L’esperanto per la diversità linguistica

L'esperanto per la diversità linguistica

Molte persone sanno che esiste la lingua “esperanto”, e che essa si chiama così perché il suo ideatore, l’ebreo nato in Polonia Ludwik Lejzer Zamenhof (1859-1917), si firmò “Doktoro Esperanto = Il dottore speranzoso” quando la presentò nel suo libro Lingua internazionale. Introduzione e libro di testo completo, pubblicato in russo nel 1887.

Ho argomentato in un precedente articolo che Zamenhof era Asperger, e che l’ideale che lo ispirò era sia di origine ebraica, che comune a molte persone Asperger. In quell’articolo accenno appena ad un pregiudizio molto comune che voglio confutare in dettaglio qui; potrei trascurarlo, ma visto che in una conferenza pubblica lo ha espresso una volta un ebreo italiano di grande levatura, lo devo ritenere importante.

Il pregiudizio è questo: che gli esperantisti vogliano sostituire tutte le lingue del mondo con la lingua esperanto, mentre è bello invece conoscere tante lingue diverse.
La prima affermazione è falsa, e con la seconda gli esperantisti sono pienamente d’accordo. Infatti l’esperanto si propone come “lingua internazionale ausiliaria”, od anche come “lingua veicolare”: due persone che non conoscono le rispettive lingue materne, potranno comunicare in esperanto.
Il buon esperantista vuole un mondo in cui tutte le persone imparino a scuola due lingue almeno: quella materna e quella esperanto – questo metterebbe chiunque in grado di parlare con chiunque.

E chi ha ambizioni culturali e non solo commerciali, scientifiche, o turistiche? L’ideale prevede questo: un ragazzo legge Omero in traduzione (di ogni capolavoro sarebbe bello che ci fosse una traduzione in esperanto, ma va bene una traduzione in qualsiasi lingua)? Si dice: «Che grande poeta! Mi studio il greco antico per poterlo leggere in originale!» Ama la Bibbia? Studia ebraico, aramaico, e se del caso anche il greco del Nuovo Testamento (se vuole diventare un biblista, ci sono altre lingue ancora da studiare); gli piacciono il Corano, la Bhagavad Gita, Rumi, Shakespeare, Proust, Goethe, Puškin, Cao Xueqin, Yukio Mishima? Non faccia il pigro: si impari l’arabo, il sanscrito, il persiano, l’inglese, il francese, il tedesco, il russo, il cinese, il giapponese – le traduzioni danno solo il profumo di un’opera, ma per gustarla bisogna leggerla in originale!

E se uno vuole scrivere un capolavoro letterario? Lo scriva nella lingua che vuole, ma se ce ne fornisce una versione in esperanto di suo pugno tutti lo ringrazieremo. Tradurre vuol dire tradire non solo perché ogni lingua presuppone una visione del mondo diversa, ma perché se il traduttore non è l’autore, la personale visione del mondo del primo vela la comprensione dell’opera del secondo.
Ciononostante, le traduzioni hanno una funzione importante: quando si è trattato di adeguare lingue come l’ebraico, l’esperanto, lo yiddish al mondo d’oggi, i cultori di quelle lingue hanno cominciato a tradurre migliaia di capolavori delle letterature di tutto il mondo, per mettere queste lingue in grado di esprimere ciò che quei capolavori dicevano. E le traduzioni continuano ad essere uno degli strumenti da adoperare per rendere qualitativamente maggiorenni le lingue numericamente e politicamente minoritarie.
Tutte queste cose, se si vuole, costituiscono un ideale ebraico: come faceva notare il professore israeliano Shlomo Dov Goitein (1900-1985), la civiltà ebraica è sempre stata multilingue; il posto d’onore dell’ebraico come “lingua sacra” non ha impedito di scrivere diverse opere fondamentali in aramaico1, arabo2, ladino3, lo yiddish4, e le lingue dei paesi della diaspora (come francese, tedesco, inglese, russo – ed anche italiano: Primo Levi è un autore fondamentale per tutto il mondo ebraico).
Esiste anche una letteratura nei dialetti giudeo-italiani, anche se la conoscono in meno di quanti conoscano le poesie di Ibn Hamdis (c. 1056 – c. 1133), poeta siciliano in lingua araba; un ebraista, cioè uno studioso della cultura ebraica, deve perciò studiare una profusione di lingue, anche se l’ebraico sta diventando sempre più importante.

