Coming out oppure no?

Coming out oppure no?
Coming out oppure no?

Se dovessi riassumere l’intera guida in una sola parola, trascurando le sfumature, le situazioni individuali e le grandi differenze che invece vanno tenute in conto, se insomma qualcuno mi puntasse una pistola alla tempia e mi chiedesse: “Esco allo scoperto oppure no?” io risponderei: “FALLO!”

Perché? Per due motivi. Uno personale, l’altro, se volete, politico.
Il motivo personale è che credo che la vita di una persona fuori dall’armadio sia migliore, più serena. Non hai bisogno di nasconderti, di inventarti balle, di raccontare bugie. Puoi parlare della tua vita sentimentale con tranquillità. Non puoi essere ricattato perché non devi temere che qualcuno ti faccia outing. Se hai una relazione stabile, puoi viverla alla luce del sole, soprattutto se anche la persona con cui stai è dichiarata. Se invece non ce l’hai e magari cerchi un partner, non hai bisogno di ricorrere a sotterfugi. Non devi aver paura di incontrare la persona sbagliata nel posto sbagliato o che ai tuoi familiari arrivi la voce che sei stato visto/a in un locale gay. Quando tra amici si parla di fidanzati e fidanzate, non devi sudare dal terrore, sforzarti di cambiare discorso o raccontare sempre che sei single.
In una parola, non devi fingere.

Il motivo politico, o sociale, è che se sei out puoi rivendicare i tuoi diritti. Non necessariamente devi partecipare al gay pride o scendere in piazza con la bandiera arcobaleno: in questi anni in Italia la semplice affermazione: “Io sono omo/bisessuale”, senza vergogna e senza paura, rappresenta una presa di posizione. Significa: io non mi nascondo. Moltissime persone hanno dei comportamenti omofobi soltanto perché non hanno idea di cosa sia il mondo non eterosessuale. Trovandosi a parlare con una persona dichiaramente gay/bisex, potranno, se ne hanno l’onestà e il coraggio, farle le domande che si pongono da sempre, esporre i loro dubbi, scoprire che noi lgbt non siamo cattivi come ci disegnano. Tanta gente cambia idea sul matrimonio gay e sulle adozioni quando si trova a contatto con una coppia omosessuale e si rende conto di quanto amore possa dare. Non è soltanto colpa loro, ammettiamolo: per decenni, per secoli anzi, le persone attratte dallo stesso sesso sono state raffigurate come promiscue, immorali, sporche. L’immagine che ancora molti hanno degli omo/bisessuali è quella di persone che saltano da un letto all’altro, patologicamente interessate al sesso e incapaci di nutrire veri sentimenti, spesso tossicodipendenti e di frequente portatrici di malattie (quanti sanno che nel 2011, in Europa, nel 46% dei casi l’HIV, il virus dell’AIDS, è stato trasmesso tramite rapporti eterosessuali? fonte: helpaids).
Magari non si sono mai soffermati a pensare che una vita sessuale disordinata e il consumo di droghe possono essere state, in molti casi, conseguenze dirette di una violenta discriminazione sociale e della vergogna che gli omosessuali stessi provavano nei riguardi della propria condizione, perché non c’era l’informazione che c’è oggi.

Anche gli eterosessuali possono fare moltissimo in questo senso: informarsi, parlare correttamente della questione lgbt+ e darle la visibilità positiva che merita. Ma un gay nell’armadio non può farlo, perché avrà troppa paura di essere scoperto per affrontare liberamente questi discorsi e preferirà cambiare argomento.
Se sei un gay/bisex dichiarato, le tue azioni e le tue parole potranno dare un contributo attivo alla battaglia per i diritti. In altre parole, potrai essere tu stesso/a a combattere contro tutte le paure e i pregiudizi che ti hanno tenuto per tanto tempo nell’armadio!

Questi sono i vantaggi, ma vivere apertamente la propria sessualità può comportare anche degli svantaggi?
Naturalmente.
Può darsi che alcune delle persone con cui farai coming out cambino idea su di te. Alcuni dei tuoi amici potrebbero abbandonarti, ma sinceramente, di che razza di amici stiamo parlando? Non preferisci avere accanto delle persone che ti amano per ciò che sei, piuttosto che gente pronta a voltarti le spalle perché non condivide il tuo modo di amare?

La faccenda diventa più spinosa in due ambiti: quello familiare e quello scolastico/lavorativo.
Per quanto riguarda la famiglia, ne tratterò in maniera più esauriente nel seguito. Sono sicura, infatti, che il più grande scoglio da superare per la maggior parte degli omo/bisessuali che vogliono dichiararsi sia il giudizio dei genitori e dei parenti in generale: persone di un’altra generazione, magari un po’ all’antica, in alcuni casi con una fede religiosa rigida che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Si tratta, inoltre, di persone molto vicine, della cui approvazione e del cui affetto non te la senti di fare a meno: è normale avere degli scrupoli. Purtroppo, questa sarà una questione da valutare caso per caso, ma per chiunque decida di tentare lo stesso e dichiararsi, cercheremo insieme la via meno traumatica possibile per farlo, nel prossimo capitolo.

