Il sogno (o l’incubo) della Governabilità

Il sogno (o l'incubo) della GovernabilitàIl sogno (o l'incubo) della Governabilità

64 governi in 70 anni: è questo il dato che più rappresenta la situazione politica dell’Italia a partire dal Dopoguerra, dipinto come uno, se non il problema principale dello sconforto politico del popolo nei confronti delle Istituzioni.
Ma è davvero un problema così grave come a turno i vari Renzi, Berlusconi, Craxi e Miglio ci hanno dipinto? È questo veramente il problema principale dello stallo politico ed economico dell’Italia? Io non credo, ma andiamo con ordine.

La durata media di un governo italiano è di 408 giorni e solo tre governi su quattordici della Seconda Repubblica stanno sotto la suddetta media. Inoltre se andiamo a considerare i motivi del termine dei Gabinetti dal 1994 in poi, ben cinque dei quattordici sono caduti a causa di dimissioni volontarie (sottolineo volontarie) dei Presidenti del Consiglio dei Ministri a causa di sconfitte elettorali in elezioni regionali (Berlusconi II, Renzi I, D’Alema II, nomi che vi dicono qualcosa a proposito di governabilità no?), mentre invece altri cinque sono caduti per crisi di maggioranza. Da questi dati quindi si evince che l’introduzione del cosiddetto mandato imperativo parlamentare, cioè quel vincolo che lega il parlamentare al partito tramite il quale è stato eletto e alle sue decisioni, non può essere la soluzione al problema della governabilità. Perché? Perché si, avrebbe risolto le cinque situazioni di crisi di maggioranza, ma per le altre cinque nulla avrebbe potuto. Oltremodo, secondo la mia modesta opinione, un mandato così vincolato e vincolante, che sottometta inesorabilmente il Parlamento al volere del Governo (questo è il vero volto della governabilità), non è poi così buona cosa anzi, vedasi l’ultimo Parlamento vincolato sotto il Governo Mussolini. Per quanto riguarda le cinque dimissioni volontarie a causa di sconfitte elettorali, non esiste nulla da risolvere, nel senso che l’alternanza di uno schieramento con l’altro fa parte del ciclo della politica ancora dai tempi dei romani. Collegare la sconfitta elettorale con il discredito del proprio potere non è concettualmente né moralmente sbagliato, basta poi che le stesse persone che si sono ineccepibilmente dimesse poi non vengano a lamentarsi della governabilità del Paese, perché non esiste vincolo nella Costituzione che porti alle dimissioni del Governo in caso di sconfitte in elezioni regionali, europee o amministrative che siano. Dal punto di vista morale, bisognerebbe trovare molto più scandaloso che un governo cambi a causa di beghe del partito principale del governo e che tutto il Parlamento debba sottostare ai problemi di un partito, pur sempre maggioritario, che raccoglieva però i consensi di appena il 28% del Paese. Ma questo è un discorso che un giorno farò, se mai ne avrò occasione, con sua serenità Letta. Gli altri tre governi (il quarto è ancora in carica, essendo il Governo Gentiloni) della Seconda Repubblica sono caduti per crisi di governo, dovute a litigi tra partiti della stessa coalizione che hanno portato alla perdita della maggioranza: il più recente caso di crisi di Governo è sicuramente quello che ha portato alla caduta del Governo Prodi II. Ve lo ricordate? Il Ministro della Giustizia del governo Prodi, Clemente Mastella, fu indagato per concussione e indignato per la mancata “solidarietà politica” (che mai vorrà dire poi?) da parte del Governo e del suo Presidente, decise di passare all’opposizione provocando così la perdita della maggioranza al Senato e la conseguente caduta del Governo.

Concluso l’excursus su tutti gli Esecutivi della Seconda Repubblica, tolto l’ultimo tragicomico esempio appena riportato, in realtà non è possibile ricondurre il problema della Governabilità ad una precisa causa, perché come visto sono almeno tre le cause scatenanti delle cadute dei vari Governi. Mentre per le sconfitte elettorali non esiste soluzione, per le crisi di Governo e di maggioranza, le soluzioni proposte dai tre principali partiti italiani e dai rispettivi leader sono ben differenti tra loro. Renzi ha proposto il ritorno ad un sistema maggioritario e la fine del bicameralismo perfetto, Grillo propone l’introduzione del mandato imperativo e Berlusconi il passaggio ad un regime semi-presidenziale. Vediamo di capire se almeno uno dei tre può essere utile, o per lo meno non dannoso:

