta i preparativi si sfila gli occhiali un paio di volte ed ogni volta immagino di scomparire dalla sua visuale.

Mi spiace che sia finita così, che non siamo riusciti a salutarci al meglio, ma il tempo è sempre poco per fare qualsiasi cosa
– Ma quindi quanto dovresti stare via?
– Un anno, almeno
Il mio cuore in quel momento manca un colpo.
Mi avvicino d’istinto per darle un bacio su una guancia, lei mi ringrazia con un altro abbraccio. Ora invece batte all’impazzata, come il suo. Chiudo gli occhi per un attimo e mi accorgo che il profumo della sua felpa, del suo collo, della sua pelle, mi stanno entrando nel cervello e nei ricordi.
Non mi ricordo un abbraccio così.
– Silvia, su che è tardi!
– Arrivo, arrivo. Marco, conosci Simona?
– Solo per fama, molto piacere
Gli stringo la mano e sorrido, lui è il fortunato che dorme con lei già da qualche anno e che viaggerà con lei e potrà stare con lei in questo periodo e forse anche di più. Ma non è colpa sua, non lo odio, anzi, deve essere il suo custode per tutto il tempo che non la vedrò, gli auguro tutto il bene che posso.

– Bene… Si fa per dire… Ora devo andare
– Sì
La guardo per un attimo prima che si volti fuggendo via dalla mia vita, dritta negli occhi. Se è vero che c’è questa sintonia tra di noi, che mi legge dentro, che non è solo frutto della mia fantasia, sicuramente può capire quello che le sto dicendo, senza parlare.
Un ultimo saluto ed un ultimo breve abbraccio mentre mi sussurra, piano in un orecchio, che solo io potessi sentire, “anche io” e scompare su per le scale.

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