Per quanto riguarda invece l’ambiente di lavoro, i dati sono sconfortanti. Arcigay ha condotto un’inchiesta nel 2011 (qui trovate la sintesi dei risultati e il link al report completo) nella quale risulta che, su un campione di 2229 persone lgbt in tutta Italia, il 19% dichiara di aver subito discriminazioni, soprattutto tra i trans. La percentuale non sembra così alta, ma è attenuata dal fatto che un quarto degli intervistati è completamente invisibile (non dichiarato a nessuno) sul posto di lavoro, mentre molti altri sono usciti allo scoperto solo con qualche collega fidato.

La questione è: cosa ha a che fare il mio orientamento sessuale con il lavoro? Perché dovrei parlare della mia omosessualità?
Per una serie di ragioni. Il lavoro è il luogo in cui passi la maggior parte della tua giornata. Hai rapporti con i colleghi, ti parlano delle loro famiglie, in molti casi ci si incontra anche fuori dall’orario di lavoro. Indossare una maschera per tutto questo tempo è faticoso: rischi di appartarti in un angolo e non conversare con nessuno, per paura che ti facciano una domanda a cui non sai come rispondere, oppure devi inventarti un mucchio di bugie. Se ad esempio hai un partner del tuo stesso sesso che è malato e ha bisogno della tua assistenza, non puoi dirlo chiaramente e chiedere un permesso per questo motivo. Non è facile. La situazione può essere così stressante da compromettere anche la tua produttività ed efficienza.
D’altra parte, con i tempi che corrono, quanti possono permettersi l’orgoglio di intraprendere nobili battaglie ideologiche e sopportare di subire mobbing, di essere licenziati o di non essere assunti affatto pur di rivendicare la propria identità?

Lo stesso accade a scuola. Anzi, forse è peggio, perché gli anni della scuola sono quelli in cui la discriminazione è più acuta e dolorosa e si è ancora indifesi, specie quando non si può contare sull’appoggio dei familiari, molto spesso all’oscuro di quel che accade, e degli insegnanti, che troppe volte stanno a guardare quando non sono i primi a comportarsi da bulli. A quindici, sedici anni si può essere presi in giro ferocemente per qualsiasi cosa: perché si balbetta, perché si porta l’apparecchio, per qualche chilo in più, per un atteggiamento remissivo o timido. Figuriamoci parlare apertamente dei propri gusti sessuali. Per molti di questi ragazzi, la scuola è un inferno che si ripropone giorno dopo giorno, e proprio nell’età in cui invece si avrebbe più bisogno di confrontarsi con gli altri, di sentirsi accettati e amati, di conoscere e fare esperienze.

Per queste ragioni, l’unico suggerimento che mi sento di dare è di essere estremamente cauti sul posto di lavoro e a scuola. Un po’ poco, mi dirai, ma purtroppo è così. Questa guida ha a che fare con la realtà e quindi non posso dirti: “vai, dichiarati, lotta per un mondo migliore!” senza preoccuparmi del prezzo da pagare.
Il mio consiglio è il seguente: se ti è possibile, comincia da chi ti è più vicino, dagli amici, dai familiari e dai parenti. Quando saprai di avere una base di persone su cui contare, allora, se lo ritieni opportuno, sarà più semplice dichiararsi anche a scuola o sul lavoro, perché sai di non essere solo/a nel sopportare le conseguenze. E, se vuoi uscire allo scoperto, comincia da un compagno di classe o da un collega che senti particolarmente affine o di cui magari conosci già le idee sul tema.

Ricorda che hai dei diritti. Se sei discriminato/a a scuola o sul lavoro, non sei costretto/a a subire in silenzio. Puoi rivolgerti ad associazioni che ti forniscano assistenza legale, come retelenford, e non pensare mai che “te la sei cercata, potevi rimanere nell’armadio”.
Non pensare mai di avere torto per esserti dichiarato, o per non averlo fatto. Si tratta di una scelta esclusivamente tua e reazioni aggressive e discriminatorie da parte degli altri non sono mai, mai, mai giustificate.

Lo scopo non solo di questa guida, ma dei tanti progetti nazionali e internazionali rivolti alla comunità lgbt+ e in special modo ai più giovani, è quello di non costringerti a vivere nella paura. Non sei solo/a, per quanto sia difficile. Dentro o fuori dall’armadio, ci sono persone disposte a lottare per te.

 

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