Non sono una persona che adotta posizioni facili da condividere (grazie all’autismo), ed una di esse è l’essere sex work-positive, ovvero sostenere i diritti di chi pratica il sex work, e distinguere attentamente il sex work(praticato per scelta, e da liberalizzare) dal sex trafficking (praticato per costrizione, e da punire).
Sex work non è semplicemente il nuovo nome del meretricio – il/la prostitut@ offre orgasmi a pagamento, il/lasex worker offre esperienze sessuali in senso più ampio, e della categoria fanno perciò parte anche le persone che fanno lo spogliarello, ballano danze erotiche, girano film pornografici, si esibiscono davanti alla webcam, rispondono a telefoni erotici.
E molte persone che praticano il sex work sono di genere maschile – questo confuta l’idea che il sex work sia la forma più antica di oppressione dell’uomo sulla donna, in cui l’uomo è il committente/oppressore, la donna l’esecutrice/oppressa.
Non mancano nemmeno le committenti di genere femminile (quante donne, specialmente se appartenenti a minoranze sessuali, ammettono di guardare film porno, cercando magari quelli di proprio gusto?), a dimostrare che il sex work, se è un problema, è innanzitutto un problema di rapporti di potere (come in qualsiasi rapporto di lavoro), e solo secondariamente un problema di rapporti di genere – con le donne che vengono costrette ad un ruolo subordinato nel sex work allo stesso modo in cui sono costrette nella società in generale.
Trovo più ragionevole paragonare il sex work all’omosessualità maschile nell’antica Grecia e Roma, ed anche nelle società islamiche precoloniali: in tali società a chi penetrava veniva attribuito un ruolo dominante, ed a chi riceveva un ruolo sottomesso – pertanto veniva onorato il penetrante/attivo/top e disprezzato il ricettivo/passivo/bottom, anche se non c’è un motivo indipendente dalle convenzioni sociali per giudicare le due figure diversamente.
Lo aveva dimostrato Caio Giulio Cesare, uno degli uomini più potenti del mondo, prototipo non solo del bisessuale, ma anche del “versatile”, schernito come “la moglie di tutti i mariti ed il marito di tutte le mogli”, ed a cui il poeta veronese Caio Valerio Catullo aveva dedicato il Carme 93, che diceva: “Non mi sforzo affatto, Cesare, di piacerti / né di sapere se sei uomo bianco o nero”, carme che secondo Eva Cantarella va interpretato come una feroce invettiva sessuale: “bianco” e “nero” sarebbero da intendere in questo caso come “top” e “bottom”.
Molte persone insistono a trattare il committente di esperienze sessuali come in quelle società si tratta il “top”, ritenendolo per forza di cose arrogante, oppressivo, stupratore compulsivo, circonventore d’incapace, ed a trattare l’esecutor@ di esperienze sessuali come in tali società si tratta il “bottom”, il quale sarebbe debole, vittimizzato, incapace di difendersi, da salvare ad ogni costo.
Potete trovare “penetranti” e “riceventi” così, ma non è affatto la regola generale, specialmente nelle società che hanno superato questa divisione dei ruoli imposta loro dall’eterocispatriarcato omofobo; il sex work non viene disprezzato perché intrinsecamente degradante, ma perché è una delle poche occasioni rimaste alla sessuofobia della nostra società di limitare la vita sessuale delle persone.
E questo crea una profezia che si autoavvera: se il sex work è ritenuto degradante, vi partecipano (come committenti od esecutori) solo persone disposte a questa degradazione, e magari inaffidabili come amici, lavoratori, partner, soci in affari, eccetera. La recente sentenza della Corte Costituzionale si pone sulla medesima linea: poiché il/la sex worker è costrett@ a questo mestiere più di chi ne scegli un altro, e gli/le è difficile evitare clienti pericolosi, bisogna tutelarl@ anche a costo di trattarl@ come etern@ incapace.
La Bibbia ebraica non è sempre un concentrato di saggezza, ma spesso esplicita molto bene quello che nella nostra società è diventato senso comune; leggiamoci quindi Levitico 19:29: “Non profanare tua figlia, prostituendola, perché il paese non si dia alla prostituzione e non si riempia di scelleratezze”.
La parola ebraica “zimmah”, resa dal traduttore cristiano [Nuova Riveduta] con “scelleratezza”, merita un approfondimento: nell’ebraico contemporaneo vuol dire semplicemente “lascivia”, ma in altri passi biblici la parola va intesa come “intento malvagio”, non solo di tipo sessuale – e difatti la LXX la rende in questo caso particolare con “anomìa = mancanza di norme, sregolatezza”.
Infatti Shadal [Samuel David Luzzatto – 1800-1865] la interpretò nella sua traduzione dall’ebraico come “turpitudini”, e Dario Di Segni a sua volta come “immoralità”, non limitandosi all’accezione sessuale dei termini.
