Risposta a una Sentinella in Piedi

sentinelle in piedi
sentinelle in piedi

Gentile Signor/a Sentinella,

stavolta siamo noi a risponderLe in vece del signor Luca. Le rispondiamo in primo luogo perché ci piace avere un dialogo con gli utenti, e in secondo luogo per mostrare ancora una volta tutte le evidenti contraddizioni del suo pensiero, contraddizioni che rischiano non solo di sminuire lo stesso ma anche di essere alla base di un vero e proprio attacco alla libertà di vivere pienamente una condizione personale che non si ha scelto.

In primo luogo, Lei si riferisce al movimento delle “Sentinelle in Piedi” caratterizzandolo come movimento “apolitico”. Potrà anche darsi che il movimento non abbia nessun contatto diretto con partiti politici, ma questo non vuol dire che non abbia una sua posizione che vorrebbe qualificarsi come capace di condizionare l’attuale realtà sociale, giuridica e anche normativa italiana: in questo il movimento è squisitamente e profondamente politico, in quanto portatore di idee politiche.

In secondo luogo occorre trattare del punto dirimente nella diatriba tra quelli che la pensano come noi e le cosiddette Sentinelle, ovvero il principio, a nostro parere paradossale per non dire folle, per cui una potenziale legge contro l’omofobia toglierebbe diritti al posto di difenderli. Tutto parte infatti dal concetto di libertà: la libertà è un elemento necessario ma limitato dalla libertà altrui, secondo un principio del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Tale principio, che ci deriva in parte dalla cultura giudaico-cristiano, in parte dalla filosofia greca, e in larga parte dalle grandi conquiste che ha portato l’illuminismo, si deve qualificare come valore fondamentale alla base di tutti gli ordinamenti, compreso il nostro. Ebbene, a proposito di libertà di espressione, il nostro ordinamento ha già parecchie disposizioni che ne determinano limiti per tutelare l’onore, il decoro, o l’integrità morale del terzo, innanzitutto nella legge penale. È forse un attentato alla libertà di espressione prevedere una fattispecie che punisca l’ingiuria?? È forse un attentato alla libertà di espressione sanzionare la diffamazione?? Eppure anche qui di libertà di espressione si tratta. Ma di libertà che va a ledere il decoro, l’onore, l’integrità psichica e morale di un terzo soggetto e, che, quindi, va oltre i limiti del rispetto altrui. Esiste inoltre la legge Mancino. Questa legge, la n. 205 del 25 giugno 2003, è stata molto discussa, perché va a punire non solo gesti e azioni, ma anche slogan inneggianti al nazifascismo, e l’incitamento alla violenza per discriminazione per motivi, razziali, etnici, religiosi o nazionali. In pratica la ratio della norma è non permettere che un soggetto venga leso nella sua integrità, partendo in primo luogo dal presupposto che le parole sono pietre, e che dalle parole possono nascere azioni così come da semi marci nasce la malerba, e in secondo luogo dal fatto che le stesse parole (esattamente come nell’ingiuria e nella diffamazione) possono essere suscettibili di ledere l’integrità dell’individuo offeso. Perché allora non le si punisce come mera offesa (diffamazione o ingiuria che sia) ma si evidenzia il fattore discriminazione? Non certo per una discriminazione all’incontrario, come spesso la si chiama. Ma perché l’offesa è doppia: a me come uomo, a me come uomo parte di una minoranza, che spesso è soggetta a sevizie, violenze fisiche e psichiche, discriminazione che porta chi la subisce a sentirsi in condizione di impotenza e inferiorità. Se quindi c’è una doppia offesa, a che titolo dovrei punirne solo una? La risposta è nel vento, diceva Bob Dylan.

