Sono le 21.40 di giovedì e non riesco a prendere sonno: a quest’ora, solitamente, quando avevo tempo andavo al Mamo’s, l’unico locale LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) rimasto a Bergamo. Mi manca il “Single Party“, durante il quale potevi scambiarti dei messaggi con la persona che ti interessava usando quel magico strumento che tanto amo e che ormai si usa poco, la scrittura. Mi mancano i miei amici, con cui durante la serata programmavamo il sabato sera e decidevamo se andare alla gay street di Milano o in qualche locale a ballare.
Sono le 21.50 di giovedì sera e sono perso nei miei pensieri. A volte ho paura di dimenticare, ho paura di non ricordare più quanto mi divertivo con poco, le risate in compagnia davanti ad uno spritz, i commenti sui manzi che passavano per le vie del centro o nei pressi del locale prescelto. Non sono solito usare le chat, non le amo particolarmente. Preferisco gli sguardi reali, quelli che ti fissano e ti fanno capire che c’è interesse, con quell’occhiata maliziosa che ti dice “mi piaci” accompagnata da un malizioso sorriso nascosto dalla barba ben curata del mio interlocutore. Con le mascherine è un po’ difficile vedere quel sorriso e non ci si fissa più come una volta, anche perché riversa nelle strade non c’è molta gente, e la poca che c’è ha fretta di sbrigare le sue necessità essenziali e correre nuovamente a rinchiudersi in casa.
Sono le 21.58 di giovedì sera e la mia ansia sale. Non riesco a prendere sonno, ho paura di dimenticare come ci si sente ad andare a comperare un vestito nuovo e provarne molti altri, fissando la mia immagine riflessa nello specchio e – egocentrico come sono – dire: “Eh, altro che Belen, guarda che figa che sono!” e ridere, per un nulla, per l’autoironia che mi contraddistingue, per quel mio essere un po’ “pazza“, come direbbero i miei amici. Sono un classico ragazzo gay, single e con tanta voglia di innamorarmi, di creare la mia famiglia, magari di avere dei figli… Che bello, che bello sarebbe sentirmi chiamare “papà“, portarl@ a scuola, giocare con l@i e sentirmi dire da mio marito: “Pensavo di avere un@ figli@, invece ne ho due!” – facile che con me lo dica, mi conosco.
Sono le 22.24 di giovedì sera e sono sdraiato a fissare il muro. Un riflesso soave, proveniente dal lampione della strada, illumina la mia stanza con un leggero filo di luce. C’è troppo silenzio, da più di un anno questo silenzio mi spaventa, mi mette i brividi. Mi giro nel letto e mi copro, chiudo gli occhi e immagino, quasi come se avessi paura di non ricordare più. Immagino le serate a far tardi e rientrare accompagnati dall’alba, immagino di avere qualcuno accanto che mi abbraccia e mi sussurra a bassa voce: “Ci sono io, dormi” e mi stringe forte e mi si accende un sorriso. Sogno, ci riesco ancora in questo buio, con questo freddo, sogno ancora di tornare a vivere così com’ero abituato, di abbracciare, dare baci e essere coccolato, sogno ancora di sposarmi e avere dei figli, di sentirmi chiamare padre, di innamorarmi ogni giorno sempre più di mio marito, dei miei figli, della mia famiglia.
Sono le 22.39 di giovedì sera. Pensavo di non ricordare, avevo paura di dimenticare, ma per fortuna riesco ancora a sognare.
Sono le 22.40. È ora di dormire Buonanotte.
Ervin Bajrami


