Il riso, i pozzi in Africa e l’acqua su Marte

Il riso, i pozzi in Africa e l'acqua su Marte
Il riso, i pozzi in Africa e l'acqua su Marte

Qualche giorno fa la NASA ha annunciato la scoperta di acqua salata allo stato liquido su Marte, per dirla in due parole.
La notizia è stata accolta sui social network – che rivestono un ruolo importante, secondo me, nella rappresentazione letterale di quella che chiamiamo “opinione pubblica” – con una raffica di commenti di tono simile a questo:

“Ma come, abbiamo i soldi per trovare l’acqua su Marte quando qui sulla Terra milioni di persone soffrono la sete? Con i soldi spesi per andare su Marte quanti pozzi ci si potevano costruire in Africa?”

Ho deciso di scrivere questo articolo proprio per cercare di rispondere, a titolo assolutamente personale, a domande del genere.

Ma prima di farlo vorrei prendere in considerazione un’altra cosa che mi è capitato recentemente di leggere su vari siti e anche su Facebook.
Si tratta del cosiddetto “esperimento del riso” del “noto ricercare giapponese Masaru Emoto” (la notizia in realtà è di oltre un anno fa ma a me è capitato d’incontrarla solo in questi giorni). Sempre in due parole, secondo questo signore (laureato in relazioni internazionali e con un certificato di esperto in “medicina alternativa” rilasciato da un istituto privato) se uno prende due vasetti di riso e incolla sul primo un’etichetta con su scritte delle parole positive, tipo “amore, gioia” e sull’altro un’etichetta con parole negative tipo “odio, astio”, dopo un mese scoprirà che il riso contaminato con pensieri ed energie negative sarà molto più ammuffito e rovinato di quello che risente delle energie positive, che si sarà conservato perfettamente.

Cosa c’entra il riso di Emoto con l’acqua su Marte e cosa c’entra tutto questo con la sete nel mondo? Ci arrivo subito.

L’Italia è un paese che ha bisogno di cultura, questo lo sentiamo dire spesso, e soprattutto ha bisogno di cultura scientifica. Per ragioni storiche, infatti, qui da noi le materie umanistiche e letterarie sono sempre state privilegiate rispetto a quelle tecniche e scientifiche, viste un po’ come “di secondo piano”. Oserei dire che l’idea stessa di dividere il sapere in due schieramenti, quello “delle lettere” e “quello dei numeri”, e poi armarli l’uno contro l’altro quasi fossero nemici, è una perversione, una brutta abitudine dura a morire: il sapere è trasversale, così come l’ignoranza.
Il nostro paese necessita di una massiccia opera di alfabetizzazione di massa in campo scientifico, come accadde quando, agli albori della storia della televisione italiana, dal piccolo schermo si insegnava a leggere, scrivere e parlare italiano a migliaia di persone. La vita di oggi è una vita tecnologica, complessa, e gli effetti dell’ignoranza scientifica li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: campagne contro i vaccini, pseudoscienze, scie chimiche, “teoria del gender” e una grande, immensa, pericolosa confusione. Come si può pretendere che si esprima su questioni come gli OGM, l’energia nucleare, la fecondazione assistita, il riscaldamento globale un cittadino che non sa nemmeno se è la terra a girare intorno al sole o viceversa?

Il riso di Emoto ne è un esempio lampante, rappresentativo per la sua assurdità. Se veramente qualcuno nel 2015, qualcuno che ha frequentato la scuola dell’obbligo (e magari pure l’università!), qualcuno che vota, che lavora, che educa dei figli, qualcuno che è un membro attivo della società in cui vive, se veramente qualcuno del genere è disposto a credere che un’etichetta con delle parole scritte sopra possa influenzare il processo di decomposizione di materia organica o la struttura chimica di una molecola, allora siamo tutti in grave pericolo.

