Intervista a Édouard Louis

Édouard Louis
Édouard Louis

Pubblicato nel 2014 in Francia, e subito tradotto in tutto il mondo, Il caso Eddy Bellegueule, edito da Bompiani in Italia, racconta un’infanzia segnata dalla vergogna e dall’insulto, in un contesto sociale dove il diverso è un’anomalia da correggere, da rinchiudere o addirittura da sopprimere.

A soli 23 anni, Édouard Louis è riuscito a portare al grande pubblico, attraverso un’opera letteraria originale e inaspettata, il tema dell’omofobia.

In questa intervista Édouard Louis racconta il ruolo che i Pride hanno avuto nel suo percorso di emancipazione e di liberazione, di come la fuga da un ambiente ostile è stata per lui una forma di resistenza, e ricorda che se il matrimonio per tutti in Francia è stato un enorme progresso, ogni vittoria deve essere il punto di partenza per una nuova battaglia e per nuove vittorie.

 

 

Nel suo libro, lei descrive un mondo dove i rapporti tra le persone sono fondati sulla violenza. Come se la violenza fosse l’unico modo che le persone hanno per rapportarsi gli uni agli altri. E in questo contesto, il “diverso”, quello che non corrisponde alle norme (che non sono solo legate al genere o all’identità, ma anche alle aspettative professionali per esempio) diventa oggetto di una violenza ancora più forte, che ha per scopo di correggerlo (lei racconta nel libro come suo fratello diverse volte ha provato a correggere il suo modo di camminare o di parlare), di raddrizzarlo. Come è possibile resistere ad una tale pressione, ad una tale violenza? Se dovesse dare dei consigli a persone che come lei si sono trovate o si trovano in situazioni difficili rispetto alla famiglia, al contesto scolastico, ecc., cosa si sentirebbe di dire?

Il modo più efficace per resistere è manifestare la propria esistenza. Perché credo che la manifestazione dell’esistenza individuale rende tutte le esistenze possibili. Quando racconto che Eddy fugge dall’ambiente della sua infanzia, la sua esistenza e, quindi, la mia esistenza diventa possibile, grazie all’esistenza di altri che a un certo punto hanno detto “io esisto” e il fatto di affermare questa esistenza ha reso la mia possibile.

C’è una frase di Nietzsche in Ecce Homo che amo molto e che dice: non c’è niente di più assurdo che la filiazione, mi sento più figlio di Giulio Cesare che di mio padre.

Io direi che mi sento più figlio di Almodovar o di Marcel Proust o di Hervé Guibert o Simone de Beauvoir, che figlio di mio padre.

Per le categorie dominate, per gli individui che nascono dall’insulto frocio, lesbica, arabo, il fatto di trovare se stessi grazie alla manifestazione dell’esistenza è qualcosa di salutare. Quando ho scoperto Almodovar o Proust, mi sono reso conto che quello che pensavo essere una malattia o un problema individuale, era un’esistenza possibile, di colpo si inscriveva in una storia collettiva. Io esistevo grazie a tutto ciò.

Una delle modalità di questa manifestazione, quello che rende possibile la manifestazione è proprio la fuga. Eddy Bellegueule è appunto la storia di una fuga.

Credo che rispetto alla questione della resistenza, la fuga è molto più sovversiva che l’affronto, perché ci sono dei contesti in cui alcuni individui sono perdenti fin dal principio, vengono al mondo perdenti, ovviamente parlo degli omosessuali in alcuni contesti.

La letteratura si è molto occupata di questa questione, cioè come in alcuni contesti degli individui nascono “impossibili”. La fuga è allora una forma di emancipazione, di sovversivo. Si considera spesso la fuga come qualcosa di vile o di facile. Io penso invece penso che sia il contrario, fuggire è qualcosa di difficile.

Nel libro racconto che Eddy non vuole fuggire, ma fa tutto per conformarsi, per piegarsi alla normalità. L’atto più difficile per Eddy sarà proprio di partire, non affrontare il suo mondo ma crearne uno nuovo e inserirsi in un mondo nuovo.

In un certo senso il libro è una variazione sul tema della fuga e della resistenza.

 

La società in cui lei è cresciuto è una società povera, popolare, in cui sembra che nulla possa cambiare mai, come se ci fosse un destino ineluttabile e una spietata logica di riproduzione sociale che rende il cambiamento impossibile. Lei crede veramente che anche in merito alla questione dell’omofobia, il cambiamento sia così difficile?

