Stereotipi: esiste un genere?

Stereotipi: esiste un genere?

Una questione pedagogicamente rilevante è l’apprendimento al gioco. Le bambine e i bambini imparano a giocare – e a giocare con il proprio corpo – grazie e con le figure di riferimento e con i pari.

Il gioco si muove nella dimensione del “come se” e rappresenta la realtà. Durante l’atto ludico si evidenziano due facce della stessa medaglia: la velocità che caratterizza il nostro tempo e la necessità di tempo, di spazio e di aperture. Questo concetto rimanda a una domanda di ri-pensamento dei Luoghi educativi e del dispositivo scolastico, ossia della scuola nella sua sostanza strutturale.

La creazione de* bambin* apre a fantastici mondi semantici: i giocattoli acquistano significati e sono – essi stessi – significati. Nelle azioni del gioco libero si delineano dei pensieri, delle volontà e, talvolta, delle urgenze; emergono caratteri personali, desideri e capacità. Ed è anche per questo motivo che gran parte della cultura di appartenenza viene trasmessa attraverso l’apprendimento al gioco e l’utilizzo dei giocattoli.
Infatti, le bambine e i bambini imparano cosa si intende socialmente per maschio e per femmina, nell’atto di giocare e insieme ai giocattoli, e apprendono a fare i maschi e le femmine adeguati alle richieste e ai condizionamenti del loro contesto culturale a partire dalla seconda infanzia (1-6 anni). Ma fare il maschio e fare la femmina adeguati può significare, in primo luogo, comprendere e attribuire caratteristiche particolari al proprio genere, auto-valutarsi nel corso delle proprie interazioni con * altr*; in secondo luogo, può richiedere continue conferme rispetto alle aspettative legate al genere e all’orientamento sessuale.

L’infanzia diventa il momento di apprendimento alla sessualità? Oltre che di costruzione della propria identità di genere?
In che modo, in questo contesto, il giocattolo o il gioco copre il ruolo di maestro? Quando di “cattivo maestro”?

I bambini e le bambine, nella mentalità comune, devono desiderare giocattoli con colori differenti, farne un uso differente ed esperire il corpo in maniera differente. Ciò dimostra che alcuni giochi, giocattoli, sport e hobbies sono maschili, altri sono femminili.
In questa sede non si desidera negare la fisionomia, la forza fisica o la prestanza, ma provare a osservare la realtà con la lente della possibilità. Una bambina che ama giocare a calcio e un bambino che ama cullare una bambola sono immagini che imbarazzano, nella maggior parte dei casi.
Se fosse una limitazione, da parte de* adult*, della libera interpretazione dei desideri de* bambin*?

Il timore della diversità presupposta richiede un ripensamento della linearità, dove lineare significa eterosessuale? E il ribaltamento di questa linearità viene significata, da alcun* adult*, come un disagio, una condizione o un disturbo?
Emerge una stereotipizzazione che riguarda – soprattutto – l’orientamento sessuale. Provando a esemplificare, per senso comune, un bambino che sceglie una bambola potrebbe essere omosessuale. Sapere, invece, che la bambola avrà una confezione, un colore, una pubblicità accattivante per le bambine, tranquillizza l’opinione adulta: quel giocattolo verrà scelto da bambine. La caratterizzazione forte dei giocattoli potrebbe rappresentare, allora, una sorta di tranquillità dell’adulto, completamente pervasa da una fobia interiorizzata.
Volendo cambiare le lenti e guardare in maniera diversa la questione, se per giocattolo neutro si intende una tipologia di giocattolo non pensata esclusivamente per le bambine o per i bambini, allora la creazione, la realizzazione e la vendita di giocattoli esclusivamente neutri annullerebbe la definizione di neutro e, con sè, di “da femmina” e “da maschio”. In tal modo, potrebbe palesarsi l’alone scuro che culturalmente delinea e definisce i desideri e i pensieri, chiamato da noi “eternormatività genderista”, pervasivo e tangibile in qualsiasi attività umana.

L’omosessualità, nella maggior parte dei casi, produce una fobia che viene “esorcizzata” allontanando la bambina o il bambino dall’attività, incoraggiando l’utilizzo di alcuni indumenti e accessori e caldeggiando delle amicizie. L’adult* reagisce a propri pensieri non avendo nessuna certezza del collegamento tra certi giocattoli e l’educazione alle sessualità; la fobia culturale e interiorizzata tende a “prevenire” la formazione di orientamenti sessuali non eterosessuali. Si manifesta il riferimento del comportamento de* bambin* al proprio orizzonte di senso, cioè, rimanendo fermi su alcune ideologie, “certi giocattoli sono da bambina e se a un bambino piacciono le bambole il suo coming out è assicurato”. In altri termini, prova a prevenire, distraendo * bambin*.

Sosteniamo che non ci sia collegamento diretto tra l’utilizzo di un giocattolo e l’orientamento sessuale. Non crediamo che si possano sviluppare delle “tendenze omosessuali”. L’omosessualità, lo sappiamo bene, non è una tendenza, una possibilità o una malattia. Si nasce omosessuali e l’accettazione di questa evenienza potrebbe alleggerire la “caccia alle streghe” che si sta vivendo negli ultimi anni.

L’educazione al gioco, a prescindere dal genere de* bambin*, potrebbe garantire una maggiore libertà e un allargamento del campo delle possibilità de* più piccol*, grazie a una sperimentazione e una consapevolezza diverse rispetto alla propria gamma emotiva e sentimentale.
Giocare e apprendere, apprendere giocando, sosteniamo che sia fondante per l’identità del singolo e della collettività, perché fondamenta per l’attuabilità di una ristrutturazione dei legami tra gli esseri umani e tra gli esseri umani e le cose.
E noi crediamo con forza a un ineludibile cambiamento.

 

Giulia Carloni

1 commento

  • Fin dall’asilo contestavo la “sessualizzazione” dei giochi e dei giocattoli. Ho subito l’ostracizzazione per voler utilizzare una cucina giocattolo o una bambola, o volendo giocare a giochi da “femmine” o che invitassi le bambine a fare giochi da “maschi”. Purtroppo è un tipo di cultura che bisognerebbe radicalmente cambiare fin dai primissimi giorni di vita.

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