Chi sta sui social dalla mattina alla sera, come il sottoscritto, non si sarà fatto sfuggire le critiche indirizzate a Mahmood questo fine settimana, dopo l’annuncio della sua collaborazione con Yoox, un’azienda specializzata nella vendita online di capi di abbigliamento, articoli di lusso e di design. Lo scopo è quello di raccogliere dei fondi “[…] per dire stop al bullismo, di qualsiasi natura” (cit. Mahmood), attraverso la vendita della capsule collection ideata da lui e Yoox.
A suscitare le perplessità di molt*, fan di Mahmood e non, non è stata però la qualità delle felpe di questa collezione in edizione limitata. A scatenare le reazioni su Twitter e Instagram è stata invece la decisione di devolvere il ricavato al Moige (Movimento Italiano Genitori), un’associazione nota per le sue posizioni conservatrici che l’hanno più volte portata a schierarsi contro qualsiasi iniziativa legislativa a tutela dei cittadin* e delle coppie LGBTQIA (ad esempio, la legge sulle unioni civili), e a promuovere le terapie di conversione, oltre che ad ottenere con successo, e sempre in nome della tutela dei minori, lo spostamento – se non addirittura la rimozione – di programmi e film dai palinsesti televisivi, giudicati troppo spinti secondo i principi morali … del Moige.
È quindi comprensibile che in molti si siano chiesti se Mahmood ci sia o ci faccia, considerando che il cantante è molto popolare nella comunità LGBTQIA, nonostante le sue discutibili affermazioni sul politicamente corretto o sull’irrilevanza del coming-out per le nuove generazioni. Infatti, in tanti commenti si poteva leggere la delusione dei fan, mentre in altri si sentiva un’ironia corrosiva e disillusa verso un artista considerato un ipocrita menefreghista, circondato da un team incompetente. Ma mentre l’attenzione di tutt* noi si concentrava sulla “gaffe”di Mahmood (sul quale bisognerebbe ormai stendere un velo pietoso), ci è sfuggita una questione ancora più grave che avrebbe spostato la nostra attenzione sul Moige, l’ONG dei Ned Flanders nostrani, difensori dei bambini.
Sì, ma di tutti i bambini?
Dal 25 novembre scorso (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), diverse operaie del magazzino di smistamento e di controllo qualità del gruppo Yoox Net-A-Porter (di cui fa parte Yoox), situato nell’interporto di Bologna, sono in sciopero. I motivi sono due: la soppressione di fatto del turno lavorativo centrale, sostituito da due turni di otto ore in un arco temporale che va dalle 05:30 alle 22:00; e la riduzione delle pause, ora diventate due, di quindici minuti ognuna, per tutto il turno lavorativo. Ufficialmente, queste misure sono state prese per ridurre i rischi di contagio dal Covid-19 all’interno del magazzino. Ma stando alle dichiarazioni del sindacato di base Si Cobas, rimane alto il rischio che, una volta passata l’emergenza sanitaria, solo alcune di loro riprendano i propri turni, mentre l’approvazione di permessi di lavoro è diventata letteralmente arbitraria.
Considerando che la maggior parte delle dipendenti del magazzino, stipendiate dalla Lis Group srl a cui Yoox ha appaltato la parte logistica della sua attività, sono anche madri di famiglia, possiamo immaginare che tipo di ripercussione questi cambiamenti stanno avendo sulla salute psicofisica di queste donne, e sulle loro famiglie. Un prezzo altissimo al quale si aggiunge la paura, di chi è di origine straniera, di perdere il proprio titolo di soggiorno, dato che il rinnovo di questo ultimo in Italia è principalmente legato allo stato occupazionale della persona immigrata. In questa situazione si ritrova la maggior parte del centinaio di operaie del magazzino di Bologna, quasi tutte cittadine straniere.
Non è quindi difficile percepire la pressione ricattatoria che queste condizioni esercitano sulle lavoratrici, le quali si ritrovano a scegliere o il lavoro, e quindi a non poter crescere i propri figli, o il licenziamento, aggravando così, in diversi casi, la situazione economica già precaria della propria famiglia. Secondo Si Cobas, che ha organizzato lo sciopero, sono già venti le operaie che si sono dovute licenziare all’annuncio dei nuovi turni di lavoro, mentre chi è rimasta si ritrova a dover barcamenarsi tra baby-sitter e turni intensi, senza quasi la possibilità di vedere i propri bambini.
Alla luce di tutto ciò, è lecito chiedersi perché il Moige, un’associazione “che agisce per la protezione e la sicurezza dei bambini” (cit.), e che ha lanciato la campagna “Mamme per l’Italia” per sostenere le madri in difficoltà durante il lockdown, accetti le donazioni di un’azienda che impedisce alle proprie dipendenti di conciliare lavoro e famiglia. L’assenza di un* dei genitori è traumatizzante, più di certi programmi che il Moige ha fatto censurare, e tanto quanto le terapie di conversione che sostiene. Lo sappiamo tutt*, incluso anche il Moige.
Quindi, ribadisco: perché il Moige accetta donazioni da parte di un’azienda che mette a rischio il benessere dei bambini delle sue dipendenti, privandoli della presenza delle proprie madri?
Credo che lo scorso fine settimana ci siamo fatti sfuggire l’occasione di smascherare l’ipocrisia (di stampo classista?) del Moige e di una certa classe imprenditoriale. Non facciamoci sfuggire la prossima. Il 12 dicembre, alle 15:30, le dipendenti della Yoox saranno in piazza Nettuno a Bologna, assieme ai sindacati di base e al movimento “Coordinamento Migranti Bologna” . Chi non potrà andarci, può sempre seguire gli aggiornamenti sullo sciopero, che si è definito femminista, sugli account Twitter e Instagram del movimento, nonché sulla pagina Instagram dell’ “Assemblea Donne Migranti”.
Forza e coraggio, mamme!
Stefano Duc


