Essere naturisti non è semplice in nessun paese del mondo

Essere naturisti non è semplice in nessun paese del mondo

Innanzitutto occorre distinguere naturismo e nudismo: il nudista ama semplicemente stare nudo in mezzo ad altre persone nude; il naturista aggiunge a questo la ricerca di un miglior rapporto con la natura e di uno stile di vita sano. Per brevità parlerò solo di naturismo, ma quello che dico vale anche per il nudismo.

Il primo pregiudizio da sfatare è che il naturismo sia l’occasione per praticare delle orge. In realtà, nei campi nudisti si fanno le stesse cose che si fanno vestiti, con un’importante eccezione: le avances sono vietate.

Essere nudi significa infatti essere vulnerabili, ed un’avance che tra persone vestite si può facilmente rintuzzare, tra persone nude può essere allarmante.

Nei campi nudisti nascono certo delle buone amicizie, ma la “conoscenza” reciproca va approfondita altrove – ci sono dei gruppi Facebook e social network per naturisti, ma nella maggior parte di essi è vietata la ricerca di partner sessuali.

Chi desidera un partner naturista può trovare gruppi e social dedicati, ma deve togliersi dalla testa l’idea che lì dentro ci siano persone più “facili” che altrove – si può facilmente confrontare questa situazione con quella delle donne bisessuali, a torto ritenute più disponibili delle monosessuali.

Il naturismo, nel promuovere l’accettazione del proprio corpo (il che può anche migliorare la propria vita sessuale) ed un rapporto migliore con la natura, cerca di evitare le forzature.
Per esempio, i due amici (sono uniti civilmente) che mi hanno introdotto al naturismo, mi hanno spiegato che d’estate stanno in casa nudi, d’inverno vestiti, perché riscaldare il loro appartamento a 30° C sarebbe antieconomico ed antiecologico.

Nei campi nudisti è considerato normale stare nudi di giorno (quando fa caldo) e vestirsi la sera e la notte (perché fa freddo); e se un naturista deve vestirsi per proteggersi, non esita a farlo.

I problemi nascono perché la legge parte dal presupposto opposto a quello del movimento naturista – ovvero che la nudità sia sempre un approccio sessuale, del tipo che non si può compiere in luoghi non autorizzati dalla legge o dalla consuetudine, ed implica un consenso preventivo.
È facile notare che questo è uno dei presupposti della “cultura dello stupro”: quando una donna viene stuprata, si cerca sempre di darne la colpa all’abbigliamento, al luogo ed al momento in cui si trovava la donna, in quanto tutte queste cose avrebbero fatto credere allo stupratore che la vittima volesse lanciargli una proposta sessuale irrevocabile. Che questo sia assurdo lo affermano a sempre più gran voce le femministe – ma non conosco femministe che facciano il passo successivo: se l’abbigliamento o la sua mancanza in una donna non esprimono alcun consenso, nemmeno in un uomo la nudità è di per sé una provocazione.
A complicare le cose ci si mette il gran numero di donne vittime di stupri da parte di uomini – le devo capire quando reagiscono davanti ad uno sconosciuto nudo come se egli impugnasse un’arma carica; ma credo che il problema sia esacerbato dal fatto che raramente si vede un uomo nudo al di fuori di una situazione sessuale, e perciò la nudità maschile diventa per forza di cose sessualmente caratterizzata, e può ridestare le memorie del trauma.
Se invece vedere delle persone sconosciute nude fosse cosa abituale, i genitali non traumatizzerebbero nessuno – gli stupratori hanno anche una testa, ma non è che tutti gli uomini la nascondano per non spaventare le vittime di uno stupro!

Un problema simile si pone nei rifugi per donne maltrattate: oltre alle donne cis (donne a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita), devono accogliere anche donne trans no-op, che cioè hanno visibilmente ereditato i genitali dal babbo e non dalla mamma? Chi dice di no sostiene che le donne cis stuprate potrebbero sentirsi insicure in mezzo a persone dotate di pene; io ritengo l’argomento pretestuoso e scivoloso – se le donne di un rifugio fossero delle bianche razziste, sarebbero autorizzate a rifiutare le donne di colore perché il loro razzismo le fa ritenere un pericolo?

Ci si è chiesti se le persone Asperger siano più propense al naturismo – la sensazione è quella, ma non ci sono ancora statistiche attendibili; se la sensazione è corretta, la spiegazione potrebbe essere questa: le persone Asperger non amano i segreti (tanto per intenderci, Chelsea Manning non è solo trans, è stata anche diagnosticata Asperger), e non vedono motivo di nascondere il proprio corpo.

Ci sono associazioni naturiste che cercano l’alleanza con il movimento LGBTQIA+, e l’ANITA, a cui sono iscritto, ha partecipato al Pride di Milano del 25 Giugno 2017; ma i rapporti tra i due non sono così semplici.

Molti uomini gay sono anche naturisti, ed hanno imparato ad allargare le loro “conoscenze” frequentando i campi nudisti e rispettandone le regole a puntino; ho anche incontrato coppie lesbiche naturiste, ma una frangia del movimento LGBTQIA+ è insofferente del movimento naturista.
Si tratta delle persone che ricercano l’accettazione sociale, anziché la rivoluzione sessuale, e temono che sfidare il “comune senso del pudore” possa comprometterla; si fanno riconoscere perché ai Pride vorrebbero imporre un codice dell’abbigliamento troppo castigato pure per un colloquio di lavoro.

Io mi sento un vecchio rivoluzionario, anzi, uno che pensa che non ci sia motivo di proibire ciò che non fa male a nessuno, e che sia perciò il caso di perseguire efficacemente gli stupratori e non gli spudorati.

Gli esibizionisti sono un’altra cosa: loro esibiscono le proprie nudità per provocare sessualmente, e chi – non consenziente – si trova ad assistere ha il diritto di sentirsene offeso – non si tratta qui di naturismo, e la differenza è facile da capire, anche nel caso concreto.

 

Raffaele Yona Ladu

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