20 anni dalla morte di Alfredo Ormando

Alfredo Ormando

Alfredo Ormando, quarantenne siciliano di San Cataldo con due anni di seminario alle spalle e con un tormentato rapporto con la religione e con la cultura, si è dato fuoco in piazza San Pietro il 13 gennaio del 1998.
Sua madre lo aveva sentito la sera prima: Alfredo le aveva detto che intendeva recarsi a Roma per motivi di studio. Gaetano Mangano, un affittacamere di Palermo, l’aveva visto due giorni prima: Alfredo gli aveva chiesto in prestito centomila lire. Una donna delle pulizie addetta alla piazza l’ha visto mentre si versava addosso la benzina nei pressi del colonnato del Bernini: Alfredo si è dato fuoco e, avvolto dalle fiamme, ha iniziato a correre verso il centro della piazza. Un agente di polizia che l’ha soccorso e che ha cercato di spegnere le fiamme che l’avvolgevano usando la propria giacca ricorda che, prima di perdere conoscenza, Alfredo Ormando abbia detto: «Non sono neanche stato capace di morire». Trasportato all’ospedale Sant’Eugenio è morto dopo una settimana di agonia.

 

Caro Alfredo,
quando dieci anni fa ti avevo scritto una lettera per ricordare il tuo gesto disperato il ricordo della tua morte non si era ancora completamente spento: da un lato nel movimento LGBT c’era ancora qualcuno che si ricordava della scelta, fatta in seguito al tuo suicidio, di dedicare la data del 13 gennaio al ricordo delle persone omosessuali che sono vittime di discriminazioni e di violenze che hanno una motivazione religiosa, dall’altro il regista Andy Abrahams Wilson stava ancora lavorando al documentario dedicato alla tua storia. Adesso, invece, ho l’impressione che di te, ormai, non si parli proprio più.
Questa impressione è nata quando ho iniziato a preparare l’incontro che il gruppo di omosessuali credenti di cui faccio parte ha deciso di dedicarti in occasione del ventesimo anniversario del tuo tentativo di suicidio. E nel constatare come quelli che tanti anni fa erano in prima linea nel denunciare, nel dichiarare, nell’indignarsi e nel rilasciare interviste, adesso sono in tutt’altre faccende affaccendati, mi sono chiesto se, alla fine non abbiano vinto i vertici della Santa Sede di allora che hanno cercato di mettere a tacere l’interesse della stampa internazionale per gli eventuali retroscena del tuo gesto “scandaloso”.
Ti ricordi? Subito la sala stampa vaticana ha dichiarato che era da escludere qualunque legame tra il luogo che avevi scelto per morire e la tua “presunta omosessualità”. E non a caso l’Osservatore Romano non ti dedicò nemmeno una riga mentre i giornali di tutto il mondo parlavano di te.
Poi è saltata fuori la lettera che avevi spedito da Palermo poco prima di partire. Lì parlando della tua scelta di morire in piazza San Pietro, scrivevi:

Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia.

