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ARDA (http://www.thearda.com/) è la sigla dell’Association of Religion Data Archives [Associazione degli Archivi di Dati sulla Religione], che ha recentemente riassunto qui (http://blogs.thearda.com/trend/featured/study-u-s-churches-exclude-children-with-autism-addadhd/) uno studio su quanto la neurodiversità influenzi la pratica religiosa dei bambini – e non per loro libera scelta, ma per l’impreparazione delle comunità religiose ad accoglierli.
Lo studio, intitolato “Religion and Disability: Variation in Religious Service Attendance Rates for Children with Chronic Health Conditions [Religione e disabilità: variazioni nei tassi di partecipazione ai culti religiosi nei bambini con condizioni di salute croniche]” avverte che i bambini che hanno problemi di salute come asma, diabete, problemi di vista od epilessia partecipano al culto nella stessa misura dei loro coetanei senza condizione di salute cronica.
Ben diverso è il caso delle condizioni di neurodiversità:
· un bambino nello spettro autistico ha 1,84 volte più probabilità di non partecipare mai al culto di uno senza condizione di salute cronica;
· un bambino con un disturbo della condotta, oppure depressione od ansia ha 1,50 volte più probabilità di non partecipare mai;
· un bambino con un ritardo nello sviluppo oppure un disturbo dell’apprendimento ha 1,36 volte più probabilità di non esserci mai;
· un bambino con ADD/ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione, con o senza iperattività) ha 1,20 volte più probabilità di non partecipare.
I motivi possono essere vari, e cominciano dalla semplice impreparazione: una congregazione che rimuove le barriere architettoniche dal suo tempio può non rendersi conto che l’impianto di amplificazione (e talvolta anche quello d’illuminazione) tortura le persone autistiche; il prete che prima distribuisce i foglietti stampati con una preghiera eucaristica, ma poi celebrando ne recita un’altra, disorienta gli autistici più dei neurotipici; non sempre le persone autistiche comprendono le convenzioni sociali, o sanno controllare la loro voce (spesso credono di parlare sottovoce, ed invece parlano ad alta voce – se ne lamenta ogni tanto anche mia moglie) – e questo può far loro involontariamente disturbare una cerimonia religiosa.
Un angolo appartato e più silenzioso dal quale si possa partecipare al culto senza sentirsi in mezzo alla gente (cosa che riempie d’ansia molti autistici) è spesso d’aiuto, così come eventualmente la possibilità di assentarsi un attimo, “riprendere fiato” in un locale tranquillo e sicuro, e tornare a partecipare poi senza che nessuno ne chieda conto.
Problema più serio è lo stigma, che come viene espresso dalla società in genere spesso viene espresso anche dalle congregazioni religiose: più difforme dalla media è il comportamento dei bambini, più facilmente causa insofferenza nelle altre persone, che lasciano intendere che i bambini in questione (ed i loro genitori) farebbero meglio a non farsi vedere.
I suggerimenti che ho dato sono molto generici; l’inserimento di bambini neurodiversi in una congregazione spesso esige un intervento personalizzato, in cui familiari e terapeuti trovano una soluzione parlando con il consiglio direttivo, i ministri del culto, eventuali insegnanti ed altri collaboratori.
Se questi problemi sono particolarmente evidenti nei bambini, gli adulti non ne sono esenti: le persone autistiche faticano ad integrarsi in una congregazione religiosa, proprio perché vengono percepite come “strane”; alcune di loro sono aperte verso il sovrannaturale (per la precisione, verso esperienze di tipo panteistico, in cui Dio ed il mondo appaiono coincidere) e questo aumenta ovviamente i sospetti nei loro confronti; altre ancora mostrano di avere tratto i loro modelli di fede e le loro pratiche di pietà dai libri più che dall’esempio dei loro correligionari, e questo può metterli in conflitto con loro.
Quasi tutti gli autistici vivono la loro fede come se fosse un “interesse speciale”, e purtroppo la prima reazione dei neurotipici a questo non è mai benevola, perché lo scambiano per fanatismo puro e semplice; il consiglio che do ai direttori spirituali è quello invece di far leva proprio sull’intelletto di chi ha questo “interesse speciale” perché sviluppi non solo la propria cultura religiosa, ma anche il ragionamento morale (il Talmud [Massime dei Padri 2:6] dice che “l’ignorante non può essere pio”: vale secondo me per ogni religione, e vale soprattutto per gli autistici), e capisca così che ad un essere umano e religioso si chiede di incamminarsi verso la perfezione, non raggiungerla, rendersi conto dei passi falsi, non disperarsene.
Il modello, volendo, anche per chi come me non è cristiano, è Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo (1873-1897), la cui biografia lascia pensare che fosse un’autistica ad alto funzionamento, che ha messo la propria spiritualità al servizio di chiunque, e mostra che si può essere autistici e religiosi insieme e proficuamente.
Inoltre, questo suo paragrafo: “Gesù si è degnato di istruirmi su questo mistero: mi ha messo davanti agli occhi il libro della natura e ho capito che tutti i fiori che ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del giglio non tolgono il profumo alla violetta o la semplicità incantevole alla pratolina … Ho capito che se tutti i piccoli fiori volessero essere rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fiorellini.” (Storia di un’anima, Manoscritto A, 2v°) illustra in modo anche poetico cos’è la neurodiversità.

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