Perciò il brano non si preoccupa delle conseguenze della prostituzione sul committente o sull’esecutrice, ma solo del rischio dello sfaldamento delle norme sociali che può provocare, tantopiù che i rabbini hanno poi definito come prostituzione ogni rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, indipendentemente dall’eventuale pagamento.
Va precisato che l’ebraismo condanna la prostituzione solo dal punto di vista etico, non giuridico – per la donna nubile (salvo una particolare eccezione: Levitico 21:9) prostituirsi è lecito; per quanto riguarda il cattolicesimo, la lettura attenta di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino mostra che essi consideravano la prostituzione un fenomeno inevitabile da circoscrivere, non un pilastro dell’ordine sociale – cosa che un teologo cristiano non potrebbe mai sostenere, checché ne dicano i/le femminist@ inespert@ di teologia.
Il sex work non è quindi il pilastro dell’eterocispatriarcato – lo è la sessuofobia che ritiene necessario reprimere in qualche modo la sessualità per legittimare l’arbitrio delle norme sociali che vietano anche ciò che non nuoce al prossimo.
L’ultima frontiera delle persone sex work-negative è il “modello nordico”: non si puniscono le prostitute [sic], si puniscono i clienti [sic]. Oltre a perpetuare la concezione erronea ed omocancellante, per non dire omofoba (in quanto trascura il vasto fenomeno degli uomini che si prostituiscono ad uomini, ed il non trascurabile fenomeno delle donne che si prostituiscono a donne) per cui il meretricio è un problema di genere e non di potere, ed a cristallizzare le prostitute (anche Madame de Pompadour?) nel ruolo di vittime ed i clienti (anche quelli con gravi disabilità?) nel ruolo di oppressori (nel caso in cui sia vero, si tratterebbe di sex trafficking, non di sex work), rende il meretricio più pericoloso, in quanto soltanto chi non ha niente da perdere si rivolgerebbe ad una prostituta, e maggiori sono le pene comminate ai clienti, maggiore è il rischio che la prostituta venga messa a tacere con ricatti od in modo definitivo.
Le leggi che in alcuni paesi puniscono perfino le piattaforme informatiche che consentono ai/alle sex worker di contattare e scremare i/le clienti, di sostenersi a vicenda, e creare delle liste nere di clienti infidi o pericolosi, non sono state efficaci contro la tratta (o sex trafficking), ed hanno messo in pericolo molt@ sex worker costrett@ a tornare in strada ed esporsi lì, anziché valutare il/la cliente dallo schermo del computero smartphone prima di sceglierl@.
Inoltre il “modello nordico” non è intersezionale: non tiene conto che esistono molte persone, anzi, categorie di persone, che la voce pubblica taccia di meretricio – frequentarle anche solo come amiche rischia, in un paese a modello nordico, di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine, che possono pensare che quella che sembra un’amicizia sia in realtà un meretricio. E se scoprono che i rapporti sessuali ci sono davvero (perché escluderlo a priori?), si rischia di dover dar conto anche dei centesimi dati in elemosina in chiesa (io ho una contabilità tanto pignola, ma la maggior parte delle persone no) per dimostrare che pagamento non c’è stato.
Questo modello non insegna ai maschietti a tener chiusa la braghetta, rende invece radioattive (cioè infrequentabili) tutte le persone che possono sembrare delle prostitute – le persone LGB che hanno un’espressione di genere atipica ne sanno qualcosa. Ed anche il muratore o l’idraulico o l’elettricista che venissero in casa loro per un lavoro potrebbero essere sospettati di essere stati pagati in parte in denaro ed in parte in natura – per cui le loro case diventeranno presto dei tuguri.
Inoltre, non è così facile separare stigmatizzazione e compassione, ovvero punire i/le committenti e sostenere i/le esecutor@, come mostra il documentario Svezia: dove le prostitute non esistono (Francia 2017 – sottotitoli in italiano), in cui si narra la sventurata storia di “Jasmine Petite”, all’anagrafe Eva-Marree Kullander Smith, uccisa l’11 Luglio 2013 dal suo ex compagno e padre dei suoi bimbi, Joel Kabagambe.
Ella lo aveva abbandonato perché era sempre più violento, ed era diventata una sex worker per mantenere i figli, ma avendone parlato con la cugina, quest’ultima riferì ai servizi sociali, i quali la classificarono come “irresponsabile”, le tolsero senz’appello la potestà genitoriale ed affidarono i figli di lei proprio al padre, “uomo violento dal passato torbido”, che in un incontro con lei ed uno dei bimbi nella locale sede dei servizi sociali, la trafisse con 32 coltellate uccidendola – come in molti femminicidi, la donna aveva cercato più volte di mettere in guardia le autorità da lui, prevedendo perfino il modo in cui egli l’avrebbe uccisa, ma esse non la protessero.
