In Italia non è ancora possibile attribuire liberamente il cognome della madre al figlio. Questo divieto, definito maschilista da molte donne, potrebbe ben presto decadere.
L’Italia è un Paese tradizionalista, il cui nucleo pulsante è la famiglia. Il sogno dell’italiano medio è di avere una moglie, una casa, un lavoro e della prole, quest’ultima possibilmente di sesso maschile. La speranza di avere un figlio maschio non è priva di fondamento, se si considera che a tramandare il cognome e quindi continuare la stirpe di una famiglia sono proprio i maschi. Questo modello è di chiaro stampo patriarcale, uno schema che poteva andare bene nell’amaro Novecento ma che risulta inappagante nel terzo millennio: la famiglia da unica e monolitica è divenuta plurale, inclusiva e paritaria. La donna ha acquisito maggiori diritti e possibilità, allineandosi in quanto a dignità alla sua controparte maschile. Alla luce di ciò, non desta sorpresa che più di una persona senta il bisogno di attribuire o di farsi attribuire il cognome materno.

Cosa dice la legge italiana.
Ma in Italia è possibile attribuire il cognome materno ai figli? Secondo l’articolo 262 del Codice civile se il figlio viene riconosciuto contemporaneamente da entrambi i genitori, gli viene attribuito automaticamente il cognome del padre. Questo imperativo categorico dal sapore maschilista si può ovviare ma solo in determinate situazioni: la legge italiana, infatti, permette al singolo cittadino di poter fare domanda di cambio cognome alla Prefettura competente. Ottenere un cambio cognome sfruttando questa strada è tuttavia molto difficile, poiché è il singolo Prefetto a vagliare la domanda e a pronunciarsi in merito. In più, come riportato nei siti ufficiali delle Prefetture, l’istanza di cambio cognome deve essere supportata da fatti rilevanti. La modificazione del proprio cognome per fini affettivi viene pertanto spesso respinta.

C’è chi dice no.
Il malcontento per questa disparità tra padre e madre è dinamicamente montata sul suolo nazionale, raggiungendo ben presto la Corte europea dei diritti dell’uomo. Con la sentenza “Cusan e Fazzo c. Italia” del 2014, la CEDU ha ufficialmente condannato l’Italia per la politica discriminatoria circa l’attribuzione del cognome ai figli, sottolineando l’importanza di scelta del solo cognome materno. L’effetto di questa condanna in Italia si avverte solo due anni più tardi, nel 2016, quando la Corte Costituzionale emana una sentenza in cui si permette la sola aggiunta del cognome materno al nascituro e solo in caso di comune accordo tra i genitori.
Proposte di legge vecchie e nuove.
Senza una legge apposita, i cittadini hanno dovuto dunque ricorrere alla generica istanza di cambio cognome ed appellarsi alle sentenze di corti e TAR. Qualcosa tuttavia si sta muovendo in questi anni: nel 2014 la democratica Gavarini ha firmato un’iniziativa parlamentare sul tema. L’atto del Senato numero 1628 ha avuto un iter lungo e con la fine del Governo Gentiloni è stato archiviato. Attualmente esistono ben cinque iniziative che riguardano l’attribuzione del cognome materno, per minorenni e maggiorenni: la proposta di legge di Boldrini, la proposta di legge Gebhard, l’iniziativa parlamentare di Unterberger, l’iniziativa parlamentare di Gavarini e l’iniziativa di Maiorino.
La legge Cirinnà e il cognome comune.
La questione del cognome da attribuire ai figli ha riguardato per un determinato lasso di tempo anche le coppie omosessuali: la legge Cirinnà originariamente prevedeva l’adozione di un cognome comune, da tramandare alla prole, che avrebbe modificato l’identità del coniuge con cognome diverso. Tale norma è però stata depotenziata dai decreti attuativi del Ministro della giustizia Orlando, che ha vietato la modifica anagrafica del coniuge. Tale decisione ha causato la cancellazione del cognome comune in centinaia di coppie che si erano già unite civilmente.
Ottenere il cognome materno per i propri figli e per sé stessi è ancora difficile e burocraticamente frustrante. La situazione tuttavia sembra in miglioramento e di certo l’Italia, Paese europeo ed occidentale, non può continuare ad ignorare il progresso che avanza.
Emanuele Longobardi




