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In questi giorni di caos e confusione legati all’emergenza e al diffondersi del nuovo coronavirus, molte notizie rischiano purtroppo di sfuggirci e di passare (ancor più del solito) sotto silenzio.
E’ quello che ci ricorda The Vision, che in un recentissimo articolo ha fatto notare come la violenza e i crimini di odio nei confronti di persone trans trovino davvero pochissimo spazio all’interno della narrazione mediatica italiana.

Non se ne parla, oppure se ne parla poco e male, relegando le notizie a qualche trafiletto striminzito che fatica a trovare spazio anche solo nella cronaca locale.

Eppure il problema esiste, e non andrebbe sottovalutato visto che il nostro Paese è primo in Europa per vittime di transfobia, con 36 casi registrati dal 2008 al 2016.

Un numero già di per sé impressionante, ma che secondo gli studiosi risulta «ampiamente sottostimato», visto che l’indagine prende in considerazione soltanto gli omicidi riportati dai giornali.

Esclusione e pregiudizio

Secondo Storm Turchi di Trans Media Watch Italia, il problema di fondo è la mancanza di attenzione che gli esponenti delle istituzioni – e, di riflesso, l’intera società – offrono a questo tipo di tematiche.
«La politica si disinteressa alle questioni trans perché le ritiene minoritarie e l’attenzione mediatica nazionale rispecchia i temi trattati dalla politica» spiega Turchi nella sua intervista a The vision. «Il modo in cui (non) si parla di noi dopo la morte è speculare a come (non) si parla di noi mentre siamo in vita».

Le parole dell’attivista sono purtroppo confermate dai fatti.
Secondo le ultime analisi dell’Eurobarometro “Discrimination in European Union” l’Italia si trova nettamente al di sotto della media europea in fatto di rispetto e accettazione delle persone LGBT+ e di quelle transessuali e transgender in particolare.

Stando ai dati raccolti il 50% degli italiani non si sentirebbero a loro agio ad avere una persona trans come collega di lavoro mentre il 46% si oppone all’idea che il proprio figlio/a abbia un legame affettivo con un* di loro.

Anche in questo caso, è necessario affrontare la questione utilizzando uno spettro più ampio.
I pregiudizi e la difficoltà a riconoscere l’identità e il valore delle persone transgender, transessuali e non binary è (anche) il frutto di una campagna mediatica imprecisa, irrispettosa e molto poco accurata, che pone l’accento sui “peccati” delle vittime piuttosto che sulla violenza a loro perpetrata.
«Si eclissa chi uccide dalla storia e si interpreta il rischio che quel tipo di lavoro (il sex working ndr) comporta come una giustificazione per un omicidio» sottolinea Turchi. «Una volta attribuita la colpa alla persona trans, l’assassinio viene normalizzato, non fa notizia, diventa routine – per esempio un’aggressione in un articolo locale è stata definita “uno spiacevole equivoco”».

In sostanza, continua l’attivista, «ci si aspetta che queste cose accadano».
Forse è proprio per questo che notizie terribili come questa trovano così poco spazio all’interno della narrazione (e dell’attenzione) sociale e mediatica.
Del resto, stiamo pur sempre parlando di un Paese che dopo aver atteso per ben 23 anni una legge contro l’omotransfobia, si ritrova a fare i conti con testate giornalistiche che scrivono cose di questo tipo.

 

Nicole Zaramella

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