No, ovviamente credo che ci siano state delle trasformazioni sociali molto importanti nel XX secolo per le minoranze sessuali, per gay, lesbiche, transessuali, per le donne.

È importante sottolinearlo e anche festeggiarlo ! Ci sono delle feste di liberazione come il Pride ma è anche importante ricordare che esistono ancora molti meccanismi di oppressione, di dominio legati al rifiuto e all’insulto.

Credo che politicamente sia molto più forte ricordare questo, che sottomettersi a una specie di idealismo.

La gente vuole sempre che si dica che le cose vanno meglio e che tutto è possibile. Ma questo non libera nessuno. L’esaltazione della libertà non ha mai salvato nessuno se non qualche borghese.

Nella storia dei movimenti sociali, quello che è sempre stato liberatorio è la denuncia dell’oppressione. Il marxismo per esempio.

È stato Marx a dire: siete una classe dominata, alienata, offesa, invisibilizzata.

È stato il movimento gay a dire ai gay: siete una minoranza rifiutata, invisibilizzata. È stato il movimento femminista a dire alle donne: siete una classe dominata prodotta dal potere.

Il fatto di denunciare la violenza è sempre stato un motore dell’emancipazione molto di più dei discorsi sulla libertà, che a mio avviso sono dei discorsi prodotti dalla borghesia per la borghesia, e che non sono altro che una forma di compiacimento.

Non c’è niente di più ottimista e liberatorio che un discorso sulla violenza. Tutti i più grandi scrittori nella storia della letteratura hanno sempre scritto sulla violenza. Tutti.

 

Con questo libro lei sembra aver chiuso definitivamente il capitolo di Eddy Bellegueule ed è entrato in un altro mondo, quella della cultura, quello degli intellettuali, quello di Parigi. Questo nuovo mondo è veramente un mondo aperto, di accettazione della differenza, di tolleranza, di rispetto, ecc., o crede che l’omofobia sia un problema che va al di là delle classi popolari? Non è forse un problema più ampio che riguarda la società nel suo insieme e non solo alcune categorie di persone?

Certamente, nel mio libro racconto la fuga da questo ambiente povero e popolare, ostile all’omosessualità appunto a causa delle condizioni di vita, dell’oppressione che subiscono le persone della mia infanzia.

Questo odio esiste anche altrove. Quando Eddy Bellegueule scappa dal suo ambiente per ritrovarsi in un ambiente più accogliente è subito trattato da “frocio”. Racconto l’arrivo al liceo che Eddy vive come una liberazione. L’insulto gli cade addosso appena arrivato.

Quel meccanismo dell’insulto, che si tratti di omofobia, di razzismo, di sessismo o di antisemitismo, è presente dappertutto.

Il mio intento era di mostrare che questa violenza prende delle forme diverse in funzione delle condizioni di vita, e del mondo sociale. E credo sia importante che la letteratura, o le scienze sociali, o l’arte facciano vedere queste differenze e non appiattire il tutto, per fare un’analisi delle singolarità, delle situazioni.

È ovvio che è più facile essere gay a Parigi che in un piccolo villaggio isolato e operaio del Nord della Francia, come è più facile essere gay a Montréal piuttosto che a San Petersburg. È ovvio, ma ci si dimentica di dirlo.

Bisogna cercare di capire come alcune condizioni di vita producono una violenza ancora più forte. Se si vuole mettere fine a questa violenza non si più fare l’impasse su queste questioni.

È qualcosa che mi è stato contestato quando ho pubblicato il libro in Francia, mi dicevano: c’è un’omofobia anche altrove. Sì lo so, semplicemente io descrivo la mia infanzia in quell’ambiente.

La questione è perché non si vuole porre il problema di questa violenza più grande in certi ambienti piuttosto che in altri?

È una questione essenziale e fondamentale.

 

Quest’anno a Verona ci sarà il Pride il 6 giugno prossimo, preceduto da diversi eventi e incontri culturali per sensibilizzare una città in cui per esempio sono state adottate delle mozioni in difesa della “famiglia naturale” e contro i diritti LGBT. Ultimamente ci sono stati degli episodi di chiara omofobia nella nostra Regione, l’ultimo quello di una ragazza uccisa da un padre che non sopportava che sua figlia fosse lesbica. Lei cosa pensa delle manifestazioni dei Pride? Pensa che siano importanti? Cosa pensa dei movimenti LGBT e qual è il suo messaggio alla comunità LGBT?

È una questione di visibilità, di diffondere un messaggio e di mettere delle parole su delle realtà che non sono nominate, e se non sono nominate non possono essere trasformate.