Indipendentemente dal retaggio ebraico (o meglio, dal modo in cui l’ebreo Zamenhof ha voluto risolvere un problema ebraico in un modo che giovasse all’umanità intera), gli esperantisti non festeggiano solo il 15 Dicembre, giorno in cui nel 1859 nacque Zamenhof (che il 17 Dicembre 1878 avrebbe presentato agli amici che lo festeggiavano il suo primo progetto di “Lingwe uniwersala”), ma anche il 21 Febbraio, Giornata della Lingua Madre.
La Giornata della Lingua Madre fu proclamata dall’UNESCO nel 1999 per ricordare gli studenti dell’Università di Dacca che il 21 Febbraio del 1952 si fecero massacrare mentre protestavano contro l’imposizione dell’urdu come unica lingua del Pakistan, avvenuta nel 1948. Quegli studenti parlavano bengalese, e furono dei bengalesi a convincere l’ONU a dedicare una giornata alle lingue che rischiano di scomparire, ed alle culture che rappresentano.

Tornando alla lingua internazionale ausiliaria, uno si potrebbe chiedere: perché usare una lingua artificiale se la lingua veicolare del mondo d’oggi c’è già, ed è l’inglese?
Risposta: per imparare molto bene una lingua ci vuole l’equivalente di dieci anni di studio, otto ore al giorno, comprese le feste comandate. Chi è di madrelingua inglese da questo è esentato, perché conosce già quasi per diritto di nascita la weltsprache, ed ha un vantaggio ingiusto rispetto al resto del mondo: mentre gli altri imparano l’inglese, lui diventa colto e ricco.
Ci sono genitori che assumono delle bambinaie di madrelingua inglese, francese, cinese, ecc. e danno loro l’ordine di parlare ai loro figli solo nella loro lingua madre – se questo avviene quando i bimbi sono molto piccoli, essi diventano madrelingua di tutte le lingue che sentono parlare in casa; è una cosa lodevole, ma non tutte le famiglie se lo possono permettere. Potrebbe essere un argomento per il cohousing, ed abitare in mezzo a famiglie provenienti da tutto il mondo sarebbe una cosa magnifica per gli orizzonti culturali e linguistici dei bambini.

Una lingua artificiale, che non fosse lingua madre di nessuno, metterebbe tutti quanti sullo stesso piano. Deve essere proprio l’esperanto?
Qui mi permetto di dissentire un attimo dai “samideanoj = quelli che condividono l’ideale (esperantista)”, perché nell’esperanto trovo alcuni difettucci, ed è certo possibile che la teoria dei linguaggi formali, che ci ha insegnato a programmare i computer, ci permetta di creare linguaggi migliori.
Purtuttavia l’esperanto è la più diffusa delle oltre 900 lingue artificiali per la comunicazione interumana, dacché la sua “interna ideo = idea interna” le ha permesso di trovare numerosi sostenitori, e le ha dato l’invidiabile privilegio di essere stata considerata una “danĝera lingvo = lingua pericolosa” da Hitler, Stalin e McCarthy – per gli stessi motivi: l’aveva inventata un ebreo (tutti e tre per motivi diversi odiavano gli ebrei) che con essa voleva affratellare i popoli, a cominciare dal suo proprio, frantumato allora in una miriade di lingue, riti, e pregiudizi reciproci.

Che accadrà all’esperanto dopo il 4 Marzo 2018 in Italia? Anche soltanto parlare di intercultura è diventato pericoloso.

