Già dal viaggio in treno con cui la scrittrice svedese Karin Tidbeck apre il romanzo “Amatka” (Mix Förlag 2012; traduzione italiana: Safarà 2018, 227 pp., 16 €), non abbiamo dubbi su quello che ci aspetta: un mondo (che non sapremo mai situare nello spazio e nel tempo) deprimente e depresso. Grigio. Eppure percepiamo subito un fremito sotterraneo, irrequieto e inquietante, che invoca liberazione o distruzione o entrambe.

Karin Tidbeck
Vanja – arrivata nella colonia di Amatka per svolgere una missione ben poco entusiasmante: un’indagine di mercato sui prodotti di igiene – sarà ospitata nella casa abitata anche da Nina, una ragazza con cui non scoppierà la passione (sentimento semplicemente impossibile nella claustrofobica realtà del romanzo), ma un legame. Amore? Affetto? Desiderio di non essere più sole?
Ad Amatka per i sentimenti e le relazioni non si spendono tante parole o tante energie. Esattamente l’opposto avviene per gli oggetti, il cui nome deve essere scritto e pronunciato continuamente: la materia è instabile e ciò che perde il nome perde la propria stessa forma.
L’esistenza umana si ritrova legata alla routine della “marcatura” è strutturata in una società rigida, burocratica, dall’atmosfera tipicamente sovietica. Nonostante questo Amatka è tutt’altro che un regime totalitario: si vota, si passa il tempo libero come si vuole e ci sono azioni (come il non fare figli o il frequentare determinati luoghi) malviste, ma non punite. E le relazioni omosessuali sono accettate con la stessa burocratica indifferenza riservata ai rapporti etero.
La vera, intollerabile nemica è la fantasia, una forza che destabilizza la materia, che porta al collasso della società e al caos e che ha già provocato la distruzione di un’altra colonia. La fantasia conduce lungo percorsi inesplorati e senza regole e così facendo allontana chi la esercita dalla propria stessa umanità, in un processo ambiguo che può essere letto come superamento dell’umano o trasformazione in mostri.
Lo scoprirà presto Vanja, personaggio apatico di un mondo apatico, protagonista passiva e spettatrice attiva di una rivoluzione spaventosa e affascinante. Una rivoluzione condotta da una minoranza stanca di doversi conformare, ma che mette in pericolo la sicurezza, le certezze e l’esistenza stessa di una maggioranza che invece vive (o sopravvive) bene.

È facile pensare che “Amatka” sia la grande metafora di qualcosa, ma è molto più difficile stabilire di cosa. Tidbeck sostiene di non aver voluto lanciare un messaggio politico, ma di aver solo voluto raccontare la forza (creatrice e distruttrice) della parola.
Il romanzo, in ogni caso, ci permette di sentire l’inquietudine di chi sente il proprio mondo minacciato da forze incontrollabili che destrutturano quelle che ritengono essere le basi stesse dell’esistenza. È una prospettiva che, per esempio, ci permette di riflettere con un unico sguardo tanto sull’orrore del binarismo di genere quanto sul terrore di chi nel superamento di quel binarismo intravvede un disfacimento di regole indiscutibili della realtà.
Pier