Il ragionamento dei servizi sociali svedesi, ispirato dal “modello nordico”, dev’essere stato che i peccati di figa valgono più di quelli di pistola, per cui meglio affidare dei bimbi ad un padre violento che lasciarli con una madre sex worker. È femminismo questo? Od un patriarcato a 24 carati?
Tra l’altro, la mamma si era premurata di precisare che aveva esercitato solo per 2 settimane, incontrando in esse 5 clienti – eppure questo era bastato per marchiarla a fuoco.
Come ripeterò più tardi, il “quanto a lungo” e “con quante persone” per me è irrilevante: dal momento in cui una persona prende la decisione di diventare un@ sex worker, questo le cambia il modo di pensare durevolmente (se non definitivamente), prima ancora che cominci l’effettivo esercizio della professione; però è notevole che questo breve esercizio sia bastato a “marchiarla” – il “modello nordico” incarnato in questo caso assomiglia tremendamente a quello fascista pre-Legge Merlin, in cui alle prostitute veniva scritta esplicitamente la professione sulle carte d’identità.
Questa per le italiane era la garanzia che da allora in avanti esse non avrebbero più potuto lasciare il sex work – per la svedese è stata la motivazione per la perdita definitiva della potestà genitoriale, congiunta con il fatto che non ha mai accettato di recitare la parte della Maddalena pentita: ha sempre detto che si era prostituta, aveva smesso (il che voleva dire che aveva fatto tutto di sua volontà), ma non rinnegava questo. Questo significava confutare la narrazione sottesa al “modello nordico” per cui le sex worker sono sempre donne perdute da redimere, e non soggetti che fanno le loro scelte.
È inutile dire: “Multiamo ed imprigioniamo i clienti e non le prostitute”, se queste ultime vengono comunque soggette a conseguenze gravi ed irreversibili, qualunque siano le loro future scelte di vita.
Passando al “modello tedesco”, si afferma che è fallito nel reprimere la tratta e dar potere alle sex worker; in realtà non c’è stata in Germania una vera liberalizzazione del sex work, in quanto ai quartieri a luci rosse (e ad ingresso riservato ai maschietti maggiorenni) di alcune città corrispondono le molte città che hanno esercitato la facoltà di vietarlo in tutto o parte del loro territorio, per cui la società non è giunta ad accettarlo con la stessa disinvoltura con cui si accetta il lavoro di un medico, fisioterapista, parrucchiere, manicure, ecc.; inoltre, il modello sembra più interessato a mettere il meretricio sotto il controllo (anche fiscale) dello stato che a far uscire i/le sex worker allo scoperto e renderl@ padron@ del proprio destino – non per nulla il “modello tedesco” piace tanto alla Lega: spenna le donne (aggiungendo uno sfruttatore, lo Stato) e non le libera.
Il modello preferito dai/dalle sex worker è quello neozelandese, in cui c’è la pura decriminalizzazione – impegnarsi nel sex work, come committente od esecutor@, è libero e non punibile, e come un avvocato può rifiutare una causa persa, ed un medico di eseguire un trattamento in cui non ha fiducia, così un@ sex worker neozelandese si sente più libero di respingere un@ cliente che non l@ convince o propone cose che non apprezza.
La mia esperienza come sex worker è stata quella di offrirmi di rispondere ad un telefono erotico (col consenso di mia moglie, divertita dall’idea che io venissi pagato per raccontare le mie fantasie erotiche ad altre persone). Non hanno accettato la mia candidatura, ma questo mi ha obbligato a rivedere le mie opinioni sul sex work, ed a difendere i/le mi@ collegh@ da@ sessuofob@ e da@ femminist@ di pessima qualità.
Ho citato prima la Bibbia ebraica; ora cito un documento emanato nel Settembre 2018 dall’Associazione dei Rabbini Umanisti, che prepara leader (in nessuna denominazione ebraica il rabbino è solo un ministro del culto) per la mia denominazione ebraica, la Società per l’Ebraismo Umanistico, intitolato “A Statement On Sexual Ethics For The 21st Century [Un documento sull’etica sessuale per il 21° Secolo]”.
Il documento sostiene anche le relazioni poliamorose, e dà la massima importanza alla libertà sessuale ed al consenso pieno ed informato di tutte le parti coinvolte, consenso da elargire volta per volta e non implicito nello status di coniuge (o cliente pagante, aggiungo io); ammonisce a non trasformare le disparità di potere in subdole coercizioni; ricorda la responsabilità verso i figli di una relazione, anche quando la relazione è terminata; e distingue la tratta/sex trafficking, da proibire come tutte le forme di violenza sessuale, dal sex work, da liberalizzare come ogni attività sessuale tra adulti consenzienti e pienamente informati.
Mi ritengo perciò “allineato e coperto” con la mia denominazione ebraica – chiamarla congregazione religiosa mi pare improprio.
Raffaele Yona Ladu
Ebreo umanista gendervague
Socio di Autistic Self-Advocacy Network
©2019 Il Grande Colibrì