 

Raffaele Yona Ladu

 

Note:

1 _L’aramaico è una delle lingue più antiche del mondo, attestata da quattro millenni, usata per molto tempo come lingua veicolare di tutto il Vicino Oriente, e tuttora parlata da alcune piccole comunità in Siria (guerra civile permettendo); nelle sue molteplici varietà sono stati scritti alcuni brani della Bibbia ebraica, i Targum (traduzioni interpretative della Bibbia ebraica dall’ebraico all’aramaico – gli ebrei più osservanti leggono il Pentateuco tre volte la settimana: due in ebraico ed una nel Targum; gli ebrei yemeniti continuano l’uso noto anche al fondatore del cristianesimo di leggere la Bibbia in sinagoga alternando il testo ebraico al targum), la Gemarà (la parte del Talmud scritta tra il 350 ed il 500 EV), molti Midrash (raccolte di tradizioni ebraiche, compilate nei primi dieci secoli dell’era volgare, le quali commentano, completano, e talvolta correggono la Bibbia ebraica), lo Zohar (l’attribuzione tradizionale a Shime‘on Bar Yochay, vissuto in Galilea nel 2° Secolo EV, è ormai screditata, e si ritiene che sia stato composto dal castigliano Moshe De Leon nel 13° Secolo – poiché però l’aramaico per lui era ormai una lingua morta, lui ne ha senza volerlo creato una nuova varietà che non era quella che parlava il vero Shime‘on Bar Yochay); l’aramaico è stato usato anche dai non ebrei, ed un’opera che si pone a metà tra ebraismo e cristianesimo è la Peshitta, una traduzione della Bibbia ebraica in aramaico siriaco, redatta da cristiani, e considerata utile dai biblisti di professione.

2 _Gli ebrei della Diaspora, fino all’Emancipazione conseguita all’Illuminismo, parlavano una versione ebraizzata dei dialetti locali, scritta di solito in caratteri ebraici (per lo stesso motivo per cui i mussulmani bosniaci di lingua croata nel 16° Secolo la scrivevano in caratteri arabi: per ebrei e mussulmani i rispettivi alfabeti sono sacri); non solo sono nati così lo yiddish (giudeo-tedesco), il ladino (giudeo-spagnolo), i dialetti giudeo-italiani, giudeo-arabi, ecc., ma è capitato pure che gli storici della lingua francese si siano buttati a pesce sul commento che Rashi (la sigla di rav Shlomo ben Yitzchaq, 1040-1105) dedicò alla Bibbia ed al Talmud, perché il pover’uomo (povero per modo di dire: è considerato il principe dei commentatori, ed anche Lutero si basò sul suo commento, mediato da Nicola di Lira, quando dovette tradurre la Bibbia in tedesco), quando non conosceva una parola ebraica adatta a quello che voleva dire, si arrangiava scrivendo in caratteri ebraici una parola del dialetto di Rheims della sua epoca!
Allo stesso modo, gli storici dei dialetti arabi studiano le carte della Genizah del Cairo, accumulate dagli ebrei della città tra l’870 EV ed il tardo 19° Secolo: molte sono di argomento religioso ed in ebraico (ci sono frammenti dei libri biblici che i cattolici chiamano “deuterocanonici” ed i protestanti “apocrifi”, ovvero che i cattolici riconoscono come parte dell’Antico Testamento, ma ebrei e protestanti no – senza quei frammenti, di quei libri conosceremmo solo la traduzione greca detta “la Settanta”), ma altre di argomento profano, e scritte in dialetti giudeo-arabi (e, per il motivo già detto, di solito in caratteri ebraici) – anche qui gli arabisti hanno di che festeggiare.
Ebrei della caratura di Sa‘adiah Gaon (882/892-942) e Mosé Maimonide (1135-1204) hanno usato l’arabo classico ed il giudeo-arabo per scrivere opere fondamentali.
Sa‘adiah è stato uno dei primi esegeti biblici in senso moderno (in quanto non intendeva solo tramandare le interpretazioni tradizionali del testo, ma anche studiare la grammatica ed il vocabolario del medesimo per ricostruire che cosa i suoi autori intendevano dire), scrisse diverse opere importanti di filosofia e religione, ed il primo libro di preghiere ebraiche che si conosca (fino ad allora si riteneva possibile e sufficiente impararle a memoria): se le preghiere vere e proprie sono perlopiù in ebraico, il commento è in arabo; e tra le diverse opere importanti che Sa‘adiah ha scritto in giudeo-arabo, c’è una traduzione parziale e commentata della Bibbia.
Di tutte le opere di Maimonide, poche sono scritte in ebraico, tra cui spicca il “Mishneh Torah = Ripetizione della Legge”; quelle di scienze e medicina sono scritte in arabo classico, e la celeberrima “Dalālat al-ḥā’irīn = Guida dei Perplessi” è scritta invece in giudeo-arabo (il nome ebraico “Moreh Nevukhim” glielo diede nel 1204 il traduttore Shmuel Ibn Tibbon) – perché diretta solo ai suoi correligionari e non agli arabofoni colti.