In terzo luogo, non si capisce ancora come mai, se la sua e quella del movimento è una battaglia in nome della libertà di espressione e contro il pensiero unico dogmaticamente imposto dai Crudeli Inquisitori d’Arcobalen Vestiti, lei stesso si curi di parlare in senso contrario al matrimonio paritario, aspetto che c’entra ben poco con la fantomatica battaglia per la libertà. Nel merito, non v’è granché da rispondere sul paragone tra il matrimonio paritario e il matrimonio poligamico tra un tizio e le sue cinque mogli, e magari anche tra l’uomo che si vuole sposare con la propria Porsche, del gatto che si vuole sposare con la volpe, e del giardiniere che si vuole sposare col tosaerba. Qui si evidenzia infatti una spiccata malafede, davanti alla quale non si può che prenderne atto: perché due persone sono due esseri coscienti e consenzienti, liberi nella loro decisione di addivenire al matrimonio, rispettosi della propria pari dignità (pari dignità e pari coscienza e mutuo consenso che non vi sarebbero tra un sultano e le sue cinque sottomesse concubine, tra l’astronauta sociopatico e la sua meteora preferita o tra l’arrapata gattara pazza che si vuole sposare con un giovane soriano). Quello che ci dobbiamo chiedere è: quali motivazioni contro il matrimonio omosessuale? Se la nostra libertà si ferma dinanzi alla lesione della libertà altrui, chi sarebbe leso da una decisione favorevole in tal senso? E anche qui, “the answer is blowing in the wind”.

Per quanto certe idee possono essere considerate pazzesche, nessuno vuole portare in tribunale chi le ha e chi le espone; nessuno porterà in tribunale chi argomenterà la propria pur assurda contrarietà ai matrimoni paritari. A patto che i discorsi non siano evidentemente diretti a offendere l’onore e il decoro e quindi l’integrità morale di determinati soggetti, magari determinandosi come vere e proprie istigazioni alla violenza. Qual è il confine? C’è un principio di offensività nel nostro ordinamento penale, che determina la differenza tra vero reato e c.d. reato impossibile (non c’è nessun reato se un fatto non è suscettibile di arrecare offesa), offensività che si avrà a seconda del modo in cui ci esprime, e delle condizioni di luogo, tempo, autore, destinatario. Lasciamo decidere la cosa, con un’analisi caso per caso, a chi ne sa un po’ di più, magari a un giudice, e certo nessun pm aprirà un procedimento penale se PincoPallo dice che per lui la famiglia è solo quella composta da uomo e donna che copulano solo dopo 4 anni di matrimonio nel buio delle notti di novembre e sentendosi tremendamente in colpa.

Per concludere, la cosa a parere di chi scrive peggiore dei suoi discorsi sta nel paragone tra il rapporto omosessualità/matrimonio, e il rapporto inabilitàfisica/sport. A parte che ci sono eccellenti giocatori di basket che a prima vista non dovrebbero essere considerati cosiddetti soggetti “abili”, ma non è questo di cui stiamo parlando ora. Il punto è che non ESISTE un’inabilità dell’omosessuale a sposarsi con un altro omosessuale, dell’uomo con l’uomo, o della donna con la donna. Entrambi sono grandi, maturi, capaci di esprimere un consenso. Se nel basket l’ostacolo è l’altezza, in questo caso quale sarebbe l’ostacolo?
Glielo possiamo dire noi: tutti coloro che entrano prima dello scambio dell’anello a interrompere le nozze gridando “Mi oppongo!!!!”, pretendendo di non essere agguantati dai parenti che assistono alla cerimonia per essere mandati via a calci nel loro intattissimo derrière.

Non pretendiamo di averLe fatto cambiare idea, anzi, probabilmente non l’abbiamo fatto. Ma confidiamo di averLe messo qualche pulce nell’orecchio; perché noi non abbiamo mai smesso di avere speranza.

