Al di là del DETERMINISMO

Al di là del DETERMINISMO

Il corpo come essere-per-amarsi

Quando si parla di ‘corpo’, si finisce inevitabilmente con il pensare che esso sia solamente un mero fatto biologico, una semplice istituzione funzionale di organi. Si tende a dare per scontata però la sua complessità psicologica e individuale, tutte le infinite sfaccettature che lo rendono inscindibile dalla mente. Il corpo non è, come diceva Cartesio, una res extensa separata dalla nostra mente; il corpo è, di fatto, quello che È nel mondo, ovvero agisce nel mondo, e al contempo quello che noi PERCEPIAMO ESSERE nel mondo. È il tramite tra noi e gli altri e il modo in cui decidiamo di interagire con loro, una espressione fisica della nostra interiorità. Il corpo è ciò che diciamo, perché lo diciamo con esso, la bocca; il corpo è ciò che facciamo, perché lo facciamo con esso, le mani; il corpo è ciò che pensiamo, perché lo pensiamo con esso, il cervello.

È molto riduzionista parlare di ‘IO’ senza parlare di ‘NOI’, dell’unità mente-corpo, della forte influenza che hanno l’uno sull’altra: pensiamo solamente a che peso hanno gli ormoni in tutto questo. Come, per fare un esempio, l’adrenalina aumenti il battito cardiaco, e finisca per influenzare i processi decisionali quando ci si trovi in uno stato di agitazione.
Per vivere in uno stato di serenità e di equilibrio è indispensabile che fra i due regni del ‘NOI’, la mente e il corpo, viva una pace sovrana: uno stato in continua guerra civile è uno stato in cui non si vive bene. Molte persone sono fortunate, non hanno alcun problema con la propria ‘casa’, si trovano perfettamente a loro agio nel corpo che è stato loro affidato da madre natura, Dio o gli dei in base al credo religioso. Ma proprio questa fortuna impedisce a molti di comprendere che grande problema sia il nascere in un corpo che non si sente proprio, che non esprime appieno quello che la mente vorrebbe dire. Come una Babele, ognuna delle due parti parla la propria lingua, incapace di decifrare quello che l’altro dice e finendo inevitabilmente per tradire, anziché tradurre, le sue parole.
Immaginiamo di essere con la nostra famiglia e di punto in bianco non si riesca più a dire quello che si pensa, non sia più possibile far capire loro quello che si prova. Ecco cosa sente una persona in un corpo che non sente adatto: vorrebbe esprimere sé stesso in maniera totalmente libera, ma in realtà finisce col parlare una lingua che non è la sua, sicuro che la propria non possa essere compresa. Lo specchio diventa un nemico: egli ti ricorda ogni secondo quanto tu sia diverso visivamente da te stesso, da quello VERO. Quando ci si trova in questa situazione, infatti, si è costretti a indossare una maschera che copra tutta ‘l’imperfezione’ nel non essere adeguati, del sentirsi sbagliati.
La società non sa accettare queste persone, ma non perché vi sia qualcosa di mostruoso in loro. Semplicemente, è difficile capire che cos’è la guerra, quando non la si è mai vissuta. Non impossibile, ma difficile.

Il corpo deve essere un tramite, come dicevamo, deve legarci gli uni agli altri e consentire di abbracciarsi, amarsi, comunicare; proprio per questa ultima questione, il ‘comunicare’, è importante che esso parli la lingua di sé. Se io non sono in grado di dirti che cosa c’è dentro di me non sto comunicando, sto semplicemente emettendo suoni. Magari coerenti, ma suoni. Penso che la libertà di espressione sia uno dei diritti fondamentali di ognuno, ma in questo caso diventa di una pregnanza ancora maggiore: non si sta solamente parlando della libertà di dire la propria, bensì della possibilità di viversi per quello che si sente di essere. Di guardarsi in quello ‘specchio nemico’ e sorridersi, vedendo riflessa l’immagine di NOI. Questa è, secondo me, l’espressione più importante di tutte: la possibilità di parlare faccia a faccia con noi riconoscendoci in quel che vediamo.

La società odierna sta lentamente distaccandosi da questa idea atavica di corpo come dato di fatto: il determinismo biologico sicuramente può apparire un dato scientifico inoppugnabile (geneticamente sei maschio o femmina, di fatto), ma quello che manca è la consapevolezza che l’essere donne e uomini è diverso dal sentirsi parte del proprio sesso. La nostra interiorità è un continuo processo di costruzione e co-costruzione, che origina sì da fatti e antefatti biologici, ma che è in gran parte dettata da quella relazione mente-corpo che citavamo prima. Nessuno di noi è predeterminato, nessuno di noi è solamente buono o cattivo, così come nessuno di noi è uomo o donna solamente perché lo dice il certificato di nascita: siamo creature che vivono nella relazione con l’Altro, che non è solo fondante il nostro essere sociale, ma è anche la radice da cui nasce l’evoluzione e il cambiamento che ci genera e rigenera giorno per giorno.

Senza entrare necessariamente nell’alveo delle persone che desiderano cambiare il proprio sesso, secondo me sarebbe una tappa davvero preziosa, per non dire fondamentale e centrale, imparare ad accettare che l’uomo e la donna non sono stereotipi. Già comprendere ed ammettere la femminilità nell’uomo e la mascolinità nella donna potrebbe essere un passo avanti, per superare quei preconcetti sociali che impongono rigidi canoni per la virilità e insostenibili obbligazioni per il femminino.

 

Jacopo Stringo

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