Cara mamma, volevo solo giocare a pallone

Cara mamma, volevo solo giocare a pallone

Cara mamma, volevo solo giocare a pallone.
Volevo giocare a pallone quando mi vedevi fissare i bambini nei campetti, quando mi vedevi guardare mio fratello ai tornei estivi, quando chiedevo di andare a vedere le sue partite.
Volevo semplicemente giocare a pallone quando passavo le giornate in giardino, quando correvo nel fango e mi mettevo sempre la tuta.
Volevo fare solo uno sport, come tutti i bambini desiderano.
Purtroppo però questo sport per te era da maschi, e io non sono nata maschio. Non ho mai voluto essere un maschio, volevo solo giocare a pallone.

Il pallone era diventato il mio migliore amico, gli dedicavo le pagine del mio diario segreto, scrivevo che solo lui riusciva a capirmi. A tutti gli effetti era diventato il mio migliore amico, gli volevo più bene che alla mia migliore compagna delle elementari. Con lui mi sentivo capita, lui sapeva che mi faceva felice e io sapevo che era l’unico che mi tenesse vicina al calcio.
Non volevi mandarmi a giocare in una squadra, mi dicevi che sarei tornata sporca di mota come mio fratello, che è uno sport da maschi, che mi sarebbero venute le gambe storte. Nemmeno quando un allenatore mi disse di provare nella sua squadra di bimbi dicesti di sì, e babbo che ti seguiva perché “se la mamma non vuole che si deve fare?!”.

Io all’epoca – erano gli anni delle elementari – non mi chiedevo se esistessero squadre di calcio femminili. Con il senno di poi, sembra strano non aver avuto certi pensieri, ma io non riuscivo a pensare al fatto che ci fosse un mondo femminile calcistico. Per me il calcio era uno sport, e come tale era praticato da bambini, di qualsiasi genere fossero.
Non ho mai insistito tanto, dicevo solo: “ti prego mamma, mi piace! Guarda sono brava”, e poi ritornavo a giocare da sola.
Giocavo in giardino, immaginandomi gli spalti, fantasticando che gli alberi fossero i giocatori avversari e il mio cane l’arbitro. Partivo da un estremo, scartavo tutte le piante arrivando dall’altro lato facendo una specie di telecronaca e poi tiravo in una rete immaginaria. Ero pure brava perché facevo sempre gol!
Sì, ero brava, ma solo per me. Per gli altri no. Anzi per gli altri ero indifferente.
A volte giocavo a scartino con mio fratello, ma nessuno ha mai insistito tanto per farmi provare in una squadra, nemmeno lui che giocava davvero. Altre volte invece facevo fare il portiere a mia sorella, sperando che anche lei si appassionasse e diventassimo in due a chiedere di giocare. Non ci riuscii!

Avevo un sogno, un’immagine ricorrente, soprattutto quando pioveva. Immaginavo di essere in un campo da calcio, sotto la pioggia, di sentire il rumore del pubblico, di poggiare con forza un piede sul campo erboso e legarmi la scarpetta, legarmela bene per giocare al meglio, mentre l’adrenalina mi riempiva il cuore e i polmoni. Pensavo spesso all’erba verde dei campi, …la adoravo!

Quando andavo a vedere mio fratello giocare, dopo che la partita era finita, spesso i bambini che erano andati a vedere i fratelli entravano in campo a fare un po’ di passaggi con altri amici o genitori. Anche io avevo sempre una voglia tremenda di entrare e giocare con qualcuno, anche con mio babbo, ma lui non mi invitata ad andare e io non dicevo niente. Mi pare di ricordare, ma non sono sicura, che una volta mi unii a dei bambini che si passavano la palla e uno mi disse che ero una bambina quindi non sapevo giocare. Non so se sia vero sinceramente, non riesco a capire se sia frutto della mia fantasia o sia un ricordo distorto di qualcosa di simile accaduto in un altro contesto.

I palleggi erano il mio chiodo fisso. Mio fratello ne faceva più di cento, io al massimo 20. Non era giusto!
Ai tempi delle medie, fortunatamente avevamo un bravissimo professore di educazione fisica che ci permetteva di giocare a quello che volevamo. Naturalmente quasi tutti i maschi si riversavano sul campo da calcio della scuola, io e altre ragazze andavamo con loro. Alle altre non piaceva il calcio come a me, ma erano contente di giocare con i compagni. In quei tre anni ho avuto modo di giocare abbastanza spesso, anche se solo a scuola, e i miei compagni mi facevano i complimenti per come giocavo, sebbene qualche battutina sul fatto che fossi una ragazza spesso gli usciva.
Avevo imparato benino a giocare, perché osservavo di frequente mio fratello e cercavo di rifare quello che vedevo, e poi passavo le giornate a praticare in giardino da sola, che ci fosse il sole, il vento o la pioggia. Quindi ero “allenata”.

Purtroppo però non mi sono mai sentita all’altezza. Mai, mai, mai mi sono sentita come i bambini che giocavano in una squadra e questa sensazione mi accompagna tutt’ora, forse, oserei dire, in tutto ciò che faccio. Non mi ha mai abbandonato la sensazione di sentirmi meno degli altri, di non essere come loro. Terminate le scuole medie, ho smesso quasi del tutto di tirare calci al pallone, perché ormai era andata così. Il mio destino era stato quello di non poter giocare, allora era così che doveva andare. Forse perché era un’età in cui i bambini che avevano cominciato molti anni prima di me ad allenarsi in una squadra erano ormai diventati abbastanza bravi e io avevo paura di non essere come loro, perché non avevo alle spalle i loro anni di pratica e di tecnica.
Ricordo che un giorno, alle scuole superiori, mi misi a fare a scartino con una mia compagna di classe appassionata anche lei di calcio. Non vide mai la palla e mi sentii fiera di me stessa, mi dissi “non sono poi così male!”.

Alla fine, le scarpette me le sono legate davvero su quell’erba che sognavo. Sei anni fa, grazie anche al mio migliore amico, ho giocato in una squadra di calcio femminile. È stato l’inizio di una nuova vita. Non ho mai smesso di sentirmi inadeguata, a volte anche senza motivo, meno degli altri, carente nella tecnica, nella forza, nella precisione. Ma stavo giocando e cavalcavo i campi da calcio come avevo sempre sognato. Non potevo farmene una colpa. La velocità era il mio punto forte, essendo molto veloce, mi sentivo gratificata quando arrivavo prima delle altre sulla palla. Il mio sogno è durato solo quattro anni e mezzo, perché oramai avevo un’età che mi comportava degli impegni di studio e lavorativi a cui purtroppo si deve dare priorità. Non me li dimenticherò mai quegli anni. Dalle scarpette celesti e arancioni alle scarpette blu, dalle scarpette nere e gialle a quelle nere e arancioni.

Quando giocavo, cara mamma, non sei mai venuta a vedermi. Dicevi che non ti piace vedere le partite perché quando giocava mio fratello c’erano sempre le mamme degli altri che urlavano come pazze e litigavano. Io ti assicuravo che durante le mie partite non succedeva, che almeno una volta saresti potuta venire visto che me l’avevi negato per tutta l’infanzia. Non ti ho mai visto.
Cara mamma, stavo solo giocando a pallone.

 

Ginevra Campaini

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.