Intimità forzata: una norma abilista

Intimità forzata: una norma abilista

‘Intimità forzata’ è un’espressione che utilizzo da anni per riferirmi alla comune, quotidiana esperienza delle persone disabili, dalle quali ci si aspetta la condivisione di aspetti personali di sé stesse per sopravvivere in un mondo abilista.
Questa tendenza spesso si esplicita nel fatto che si è tenuti a condividere informazioni (molto) personali con persone normodotate per ottenere un livello minimo di accessibilità.
“Intimità forzata” comprende anche un’intimità fisica forzata, specialmente per quanti di noi necessitano di aiuto fisico, che spesso richiede il contatto con i nostri corpi. Essa può riguardare anche le modalità con cui le persone disabili devono costruire e sostenere l’intimità emotiva e le relazioni con le persone al fine di ottenere accessibilità – una sicura, appropriata e consistente accessibilità.

Faccio esperienza dell’intimità forzata da tutta la vita, come bambina disabile prima, poi come ragazza e adulta. Sono sempre tenuta a fare lo sforzo di aprirmi agli altri per il bene di qualcun altro: educazione, curiosità, o caritatevole oppressione.
L’intimità forzata è uno dei pilastri su cui l’abilismo si muove e funziona, in un mondo basato sulla supremazia del normodotato. Dalle persone disabili ci si aspetta che ‘si spoglino’, che – metaforicamente – ‘mostrino tutte le carte’, al fine di ottenere l’accessibilità minima di cui hanno bisogno per sopravvivere. Siamo coloro che devono essere vulnerabili – che lo vogliamo o no – rispetto a noi stessi, i nostri corpi, le nostre menti, le nostre abilità.
L’intimità forzata è uno dei molti modi da cui ho compreso che per il mio corpo e per la mia mente di ragazza asiatica disabile, il consenso non esiste. Alle persone è concesso farmi domande invadenti sul mio corpo, chiedermi di ‘dar prova’ della mia disabilità, oppure si aspettano che condivida con loro ogni aspetto dei miei bisogni di accessibilità. Ho imparato come fare a sottrarmi a tutto questo e – simultaneamente e forzatamente – aprirmi ogni dannato giorno vissuto da ragazza disabile e di origina coreana.

Intimità forzata è l’opposto dell’intimità empatica legata all’accessibilità: la percepisci come sfruttante, estenuante, a volte prevaricatrice. Poiché sono disabile e uso una carrozzella manuale, percepisco spesso intimità forzata quando persone normodotate spingono la carrozzella senza il mio consenso, o quando sono in situazioni in cui devo essere spinta da qualcun* con cui non mi sento sicura, o da qualcuno che non conosco, o qualcuno che mi sta attivamente importunando mentre mi spinge. Ciò accade spesso quando viaggio, e devo affidarmi a sconosciuti per i miei bisogni di accessibilità: ho perso il conto delle volte in cui uno sconosciuto ha spinto la mia carrozzella in un aeroporto mentre pronunciava offese o faceva commenti disgustosi su di me. Questi sono i momenti in cui disabilità, etnia, genere, immigrazione, classe sociale, età e sessualità collidono gli uni con gli altri, indistinguibili fra loro.

Un altro esempio di intimità forzata è quando sono da qualche parte e ho bisogno di un braccio su cui appoggiarmi mentre cammino – il che mi capita spesso – e devo stare fisicamente vicino e toccare qualcuno che non voglio toccare. Questo succedeva più spesso durante la crescita, da bambina, poi da giovane disabile, prima che acquistassi più voce in capitolo sulla mia vita e sulle persone che ne fanno parte.
La mia intera esperienza nel ‘sistema medico-industriale’ è fatta di intimità forzata, di medici, infermiere, tecnici delle protesi, terapisti e praticanti, a nessuno dei quali ho mai dato il mio consenso. Lo sono anche i molti momenti della vita quotidiana di adulta, nei quali devo condividere più informazioni del necessario per ottenere accesso ad eventi a cui vorrei partecipare come ‘una qualunque’, compresi gli eventi di alcuni compagni disabili, che non pubblicano alcuna informazione sull’accessibilità sulla pagina dell’evento, o nei loro volantini, ma hanno una sezione dedicata ai ‘bisogni di accessibilità’ su Google Form. Piccolo consiglio: se non fornisci alcuna informazione sull’accessibilità del tuo evento, allora non posso valutare quali saranno i miei bisogni. Dovrei forse fare una lista di tutti i possibili bisogni di accessibilità che potrei eventualmente avere in ogni possibile circostanza, semplicemente a causa della tua ignoranza?

