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Alla fine la fiaccola dell’untore è passata di mano. Da chi, si sa. A oggi ancora non a chi. Potrebbe essere qualunque categoria: i corrieri che consegnano merce ordinata on line, gli autisti dei mezzi pubblici, gli operai delle aziende “di rilevanza nazionale”. Oppure gli edicolanti, i farmacisti. Prima o poi toccherà a qualcuno tra quelli a cui è rimasta la facoltà di muoversi all’aperto. O sarà il presidente del consiglio, della regione, il sindaco. Perché un nemico ce lo dobbiamo costruire, vogliamo qualcuno contro cui scaricare le nostre frustrazioni da reclusi tra quattro mura. Fino a sabato scorso erano i runner: esatto, quei personaggi colorati, spesso di fluo (ebbene sì: è un vezzo di molti, che sul piano economico ha misteriosamente un suo costo tra l’altro), che punteggiano le ciclabili, i marciapiedi, gli spazi aperti, ma pure i sentieri boschivi, le rampe di scalinate impervie, le mulattiere a mezza costa dove una volta trovavi solo il carretto del contadino e oggi incroci invece anche uomini e donne col cardiofrequenzimetro al polso, la fascia tergisudore, la maglietta dell’ultima mezza maratona corsa e le scarpe antiscivolo che illudono di rimanere in piedi sull’acciottolato o la fanghiglia coperta dal fogliame.

Per settimane abbiamo assistito alla caccia alle streghe moderne: dalle finestre a dai balconi di mezza Italia i delatori di professione (o appena assunti in carica vista l’emergenza) si sono scagliati contro chi sfruttava sfruttava l’esplicito permesso del decreto per continuare a correre, corricchiare, strisciare per strade e colline. Come se questi fossero il principale avversario dell’inesorabile espandersi del contagio. E non piuttosto gli inconsapevoli uomini e donne da mattanza obbligati da una finestra legislativa a rimanere ligi al dovere sui posti di lavoro, nelle aziende aperte per poter tenere il PIL a un livello almeno di sopravvivenza evitando il crash economico e concorrenziale alla nazione; non i rincoglioniti ammassati fuori e dentro i supermercati a fare incetta di rotoli di carta igienica come se non si potesse far altro che andare in bagno durante la quarantena; non i giovani boriosi del “tanto a noi non tocca, colpisce solo i vecchi” (tra cui, presumo, i loro parenti, specie i nonni. Che, potessero, li prenderebbero a calci in culo vedendoli comportarsi come insolenti presuntuosi e menefreghisti).

Abbiamo così bisogno di un nemico che se non lo troviamo lo dobbiamo creare. E se ancora non ne siamo capaci, ce lo dobbiamo fare imporre dall’alto (si fa per dire). Nell’attualità dell’interscambio di sentimenti digitalizzato ci stiamo sempre più isolando, ancor più di quanto non ci stia costringendo il Covid-19. Che lascerà strascichi pesantissimi sulla psiche di molti, marchierà in maniera netta ed indelebile migliaia di menti fiaccate da una clausura forzata alla quale non erano abituate. Il mostro contro il quale stiamo tutti combattendo non ha un volto, non ha una forma, nemmeno possiede un nome proprio come invece gli uragani che almeno vengono “umanizzati”. La sua invisibilità lo rende inafferrabile e soprattutto inattaccabile: siamo quindi costretti a materializzarlo rivolgendo la nostra frustrazione su una categoria, nel caso specifico “quelli che vanno in giro a correre senza un motivo”. Beh, il motivo ce l’hanno, quelli che “vanno in giro a correre”: è la cura della loro salute, il senso di libertà, di controllo del proprio corpo, la ricerca dei propri limiti e il provare a superarli volta per volta, la fuga dalla routine quotidiana, dallo stress, dalla monotonia del lavoro e dei riti forzati del vivere tra ufficio, supermercato, dentro un’auto inscatolata nel traffico. A rovinarli non è stata la loro incapacità di rispettare le nuove restrizioni, che peraltro consentivano l’attività entro certi limiti: i runners, quelli veri, si sono fermati (quasi) tutti subito, specie gli skyrunners che sanno benissimo quanto gli eventi sfortunati in montagna sono dietro l’angolo, e una caduta, una distorsione, una frattura avrebbero complicato la vita di chi negli ospedali è oggi impegnato totalmente in altre attività ben più importanti di una gessatura o fasciatura rigida. Sono stati i “runners della domenica”, quelli improvvisati, i sedentari presi da improvvisa smania di uscire di casa e per ciò pronti a indossare anche i pantaloncini ascellari di fantozziana memoria, la maglietta del torneo di beach volley di quell’estate a Jesolo (inevitabilmente aderentissima…) e le scarpe del figlio di una misura più piccole pur di prendere una boccata d’aria provando a fingersi corridori provetti. Così si è fatto di tutta un’erba un fascio e alla fine non si è potuto far altro che negare tutto, tranne che correre in cerchio attorno al proprio isolato come i carcerati durante l’ora d’aria. Finirà anche questa emergenza: e allora, solo allora, si tornerà a vedere “quelli che corrono” solo come gente un po’ alienata che si alza la mattina alle 5.30 per poter mettere in pratica la propria passione prima di andare al lavoro. O che rinuncia alle ore di libertà nei giorni festivi per correre, sudare, affaticare muscoli e giunture invece (o prima) di starsene spaparanzato sul divano aumentando il rischio di patologie ben più gravi di uno stiramento o di una slogatura. Col SSN che stavolta li ringrazierà per contribuire ad abbassare i rischi derivanti da un regime di vita poco salubre e troppo sedentario.

 

Mr Mojo Risin’

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