 

S. K.

 

 

Qui riportiamo il commento del signor Luigi alla nostra pubblicazione “Cara Sentinella… ti racconto la mia storia” (leggi articolo qui >>)

Gentile signor Luca
Non so se la sua lettera prevedesse una risposta, o se la lunga serie di “mi spieghi perché?” che essa contiene, siano solo un artificio di stile a cui non corrisponde nessun desiderio di sapere nulla della posizione altrui.
Del resto, la lettera è piena di certezze, di petizioni di principio, di affermazioni fatte anche per l’altra parte, su cui lei mi sembra convinto di sapere tutto, di saperne più di noi, sa perfino quale è “la dottrina che noi profetizziamo”, mentre io non sono nemmeno sicuro di aver capito di che sta parlando.
Intanto mi dai informazioni sulla tua parrocchia e esprime certezze sulla mia, seguite da una lunga lezione di catechismo, che di questi tempi sembra andare di gran moda, anche se lei si premura di specificare che trattasi del “suo Dio”. E già cominciamo male, dato che le sentinelle sono un gruppo aconfessionale (oltre che apolitico), per quel che lei ne sa, io potrei essere musulmano, cattolico, ateo o evangelico, e comunque visto che non conosco in tutta Italia una sola parrocchia che abbia ospitato o incoraggiato le Sentinelle, può capire che delle parrocchie, e dei parroci (auguri al tuo!) ci interessa tra il poco e il nulla.
Poi lei è certo che noi stessimo “manifestando contro i suoi diritti”, dal che si deduce che non ha letto o sentito per cosa stessimo manifestando oppure che da per certo che noi si sia dei bugiardi. Se avesse scorso qualcosa del materiale distribuito nella manifestazione, o magari sul nostro sito internet, avrebbe letto che nella lunga lista di quelli a cui della tua sessualità non importa un fico secco noi siamo in prima fila, e che poche cose sono più lontane dalle nostre idee che “dirle come deve vivere”. Nessuno ha la minima voglia di uscire di casa per manifestare “contro qualcuno”, anche se vedendo gli anarchici e gli squadristi del 5 ottobre scorso, devo dire che la regola ha delle eccezioni. Ho visto puro odio, condito da una assoluta impermeabilità a qualsiasi forma di ragionamento.
Perché vede, di cosa porti la gente in mezzo alle gambe ci interessa meno di niente, ma di quel che hanno in mezzo alle orecchie ci interessa tantissimo, se manifestiamo, e se affrontiamo la certezza degli insulti e la probabilità delle botte, è affinché la gente pensi.
Pensi ad esempio a quanto hanno ingannato chi ha scritto questa lettera, se l’hanno convinto che con l’approvazione della legge contro cui ci battiamo (perché è PER QUESTO che stavamo manifestando), la sua vita sarebbe stata in qualche modo diversa e migliore, il che non è vero per nulla, perché non è togliendo diritti agli altri che se ne guadagnano per la propria causa, e quella legge ci sembra particolarmente infame perché toglie diritti a tutti e non ne aggiunge a nessuno.
Ovviamente non sto dicendo che sugli altri argomenti siamo d’accordo. Personalmente sono favorevole a una buona legge sulle unioni non familiari che regoli , per chi vuole, diritti e doveri delle convivenze non basate sul matrimonio, ma se stiamo parlando, come mi capita spesso di sentire, di persone escluse da eredità o da informazioni mediche in ospedale, per questo basta e avanza un regolamento, è già quasi troppo una legge ordinaria, figuriamoci sfasciare la Costituzione.
Perché, vede, di questo e solo di questo ci occupiamo, di diritto e di politica, di scelte tra una legge e un’altra.