Anche nello scrivere questo articolo, sto cercando di contrastare l’idea abilista secondo cui i disabili dovrebbero essere grati per qualunque cosa ottengano, per qualunque briciola venga gettata sulla nostra strada. Beh, almeno avevano una sezione dedicata all’accessibilità sul loro Google Form.

E, più importante ancora, sto contrastando l’intimità forzata e la fatica emotiva con cui sono tenuta a fare i conti costantemente cosicché la gente non ‘si arrabbi’ con me, perché – come i disabili sanno tutti molto bene – le persone normodotate non ti aiuteranno con i tuoi problemi di accessibilità a meno che tu non ‘piaccia’ a loro. Tutto ciò rappresenta una realtà confinante, molto concreta e pericolosa, al cui interno vivo io e molte altre persone disabili, e che è una delle ragioni per cui l’intimità forzata esiste.

Le persone normodotate affrontano l’accessibilità come un problema logistico, piuttosto che come un’interazione umana. Persone che non conosco, o con le quali non ho mai avuto una conversazione sulla disabilità, senza pensarci troppo si aspettano di essere i ‘garanti’ della mia accessibilità, senza rendersi conto che esiste una significativa fiducia e competenza che dovrebbero essere costruite. Le persone danno per scontato che accetterò ogni tipo di ‘accesso’ – ancora una volta, ogni briciola gettata sulla mia strada – e che, ovviamente, dovrei esserne eternamente riconoscente. Non si rendono conto che il consenso esiste da entrambe le parti.
Certo, so come sopravvivere e cavarmela con ‘l’accessibilità abilista’: questa è una capacità che non perderò finché vivrò in un mondo abilista. Ma sto anche lavorando per costruire un mondo nel quale le persone disabili diventino umane, ed esercitino il consenso rispetto al proprio corpo, alla propria mente e intimità.

La contraddizione che nasce dal dover sopravvivere all’interno del mondo oppressivo che stai cercando di cambiare è sempre complessa e disumanizzante. Una delle ragioni per cui l’intimità forzata è così evidente nella mia vita è perché esiste un’intrinseca intimità nella possibilità di ‘accedere’, o perlomeno – nella mia esperienza – nel mio ‘avere accesso’: quando qualcuno mi aiuta ad ‘avere accesso’ , io sono vulnerabile. Sono dipendente da lui, anche se non se ne rende conto. Esiste un’eccezionale vulnerabilità nell’accessibilità e nella disabilità, che è molto potente e potenzialmente trasformativa, se solo la sfruttassimo. Purtroppo, in un mondo abilista, l’accessibilità e la disabilità vengono ‘spogliate’ del loro potere trasformativo, e vengono distorte fino a diventare dipendenza, peso, tragicità.
L’intimità forzata è un sottoprodotto di tutto questo, e funziona come costante promemoria oppressivo di controllo e dominio.

Nonostante abbia parlato di intimità forzata come correlata all’accessibilità e alla disabilità, essa certamente non è solo limitata all’abilismo. Ho avuto esperienza dell’intimità forzata anche in quanto essa si collega anche ad altre forme di oppressione e si manifesta in tanti modi diversi. L’intimità forzata è un aspetto costante della mia vita e della mia esperienza di donna ‘sopravvissuta’, disabile e queer, coreana, adottata da persone di un altro Paese e cultura.
L’esperienza dell’adozione trans-nazionale e trans-etnica, per esempio, è un buco nero senza fine per così tanti di noi.

Non riesco ad esplicitare tutti i molti modi in cui l’intimità forzata ha avuto un impatto così profondo su di me e mi ha plasmata.
Fremo aspettando il giorno in cui tutto ciò non avvenga più, specialmente per le future generazioni di bambini disabili.

 

Mia Mingus

Traduzione dell’articolo: Forced Intimacy: An Ableist Norm dal blog “Leaving Evidence”

 

Gruppo Jump LGBT

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