​Sulla costruzione sociale del rifiuto

​Sulla costruzione sociale del rifiuto

Cosa si intende quando si dice “non tutto è così facile”?

 

Puoi trovare la verità
con la logica
solo se l’hai già trovata
senza di essa.

{G. K. Chesterton}

Per rispondere alla domanda del sottotitolo: DIPENDE.

Viviamo tutti nello stesso paese, ma ci sono infiniti e diversi approcci relativi a qualsiasi ambito: dalle scienze, alle terapie, alla politica, all’educazione… nonostante ciò, quello che interessa a me è l’approccio che si ha nei confronti della sessualità. A volte si sente dire che essere omosessuali sia “una scelta di vita”. Niente di più sbagliato, dato che è una cosa che si ha dentro, che non si decide a tavolino. Non è un accessorio che si pondera in base alle attinenze di colore, come una borsa, un paio di scarpe. È una realtà interna delicata, profonda, multisfaccettata e, in definitiva, complessa.
L’unica vera scelta che può esserci nei confronti della propria omosessualità, ma che puntualmente passa sotto l’uscio di decine di persone e persino di alcune istituzioni che dovrebbero maggiormente attivarsi nella tutela di questo diritto che reputo (non penso a torto) FONDAMENTALE, è quella del coming out. Ma cosa intendo per coming out? È presto detto: l’essere a tutti gli effetti consapevoli che nella propria condizione di omosessuale non vi sia motivo di rigetto personale; oltre a ciò, che è un passaggio interiore, una presa di posizione che sia sincera con sé stessi e con gli altri, nel pieno rispetto della propria identità sessuale. Questa è l’unica scelta che ogni membro che si scopre, suo malgrado, parte della comunità LGBT è chiamato a fare.

Ma è davvero una SCELTA? E se sì, siamo davvero liberi di scegliere?

Iniziamo chiarendoci le idee su cosa sia una scelta:

“Libero atto di volontà per cui, tra due o più offerte, proposte, possibilità o disponibilità, si manifesta o dichiara di preferirne una (in qualche caso anche più di una), ritenendola migliore, più adatta o conveniente delle altre, in base a criterî oggettivi oppure personali di giudizio.” 

Questa definizione, tratta dal vocabolario Treccani, merita qualche riflessione. Innanzitutto, è interessante notare come la primissima parola che questa eminente istituzione culturale abbia deciso di collocare nella definizione sia stato proprio l’aggettivo “libero”. Quindi una delle fasi istituenti la scelta è proprio la libertà, la possibilità di agire avulsi da pressioni esterne e di influenze che limitano la nostra possibilità. Ma approfondiamo la definizione, continuando a leggere quanto scritto sempre nella definizione dell’enciclopedia.

“[…] Alla libera scelta, che è il caso normale, si contrappone la sc. obbligata, condizionata cioè da ragioni di necessità, da mancanza di alternativa; il termine passa quindi a significare, in frasi negative o riduttive, la possibilità di scegliere, sia in offerte di beni […] sia nel caso di determinate situazioni, in cui si è costretti ad adottare l’unica soluzione possibile.” 

Di nuovo mi ritrovo meravigliato e rapito dalla decisione che è stata presa nell’uso dei vocaboli adibiti alla definizione.

“Alla libera scelta, che è il caso NORMALE”

Normale… ovvero che si approssima ed esprime la norma, la consuetudine. Quindi viceversa le scelte obbligate, alla luce non solo del senso comune ma anche di quello che abbiamo appena detto, suonano come un ossimoro. A livello semantico, perciò, siamo davvero soliti ad attribuire alle scelte il valore di azioni libere, compiute nel nostro pieno diritto di fare ed agire. Ma è davvero così?