Quando Repubblica la pubblicò e la stampa di mezzo mondo la riprese, il Vaticano decise di chiudersi in un ermetico silenzio che non si è rotto nemmeno il 20 gennaio, quando sei morto dopo un’agonia di una settimana, e l’Osservatore Romano, invece di dedicarti qualche riga, dedicò un articolo all’udienza concessa da Sua Santità Giovanni Paolo II a una delegazione di artisti circensi che avevano portato «al suo cospetto un grosso pitone».
Da allora, molte cose sono cambiate: piano piano, nonostante le resistenze e le battaglie dei settori più conservatori della società e della chiesa, l’accettazione dell’omosessualità, nei paesi occidentali, ha iniziato a farsi strada e sono ormai davvero pochi gli stati europei che non riconoscono le coppie dello stesso sesso. Sono poi diventati davvero tantissimi gli omosessuali che hanno deciso di “uscir fuori” e di non nascondere più la loro omosessualità: in molti casi hanno dovuto fare i conti con situazioni simili a quella che ti spinse a compiere il tuo gesto disperato, ma in molti altri casi la loro esperienza si è risolta positivamente e ha dato un contributo decisivo alla piccola rivoluzione che, passo dopo passo, si è affermata anche in Italia.
Pensa che proprio quella Sicilia da cui provieni e che non ti ha saputo accogliere, nel 2012 ha eletto un governatore dichiaratamente omosessuale: sarebbe stato molto bello se durante il suo mandato Rosario Crocetta avesse trovato un momento per ricordarti. Magari l’ha anche fatto, ma le cronache, sempre attente a riportare con dovizia di particolari il tourbillion di assessori che si alternavano nella sua giunta, non ne hanno mai parlato. Se fossi in lui, proprio adesso che i riflettori si sono spenti, rimedierei riconoscendo nella tua esperienza di esclusione e di emarginazione uno dei motivi a cui ispirare le mie scelte di uomo e di politico. Ma io non sono Rosario Crocetta, così come non sono nessuno degli altri politici dichiaratamente omosessuali che operano in Italia e, quindi, posso solo sperare che qualcuno di loro legga questo invito e lo accolga.
Anche nella chiesa, di certo con più fatica, qualcosa si è mosso: il papa che aveva ricevuto in udienza il pitone è diventato santo e al suo posto ce n’è uno che, pur non avendo modificato la dottrina sull’omosessualità, ha dimostrato di non essere ossessionato dal tema e ha detto cose che dimostrano come finalmente, ai vertici della chiesa, ci sia un uomo che non ha paura delle persone omosessuali. Oggi sono in vena di suggerimenti e, per questo, ti confido quello che, in questi giorni, è un sogno che tengo nel cassetto: sarebbe davvero bello infatti, se questo papa, parlando ai fedeli radunati nella piazza in cui tu ti sei dato fuoco, rimediasse al silenzio scandaloso di vent’anni fa e invitasse i cattolici a pregare per te e per tutte le persone omosessuali che, spinte della disperazione, prendono in considerazione l’idea di farla finita, perché non riescono a trovare quell’accettazione e quel rispetto che la chiesa stessa raccomanderebbe nei suoi documenti, ma che molti vescovi, molti preti e molti fedeli, si dimenticano quando, nel concreto, si confrontano con l’omosessualità.
Caro Alfredo! Te l’ho già scritto e te lo ripeto ancora oggi: il tuo suicidio è stato un errore, perché adesso non saresti più solo e isolato nel vivere senza ipocrisie la tua omosessualità e avresti potuto offrire il tuo contributo per migliorare il messaggio, spesso contraddittorio e contrassegnato da una litigiosità immotivata che, come comunità LGBT, stiamo dando in Italia.
Te lo ripeto, perché mai come in questi mesi mi sto rendendo conto che nessuna conquista è definitiva e che, alla luce dell’evoluzione preoccupante che sta avendo la società italiana, il clima di tolleranza e di accoglienza che si era progressivamente affermato negli anni immediatamente successivi alla tua morte, sta lasciando posto ad atteggiamenti segnati dal razzismo, dal disprezzo per le minoranze e da un’assoluta mancanza di empatia nei confronti delle persone che stanno male.
E sarebbe stato bello averti qui con noi a combattere quella che, secondo me, è la battaglia decisiva per il nostro futuro: una battaglia per la tolleranza, per la difesa dei diritti delle persone e in favore di chi è diverso e chiede di essere accolto; una battaglia che riguarda la società, dove il razzismo e l’intolleranza hanno ripreso a diffondersi: una battaglia che riguarda la chiesa, dove nonostante alcune parole incoraggianti dette dal papa, permangono atteggiamenti in cui la paura, il disprezzo e l’odio accecano la mente di molte persone; una battaglia che adesso è iniziata anche in altre religioni e in altre culture dove la condizione delle persone omosessuali è ancora più drammatica di quella che, vent’anni fa, ti ha spinto verso il suicidio.
Nel salutarti, caro Alfredo, ti chiedo di continuare a ricordare le persone omosessuali nelle tue preghiere: ne hanno davvero bisogno, perché dal loro coraggio e dalla loro capacità di superare l’ipocrisia in cui la cultura dominante li cerca ancora di spingere, dipendono anche il coraggio e la coerenza dell’intera società nel prendere decisioni capaci di accogliere e non di escludere, di sanare e non di ferire, di creare concordia e non di suscitare inimicizie.

Un abbraccio forte.

 

Gianni Geraci
Portavoce Gruppo del Guado – Omosessuali cristiani – Milano

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