  1. Renzi Dixit: la soluzione proposta dall’ex Premier Renzi per ovviare al problema della governabilità era il ritorno ad una legge elettorale maggioritaria. Una legge secondo la quale chi avrebbe vinto, anche con il 30% dei voti, si sarebbe preso almeno il 60% dei parlamentari, quindi mettendo in saccoccia circa 400 deputati su 630. Combinato con il superamento del bicameralismo perfetto questo avrebbe portato un governo alla quasi sicurezza matematica del fatto di poter governare per tutti i cinque anni previsti dalla Legislatura. Questo era il disegno di Renzi e della Boschi, ma in realtà non sempre è così, come storia insegna. Già in passato maggioranze molto più numerose si sono sbriciolate sotto il peso di spostamenti di interi partiti dal governo all’opposizione e/o viceversa ed essendo l’Italicum un sistema maggioritario che stringe l’occhio alle coalizioni, non si sarebbe evitato il suddetto problema.
  2. Grillo Dixit: ciò che il comico genovese propone come soluzione alla mancanza di solidità di governo è l’introduzione del mandato imperativo parlamentare. Il mandato imperativo come dice la parola stessa, obbliga il parlamentare a seguire le linee guida dettate dal partito tramite il quale è stato “mandato” in Parlamento. In caso di uscita dal partito, secondo Grillo, il Parlamentare dovrebbe decadere dal suo ruolo di Senatore o Deputato. Esistono principalmente tre motivi per il quale questo ragionamento non fila: uno morale, uno filosofico e uno essenzialmente pratico. Partendo dal primo cercherò di esemplificare quanto più possibile un concetto astratto nei ragionamenti ma in fin dei conti molto pratico. Consideriamo un parlamentare eletto nelle fila di un partito cattolico, essendo lui cattolico convinto e praticante, che però nel suo intimo crede nel matrimonio egualitario e nell’adozione anche per le famiglie omosessuali. Ecco egli, nonostante le sue posizioni di apertura verso i diritti civili, si vedrebbe costretto a votare contro la sua morale, secondo le indicazioni di partito. O, in caso contrario, votando secondo le sue convinzioni egli si vedrebbe costretto a decadere dal ruolo di parlamentare che occupa. Dal punto di vista filosofico il vincolo del mandato imperativo è dai tempi di Edmund Burke che è stato sdoganato. Nel suo “Discorso agli elettori di Bristol” (1774) egli sostenne efficacemente la non utilità del mandato imperativo, giungendo addirittura a dimostrarne la nocività per gli elettori stessi che richiedevano per lui una sorta di vincolo o impegno particolare a rispettare e promuovere i loro precisi interessi (per ulteriori approfondimenti rimando alla lettura di quel “Discorso”, ne vale la pena). La terza considerazione, quella pratica, si divide in due sottoconsiderazioni: per prima cosa il mandato imperativo è vietato dalla nostra Carta Costituzionale e anche dall’Unione Europea dalla Conferenza di Venezia del 2004, ritenendo l’assenza del vincolo di mandato parlamentare un requisito necessario perché uno Stato sia considerato pienamente democratico. In secondo luogo questo vincolo verrebbe rispettato in caso di “fortuita” assenza da parte di questo o quel parlamentare. Presupponendo poi che essi a loro volta potrebbero accordarsi segretamente per esentarsi dal voto in un gruppo sufficiente per non far raggiungere alla Camera o al Senato il numero legale per considerare una votazione effettivamente valida, bloccando così l’azione legislativa sia del Parlamento sia del Governo.
  3. Berlusconi Dixit: il sistema semi-presidenziale proposto dall’ex Cavaliere con la riforma costituzionale del 2006, bocciata nel conseguente referendum, prevedeva la figura di un Presidente del Consiglio dei Ministri molto forte. Questo Premier aveva pure la possibilità di sciogliere la Camera dei Deputati (anche in quella riforma era previsto il superamento del bicameralismo perfetto) in caso di mancanza di maggioranza o in caso di crisi di governo. Addirittura poteva entrare nel merito del voto di sfiducia con la quale esso sarebbe stato sfiduciato, perché nel caso esso fosse stato sfiduciato anche da una parte della sua stessa maggioranza, egli dopo 20 giorni aveva la possibilità di sciogliere le Camere (la cosiddetta legge “Antiribaltone”). Tolta la dubbia costituzionalità della riforma secondo i principi base della nostra stessa Costituzione, essa conteneva un grande problema, cioè che avrebbe portato non ad un sistema semi-presidenziale, ma super-presidenziale. Basti pensare che, tra tutti i poteri del Presidente degli Stati Uniti d’America non figura quello di poter sciogliere le Camere, potere che invece sarebbe spettato al Premier italiano. Anche entrando nel merito pratico della stessa riforma, il vincolo che si sarebbe creato tra Presidente del Consiglio e maggioranza parlamentare, non avrebbe risolto il problema della governabilità, ma lo avrebbe reso addirittura più costoso. In parole semplici, si sarebbe dovuto votare ad ogni cambio di governo e non diciotto volte come dal 1946 ad oggi è successo (noi siamo nel corso della XVIII legislatura). Quindi se dal 1946 i governi sono stati sessantaquattro (il sessantaquattresimo è il governo Gentiloni) si sarebbe dovuto votare sessantaquattro volte, con il conseguente aumento di spesa pubblica. Altroché debito pubblico e spread, il fallimento ci aspettava a braccia aperte.

Concludendo quindi le soluzioni fin qui proposte, purtroppo, non troverebbero soluzione al problema della governabilità. Se di problema si può parlare. Perché in realtà la governabilità non è altro che “l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e simili, tali da rendere possibile il normale governo di un Paese” (link). C’è un passaggio chiave in questa pur breve definizione che ci fa capire come in realtà la governabilità é più un capriccio che un problema. Questa definizione ci dice che essa non dipende esclusivamente dalla politica, ma anche dall’economia e dalla società, e noi siamo la società; siamo noi i primi a dover mettere nelle condizioni perfette la classe politica perché essa possa esercitare il suo compito. Smettendo di lamentarci per questa o quella legge, cooperando alla creazione di leggi secondo i poteri che la nostra Costituzione ci dà, non infrangendo le leggi che noi stessi, tramite il nostro voto, abbiamo contribuito a creare, così si che favoriremmo la governabilità del nostro Paese.

 

Nicola Provolo

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