Non c’è un modo universale di risolvere questo problema, si possono scrivere libri, si può fare politica, non penso che un mezzo abbia più valore di un altro.

Non penso che la letteratura sia più in grado di cambiare le cose rispetto a una manifestazione di piazza. Credo piuttosto che sia l’articolazione dei diversi modi di manifestare che rendono le trasformazioni possibili.

È quello che ho voluto fare con il libro Eddy Bellegueule. È un libro che parte da un sentimento di assenza.

Avevo la sensazione che il mondo della mia infanzia, il mondo dei piccoli villaggi e di quello che Marx chiamava il sottoproletariato era invisibile nella letteratura, e lo stesso vale per le vite che sono distrutte, l’infanzia diversa, queer, segnata dalla vergogna, dall’insulto, dagli sputi. Mi sembrava che tutto ciò fosse troppo poco presente.

Volevo porre il problema e credo che questo sia già molto.

 

Le associazioni LGBT spesso svolgono le loro attività nelle grandi città, dimenticandosi delle province, dei piccoli paesi e delle periferie. Partendo dalla sua esperienza come crede che l’attività contro l’omofobia potrebbe o dovrebbe approcciarsi anche a questa realtà extra urbane dove contesti sociali e cultura sono più rigidi?

Penso che i movimenti LGBT mi hanno salvato la vita. Quando sono andato per la prima volta a un Pride avevo le lacrime agli occhi. Scoprire una nuova famiglia, una storia inconscia, di colpo permette di scoprire un’archeologia di chi siamo e di tutte queste vite che hanno lottato per rendere altre vite possibili e visibili.

Partecipo sempre ai Pride, è forse banale dirlo, ma credo che siano essenziali. Anche perché sono uno spazio di pluralismo. All’interno del movimento LGBT ci sono diverse vite possibili, diverse identità e modi di essere.

Il ruolo del movimento LGBT è di permettere la proliferazione dei modelli di esistenza possibili. C’è un esempio che mi piace molto e che cito spesso.

La grande migrazione negli Stati Uniti, quando i neri dei paesi schiavisti fuggivano al nord per sfuggire dalla schiavitù. Sono fuggite all’incirca sei milioni di persone e ogni fuga individuale ne produceva un’altra, rendendolo un modello possibile, pensabile, realizzabile. E questo faceva letteralmente fuggire dagli Stati schiavisti del Sud. Come se si trattasse di un modello da imitare che veniva offerto. E in questo senso il gesto individuale era un gesto collettivo.

È questo che fanno i Pride, attirano tutta la società, e questo riguarda la società nel suo insieme.

Prima mi parlava dei movimenti omofobi. Questi movimenti perdono, hanno già perso perché si posizionano rispetto ai Pride.

Perché i Pride esistono e loro sono una reazione, mentre il Pride è una manifestazione e questi movimenti sono nel dopo, sono in ritardo e sono obbligati a posizionarsi rispetto a queste manifestazioni.

Che siamo pro o contro, consciamente o inconsciamente non possiamo fare a meno di quello che hanno prodotto i movimenti LGBT.

La destra è la lotta del ritardo, della reazione e mai della creazione.

 

Per concludere, come lei sa, in Italia siamo ancora in estremo ritardo rispetto alla Francia sulla questione dei diritti LGBT, del riconoscimento delle coppie omosessuali, della possibilità di adottare, della legge che punisca i crimini di omofobia e di transfobia, o ancora sui diritti delle persone transessuali. Da quando è stata adottata la legge nel 2013 sul “mariage pour tous”, come sono cambiate le cose in Francia? E come vede lei il nostro paese?

Il fatto che le persone omosessuali possano finalmente sposarsi in Francia è sicuramente già un grande cambiamento.

Roland Barthes racconta da qualche parte che un giorno passa davanti a una chiesa in cui un uomo e una donna stanno per sposarsi e si rende conto che lui non potrà mai farlo e lo vive come una sofferenza terribile. E io, grazie ai movimenti LGBT, sono stato risparmiato da questa sofferenza perché se passo davanti a un matrimonio eterosessuale io so che posso sposarmi anch’io. Sono altre vite che sono state rese possibili.

Il progresso è grande, ma adesso è necessario pensare altre forme di esistenza come è stato proposto in Francia da intellettuali come Didier Eribon, delle alleanze d’amicizia, o multiple tra 5 o 6 persone. Bisogna prendere ogni vittoria come il punto di partenza per le vittorie future.