3 _Il “ladino” non è qui la lingua che si parla nelle Alpi Retiche, ed è la terza lingua ufficiale della Provincia Autonoma di Bolzano – si tratta qui del giudeo-spagnolo, lingua tuttora parlata dai discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492; tra le molte opere scritte originariamente in quella lingua, vale la pena ricordare il Me‘am Lo‘ez, un semplicemente mostruoso commento alla Torah scritto nei secoli 16° e 17°, ed al quale gli ebrei sefarditi affidarono la loro sopravvivenza spirituale dopo la crisi provocata dall’impresa messianica di Shabbetai Tzevi (1626-1676), conclusasi nel 1666 con la sua conversione all’Islam.
Il professor Yosef Chaim Yerushalmi (1932-2009) in una conferenza pubblica a Livorno, tenuta proprio in ladino, avanzò l’ipotesi che Yitzchaq Luria (1534-1572), detto Ari od Arizal, uno dei principali esponenti della Qabbalah, predicasse ai suoi discepoli di Tzfat/Ṣafad in Galilea in ladino – il suo discepolo Chayyim Vital (1542-1620) avrebbe preso appunti e li avrebbe tradotti in ebraico.
Non era insomma lingua dappoco. Se in passato si scriveva in caratteri ebraici, ora la si scrive in caratteri latini, cosa che evidenzia la sua somiglianza con lo spagnolo.

4 _Lo yiddish diede vita ad una notevole letteratura anche devozionale, in quanto alle donne era proibito accostarsi ai testi sacri, ma occorreva fornire loro un succedaneo nella loro lingua; lo yiddish è tuttora parlato dagli ebrei ultraortodossi che non vogliono profanare la “lingua sacra” con impieghi mondani, e fu un serio concorrente sia dell’ebraico che dell’esperanto come lingua comune degli ebrei.
Infatti nel 1879 Ludwik Lejzer Zamenhof fu l’autore della prima grammatica della lingua yiddish (pubblicata parzialmente nel 1909, nella sua interezza solo nel 1980), probabilmente perché in quel momento riteneva troppo ambizioso il progetto di una lingua universale, e pensò che forse uno yiddish riformato sarebbe potuto diventare perlomeno la lingua unitaria del popolo ebraico.
Nel 1908 fu convocata a Chernivtsi (attuale Ucraina) una conferenza, per iniziativa del sionista Natan Birnbaum, che proclamò lo yiddish “lingua nazionale del popolo ebraico”, ma la proclamazione non poté essere attuata, perché il fascino del neo-ebraico propugnato da Eliezer Ben-Yehudah (1858-1922) si dimostrò imbattibile.
La diatriba yiddish-ebraico assunse anche venature politiche, con il Bund, che rappresentava il proletariato ebraico dell’est Europa, di tendenze socialiste e non sioniste, che favoriva lo yiddish, ritenuto popolare, non religioso e non elitario. Di questa polemica si ha un eco nel padiglione polacco ad Auschwitz, che visitai nel 2009: le diciture in caratteri ebraici non sono in ebraico (troppo sionista e filo-israeliano), ma in yiddish (a ricordo anche della lingua parlata dalla maggior parte delle persone sterminate lì). Sarebbero opportune ora delle diciture in ebraico, in aggiunta a queste, ovviamente.
I grandi scrittori in yiddish, prima di Isaac Bashevis Singer (1902-1991), si identificano nella triade Mendele Moycher-Sforim (1835-1917), Yitschok Leibush Peretz (1852-1915), Sholem Aleikhem (1859-1916) – noto anche per il film musicale “Il violinista sul tetto”, tratto dalla sua opera “Tevye il lattivendolo”.
Tutti questi solo i sommi di una moltitudine di autori di notevole talento – figuriamoci se un esperantista vuol disfarsi di tutta questa cultura obliterando aramaico, ladino, yiddish, e le altre lingue del mondo ebraico e non ebraico!

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