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Mohammed El-Gharani, 14enne nato da una famiglia ciadiana in Arabia Saudita, è in Pakistan per studiare inglese e informatica da pochi mesi quando viene rapito dall’esercito pachistano, venduto per 5mila dollari a quello afghano e consegnato ai soldati statunitensi come trofeo della “guerra al terrorismo”. Le forze americane lo portano nella famigerata prigione di Guantanamo, dove lo sottopongono a violenze fisiche e psicologiche indicibili. L’accusa assurda è di essere entrato a far parte di un gruppo terroristico a Londra nel 1993… cioè quando aveva appena sei anni!

Senza nessun processo, violando qualsiasi convenzione per i diritti umani e dei minori, per sette anni l’esercito e i servizi segreti statunitensi cercheranno di estorcergli con la tortura e l’umiliazione le confessioni più improbabili. Spesso le persone che lo interrogano e malmenano gli dicono esplicitamente che sanno che è innocente, ma continuano a fargli domande e violenza per il semplice motivo che, beh, è il loro lavoro, no? E anzi, essendo il ragazzino uno dei pochi prigionieri di origini africane, possono scatenare su di lui tutto il razzismo che covano dentro di sé.

Quando finalmente Mohammed può vedere un avvocato, dopo 7 anni di prigionia, il castello di carte delle accuse crolla subito e in maniera clamorosa. Il ragazzo, che ha passato un terzo della sua vita in un campo di torture fuori da ogni quadro legale, viene finalmente liberato, ma i problemi non finiscono qui: gli Stati Uniti, anche se ormai guidati da Barack Obama, non fanno nulla per aiutare Mohammed a ricostruirsi una vita, ma anzi, come denuncia Amnesty International, continuano ancora a imporre la persecuzione del ragazzo e della sua famiglia a tutti gli stati in cui transita in cerca di un po’ di tranquillità.

Il giornalista e ricercatore francese Jérôme Tubiana ha incontrato più volte Mohammed dopo la sua scarcerazione e ha raccontato la sua storia sulla London Review of Books nel 2011. Poi l’anno scorso, in collaborazione con il disegnatore Alexandre Franc e con il patrocinio di Amnesty International, ha trasformato questa testimonianza in una graphic novel che poche settimane fa Gribaudo ha avuto il merito di pubblicare anche in Italia con il titolo di “Il ragazzo di Guantánamo”.

Lo stile grafico dei disegni di Franc, che assoceremmo più a una storia comica che a una testimonianza di violenze, a prima vista sconcerta, ma in realtà è il più adatto a un’opera che, pur non rinunciando minimamente alla denuncia e non addolcendo di una virgola le vicende che racconta, riflette magnificamente il carattere di Mohammed. Il ragazzino non è un corpo inerme straziato dai soldati stelle e strisce, ma, spinto da una vitalità esuberante, diventa il leader di una ribellione commovente nella sua insolenza, con – per citare i suoi carcerieri –

incitazione e partecipazione a disordini collettivi, incapacità a seguire le istruzioni delle guardie e le regole del campo, uso inappropriato di fluidi corporei, comunicazioni non autorizzate, esibizione di genitali, distruzione di beni di proprietà del governo, tentativi di aggressione, aggressioni, parole e gesti insultanti.

Mohammed collezionerà una media di più di un rapporto d’infrazione disciplinare ogni due giorni.

Il ragazzo di Guantanamo

In un mondo che non funzionasse al contrario, un ragazzo con un desiderio di giustizia e di libertà così travolgenti sarebbe additato come un modello, mentre Mohammed è ancora oggi braccato nel mondo intero per l’unica colpa di essere stato perseguitato nonostante fosse completamente innocente. La sua vicenda mostra in modo semplice l’assurdità e la perversione della cosiddetta “guerra al terrorismo”. E il suo carattere indomito trasforma questa pur fondamentale testimonianza storica in qualcosa di addirittura più importante: un manuale di resistenza e libertà.

 

Pier

 

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