E torno a Marte e ai pozzi in Africa. Ammettiamo per un attimo, nonostante l’ingenuità di questa ipotesi, che si possano semplificare le problematiche che nel corso di secoli e secoli di storia hanno portato alcuni paesi ad essere ricchi mentre altri sono poveri, poverissimi. Ammettiamo per un momento che il semplice “costruire pozzi in Africa” sia la soluzione di queste problematiche.
Appare dunque chiaro come il sole che è necessario trovare dei soldi con cui costruire questi pozzi e salvare la vita di milioni di persone. Bene, dove prendere questi soldi?
Dalle missioni spaziali, è ovvio. Perché sono la cosa più inutile a cui si possa pensare. La ricerca scientifica astratta è la cosa più inutile a cui si possa pensare, perché non ha ricadute sulla nostra vita di tutti i giorni, che è la sola cosa che ci interessa.
Per esempio, anche organizzare un mondiale di calcio o un Gran Premio di Formula Uno costa un sacco di soldi, ma serve a intrattenerci. Forse per questo non ho mai sentito nessuno convertire tali cifre in unità di “pozzi in Africa”. Invece sapere che su Marte c’è l’acqua salata a che mi serve? In che modo cambia la mia giornata?

Prima cosa: la cambia eccome. Forse non questa giornata, magari una giornata che vivrai tra dieci anni o una giornata che vivranno i tuoi figli tra cinquant’anni. Altro che giornata, può cambiarti la vita! L’esempio classico è quello del World Wide Web, cioè il WWW che tutti noi usiamo per navigare in Internet. La stramba idea infatti è venuta proprio ai fisici del CERN, per trasmettersi più rapidamente informazioni riguardo le cose astruse e bizzarre che studiavano. Tra gli effetti collaterali di quella ricerca scientifica pura tanto bisfrattata ci sono gli smartphone, i navigatori satellitari, le macchine fotografiche, i puntatori laser, i videogiochi, le borse termiche, la TAC, le lastre… Tutte queste cose e molte altre sono nate dalla ricerca pura, perché è così che funziona. Senza la ricerca vivremmo ancora nelle caverne.
Il progresso tecnologico necessario per metter su una missione spaziale è impressionante e ha una vasta ricaduta nella vita di tutti i giorni, anche se a volte noi non sappiamo e non ci chiediamo come siano nate le cose che utilizziamo.

Seconda cosa, la più importante: se anche questa missione spaziale in particolare, o tutta la ricerca in generale, non avesse alcuna ricaduta pratica, questo non diminuirebbe di una virgola il suo merito. Come quantificheresti il valore di un sonetto di Shakespeare, di una sonata di Mozart o di una scultura di Michelangelo? L’equazione di Schroedinger è la stessa cosa. La differenza è che è scritta in un linguaggio che tu non conosci e allora ti pare spazzatura.
Anche La Divina Commedia o lo spartito dell’Inno alla Gioia sono soltanto una sequenza di segnetti scritti su un pezzo di carta se tu non sai leggere, quindi ti viene da pensare che quel pezzo di carta sarebbe stato più utile in bagno per asciugarti il sedere.
Perché invece di disprezzare non provi a imparare qualcosa?

Se credi che queste siano questioni di lana caprina, buone soltanto per i dibattiti tra accademici, a mio modesto parere sbagli.
La società occidentale è in questi anni, e ancor di più lo sarà negli anni successivi, posta di fronte a una prova importante: quella dell’integrazione. Come è accaduto altre volte nel corso della storia, gli equilibri geopolitici del mondo si stanno modificando. Molti sono preoccupati, e a ragione, degli effetti che questo incontro/scontro di culture avrà sull’ambiente sociale in cui viviamo. Perché siamo diversi: lingua, religione, storia, usanze, abitudini sono diverse, ed è molto complicato mescolarci. Io credo che la cultura scientifica abbia un ruolo importante in questo, che possa costituire un minimo comun denominatore che aiuti a formare una nuova società di uguali: perché la matematica, così come la musica, è la stessa in tutti i paesi del mondo. Laddove i fondamentalismi dell’uomo (della religione, delle tradizioni, del folklore) dividono e minacciano, il sapere, specie quello scientifico, può invece unire e aiutare tutti quanti a fare un passo avanti verso un’umanità meno superstiziosa, meno ignorante, meno spaventata e spaventosa.

 

Vulcanica

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