Molte persone che conosco non sono dichiarate. Apparentemente, la vivono come una scelta e non metto in dubbio che per alcuni di loro sia davvero così. Ma la stragrande maggioranza di loro non fa coming out per ragioni prettamente esterne ad essi, come il disprezzo sociale, la famiglia, la paura delle ripercussioni in ambito lavorativo…

Dall’altra parte, vedo persone che fanno del proprio coming out una risorsa, una bandiera da innalzare, una sorta di stendardo che unico e solo si leva per difendere i diritti anche di coloro che non hanno la forza o la possibilità di dichiararsi. Tuttavia, se si è riusciti a ottenere tutti i diritti che si sono avuti è stato per la forza ed il coraggio di persone che in tempi decisamente meno morbidi, hanno trovato l’ardimento di mostrarsi per quello che erano. È una scelta questa? Certamente sì, ma che tipo di scelta? Libera o obbligata?

Il ricatto sociale che c’è stato per coloro che si sono innalzati contro queste ingiustizie è stato “o fai del tuo coming out una bandiera e fai qualcosa, oppure non avrete mai diritti né possibilità e dovrete nascondervi per sempre nell’ombra del sospetto”. Coloro che non possono permettersi fisicamente di fare coming out sono schiacciati all’angolo di una “scelta di discrezione” che non mi appare affatto una scelta, né libera né serena; per contro, coloro che trovano in qualche modo terreno fertile o la forza interiore di prendere questa ardua posizione, sono in qualche modo richiamati a una specie di mandato sociale contro l’indifferenza, per citare un importantissimo volume dello studioso di scienze cognitive e saggista Ugo Morelli.

Il contrario dell’amore non è l’odio,
è l’INDIFFERENZA.
L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore.
L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro,
non lo vedi neppure, non esiste più.
E nessuno ha il diritto di ridurre a nulla un uomo.
L’indifferenza avvelena la terra,
ruba vita agli altri,
uccide e lascia morire;
è la linfa segreta del male.

{Ermes Maria Ronchi}

In entrambi i casi, non riesco a vederci quel fattore di libertà che permea così fortemente la definizione della nostra straordinaria Enciclopedia. Nel momento in cui non ho la facoltà di sposarmi, non sono riconosciuto in maniera paritaria, rientro nell’alveo del soffitto di cristallo per il lavoro, come posso fare finta che niente di tutto ciò stia avvenendo? E per contro, quand’anche me ne rendessi perfettamente conto, ma fare coming out significherebbe finire in mezzo a una strada rigettato dalla mia famiglia o perdere il lavoro, come posso considerare il nascondimento una libera scelta?

Se non ci fosse un disprezzo esterno, non penso che ci sarebbe gente che si costringerebbe a nasconderlo. Se in società non esistesse accanimento, non ci sarebbe neanche a livello capillare. Come posso pensare che sia una libera scelta nel momento in cui non puoi presentare la persona che ami ai tuoi genitori, che non sapranno mai chi sei DAVVERO e nel momento in cui non potranno esserci nelle tue cene di Natale o delle feste perché scoprirebbero il tuo compagno? Tutte queste rinunce sono tutte cose che hanno a che fare con noi, con la nostra vita. Non posso ragionevolmente credere che sia una decisione che in molti prenderebbero, se non vi fossero gravissimi moventi più che motivati per rinunciarvi.

Coloro che invece dicono che tutto sommato, nonostante il sacrificio, a loro così va bene mi fanno pensare a una metafora: mi vien da immaginare un uomo o una donna schiavi e senza diritto di voto che emigrano in un paese dove non sono più schiavi, ma continuano a non avere diritto di voto. Ovvio che la nuova terra appare come un paradiso, ma non si può dire che abbiano ottenuto pari diritti con questo cambiamento. A loro tuttavia starebbe bene, e come dargli torto?
Ma non sono comunque uomini e donne veramente libere. Né con diritti eguali.

Io ho fatto la scelta di cercare di agire, di non restare azzittito dalla potenza e dalla grandezza di coloro che odiano, ma non penso affatto di essere coraggioso. Penso di essere anche io a mio modo obbligato, di doverlo fare per me e per prendermi cura di coloro che verranno dopo di me. Per un futuro migliore, in cui si metteranno a tacere coloro che disprezzano e che fanno del male per trovare finalmente la pace almeno tra di noi esseri umani.

 

Jacopo Stringo

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