Bologna Pride. Non c’è spazio per il nostro orgoglio

Non c'è spazio per il nostro orgoglio

Il gruppo Jump, formato da persone LGBT con disabilità, non parteciperà al Bologna Pride

“Spazio all’Orgoglio” è lo slogan del Bologna Pride di quest’anno, il corteo che il 1° luglio vedrà sfilare insieme le diverse anime della comunità LGBTQI, per rivendicare una società sempre più aperta a tutte le differenze.
Ma non c’è spazio davvero per tutt*: la manifestazione “inclusiva” per eccellenza non è riuscita ad includere fino in fondo le persone con disabilità. Il corteo, infatti, partirà dal parco del Cavaticcio, un luogo davvero poco accessibile, soprattutto per chi si muove in carrozzina. Eppure, nel documento politico, il comitato organizzatore di questo Pride rivendica “spazi condivisi, attraversabili, autogestiti e liberi”. Attraversabili da chi?

Ormai da un paio d’anni il gruppo Jump lavora affinché due comunità solo apparentemente lontane, quella LGBTQI e quella delle persone con disabilità, si incontrino e riconoscano ciascuna l’esistenza – e le esigenze – dell’altra. È un percorso che ha portato alcuni risultati importanti (come la presenza di un interprete LIS sul palco del Pride), ma che tuttora deve fare i conti con grossi ostacoli.
Primo fra tutti: il cuore pulsante della vita LGBQI bolognese, ovvero la sede del circolo Arcigay Cassero (dove si svolgono quotidianamente serate, riunioni, attività culturali, gruppi di socializzazione…), è un luogo pieno di barriere architettoniche: questo impedisce alle persone disabili di partecipare alla vita della comunità LGBTQI su base di eguaglianza con gli altri. L’edificio è comunale, ma l’amministrazione non ha mai accolto le ripetute richieste di adeguarlo.
Ci dispiace constatare che anche il Pride – che è “solo” un corteo, ma dal grande valore simbolico – replicherà tale dinamica di esclusione. L’anno scorso avevamo già accettato un compromesso, con la prospettiva di una soluzione migliore per l’anno successivo. Che purtroppo non è stata trovata, nonostante le nostre sollecitazioni.

Di questo Pride, allora, non riusciamo proprio ad essere orgogliosi. Parteciparvi, per noi, significherebbe avallare discorsi e pratiche che rappresentano l’esclusione delle persone con disabilità come inevitabile, e tutto sommato accettabile: un messaggio pericoloso e lontano, ci sembra, dai valori del Pride – un luogo dove si abbattono le tradizionali dinamiche di potere, dove vengono messi in discussione i privilegi dei corpi “normali”, senza temere di scardinare il comune buon senso.
Come gruppo Jump abbiamo il compito di portare alla luce questo paradosso, dichiarando con forza che no, la nostra esclusione non è un “male tollerabile” in attesa che i tempi migliorino; è uno scandalo che non può durare un giorno di più.

Come persone disabili non eterosessuali, abbiamo la fortuna di poter attingere all’esperienza dello stesso movimento LGBTQI, che è riuscito a modificare profondamente la percezione della società: ha infatti trasformato un’esclusione che veniva data per scontata (quale “ovvia conseguenza” dell’essere gay, lesbica, trans…) in una discriminazione da combattere a ogni costo.
Vogliamo promuovere la stessa trasformazione con riguardo ai diritti delle persone con disabilità. E il primo passo, a nostro avviso, è smettere di tollerare la discriminazione. Affermando invece, con forza, che l’accessibilità non può essere trattata come un valore negoziabile, un interesse tra i tanti: è invece un diritto da garantire in partenza, specialmente in una manifestazione che si proclama inclusiva.

Perché anche per le persone disabili è arrivato il momento di essere orgogliose.

 

Gruppo Jump

Gruppo Jump LGBT

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