E la legge, (anche se la gente accecata dalla melassa sentimentale dei nostri tempi sembra averlo dimenticato), non si occupa minimamente della felicità o della tristezza di noi cittadini. Il matrimonio non è “il coronamento dell’amore” è una istituzione, un patto giuridico che lo Stato protegge per motivi che non hanno NULLA a che fare con l’amore, l’odio o la sopportazione dei coniugi, se si amano felicemente o si detestano disperatamente, questo è del tutto irrilevante. In diritto amore (felicità men che meno) e matrimonio sono due piani che non si conoscono tra loro, dove c’è amore c’è amore, dove c’è matrimonio c’è matrimonio. Certamente può amare chi vuole e vivere (indisturbato!) con chi le pare meglio, e certamente la legge dovrebbe regolare meglio la situazione di chi (pochissimi, una minoranza di una minoranza) vuole dare forma e protezione legale al suo convivere, certamente nessuno di impedisce di andare in uno dei 19 paesi al mondo (
su 221) che chiama matrimonio due uomini che vogliono vivere insieme, come nessuno le impedisce di andare all’estero a comprare un kalashnikov con munizionamento da guerra, ma se posso, farò tutto il possibile perché qui la Costituzione resti integra e le leggi lo impediscano.
Non certo perché io odi o disprezzi le persone che hanno orientamenti (è questa la parola giusta?) simili ai suoi, ma perché nel diritto la forma normativa si deve modellare sulla realtà, oppure fronteggiare il disastro. I paesi che hanno deciso, credendo alla fanfaluca delle “discriminazioni” (argomento che ha valore su altro, ma non su questo) e hanno tagliato il nodo di Gordio nel modo peggiore, todos caballeros e matrimoni per tutti, adesso si trovano davanti alle proteste, GIURIDICAMENTE INECCEPIBILI, di chi vuole sposare cinque o sei persone, o fare famiglie multiple tanti di qui e tanti di là, o sposare la propria moto, il proprio allevamento di api, se stessi (cronaca delle ultime settimane) o la propria stella (del cielo) preferita.
Una volta stabilito per legge che la famiglia non è quella cosa che è sempre stato, ma invece è famiglia qualsiasi cosa il cittadino desidera chiamare così, allora non si può più discriminare nulla. Per questo non accettiamo il termine “famiglia tradizionale”, ma quello di famiglia naturale, dato che per chi dà per assodata l’inferiorità delle donne, una famiglia con sei mogli può anche essere tradizionale, ma naturale non sarà mai, anche se per la stragrande maggioranza delle persone è molto più naturale sposare sei donne che un uomo.
E se TUTTO è famiglia, allora NIENTE è famiglia.
Se lei considera i tuoi affetti come una famiglia e li chiama così, tutto è ok, nessuno può avere nulla da dire, ma se vuole una legge che scardini per tutti l’istituzione famiglia, chiedo il permesso di dissentire senza essere portato davanti al giudice con le manette ai polsi (galera fino a 18 mesi per reati di opinione, nemmeno a Teheran!).
Non tutte le discriminazioni sono ingiuste o evitabili,
discriminare tra un mafioso e un uomo onesto è giusto e necessario, discriminare tra chi ha l’Ebola e chi non ce l’ha è fondamentale, discriminare tra chi è cittadino (di qualunque colore) di una nazione e lo straniero (di qualunque colore) che non lo è, è il motivo per cui le nazioni esistono.
Non sempre è allegro, non sempre è (in astratto) giusto. Se io adoro il basket e la pallavolo, mi accorgo presto che se sono alto 1.65 per me non c’è futuro, per quanto grande sia la mia passione e il mio amore, la strada per il campo per me sarà sempre sbarrata, e non è colpa di nessuno, si chiama natura.
Certo, posso gridare alla discriminazione, comprare i dirigenti sportivi, minacciare gli psicologi dello sport perché si mettano dalla mia parte, e alla fine, magari, ottenere che il canestro e la rete vengano abbassati di un metro. Quella sarebbe senza ombra di dubbio la fine definitiva della discriminazioni verso gli innocenti come me che non hanno fatto nulla di male, e non hanno scelto di essere come sono.
E anche la fine assoluta del basket e della pallavolo.
Luigi