Skip to main content

Giovanissimo ma con tanta voglia di fare e di cambiare (in meglio) il mondo che ci circonda.

Majid Capovani è così: un vulcano di idee, pensieri ed emozioni che mi attraversano il cuore e mi spingono a impegnarmi a mia volta per essere, davvero, quel mutamento concreto di cui ha tanto bisogno la nostra società.

 

 Che ne diresti di iniziare questa chiacchierata raccontandomi qualcosa in più su di te, sui tuoi studi e sulle tue passioni?

Certamente! A essere onesto, di cose da dire su di me ce ne sarebbero tante!

Mi chiamo Majid, ho 21 anni e sono un ragazzo trans non binary, bisessuale, poliamoroso e intersex (cosa che ho scoperto di recente).

Oltre a questo sono anche asperger, pagano, di – lontane – origini arabe e femminista intersezionale.

Insomma, se dovessi scegliere un’unica parola per descrivermi credo proprio che la più adatta sia queer in quanto sfuggo ad ogni schema.

Studio Filosofia all’Università e sono un assiduo divoratore di libri. Da qualche anno a questa parte mi interesso anche al fenomeno del terrorismo jihadista e della radicalizzazione islamista.

Ho scritto un romanzo intitolato “All’ombra del sicomoro” incentrato proprio su queste tematiche e il 26 settembre scorso quest’ultimo è stato premiato e ha ricevuto la menzione d’onore ad un concorso letterario. È stata una grande emozione!

Da due anni a questa parte ho inoltre cominciato a fare attivismo. La scelta di scendere in campo in prima persona è legata al mio passato e alle difficoltà e ai momenti bui che ho dovuto affrontare. Ho cominciato a fare attivismo perché non volevo che altre persone provassero tutto il dolore che ho dovuto sopportare io.

Nel mio piccolo sentivo il bisogno di impegnarmi e di fare qualcosa di concreto. In questi anni ho avuto l’opportunità di conoscere tante persone splendide che sono diventate compagne di lotta e con molte di loro ho anche intrecciato bellissimi rapporti di amicizia.

 

Attraverso la tua pagina Instagram  veicoli pensieri e spunti di riflessione sempre molto utili e interessanti. Uno di questi è legato al brutale omicidio del giovanissimo Willy Monteiro Duarte. Partendo dalle riflessioni già espresse in precedenza, mi piacerebbe davvero molto chiederti un’ulteriore riflessione a riguardo…

L’omicidio di Willy Monteiro Duarte ha portato all’attenzione di tutt@ l’esistenza di ciò che molte, troppe persone continuano a negare: il razzismo sistemico presente in Italia.

Si tratta di un razzismo che si manifesta a livello sociale e istituzionale.

Vi assistiamo quando alcuni esponenti politici costruiscono tutti i loro comizi e le loro campagne sulla paura e sull’odio nei confronti di persone migranti (o meglio, solo un certo tipo di migranti, quelli appartenenti alla comunità BIPOC, ovvero black, indigenous, people of colour) o quando fanno blackface senza nemmeno scusarsi dopo aver eliminato i post.

Non possiamo considerare l’omicidio di Willy come un caso raro e isolato, perché dietro a esso c’è un’oppressione sistemica, un enorme problema culturale che ha condotto alla sua morte.

La violenza fisica, a conti fatti, è solo la punta dell’iceberg, proprio come accade nelle relazioni tossiche.

C’è una cosa che non posso fare a meno di notare: in Italia non si vuole parlare del razzismo presente presente in questo Paese.

Si è parlato del razzismo negli USA, del movimento Black Lives Matter, ma guai a parlare del razzismo sistemico presente nella nostra società, del modo in cui la comunità BIPOC viene discriminata e oppressa in Italia.

A livello nazionale (singoli attivist@ e movimenti a parte) non c’è stata nessuna analisi, nessun dibattito serio sul tema, nessuna reale presa di posizione da parte del governo e delle forze politiche.
Facciamo parte di una società che non sa o non vuole riconoscere le proprie responsabilità, che non sa o non vuole fare i conti con il proprio passato coloniale, che rifiuta di mettersi in discussione al fine di produrre un cambiamento, sia fattuale che di mentalità.
C’è una cosa che dobbiamo tenere bene a mente, e che non è scontata: non basteranno alcune manifestazioni a cambiare le cose, perché il reale cambiamento consiste in un lavoro continuo da parte di ogni singola persona, perché volenti o nolenti tutt@ noi abbiamo interiorizzato determinati retaggi culturali di una società costruita unicamente per le persone bianche e nella quale queste ultime detengono il potere.
Le manifestazioni sono certamente utili, ma in sé non sono sufficienti.

Una persona bianca, anche se partecipa ad una manifestazione, continuerà ad essere bianca e a godere del proprio privilegio.

Una persona nera invece non può cambiare il colore della propria pelle, così come io non posso smettere di avere tratti somatici mediorientali.

Il razzismo si combatte anche e soprattutto attraverso la decostruzione di tutto ciò che abbiamo interiorizzato, sensibilizzando al contempo le altre persone e (per chi è bianco) riconoscendo e utilizzando in modo utile il proprio privilegio.
In ultimo, c’è un’altra riflessione che mi piacerebbe fare.

Sappiamo bene che le lotte sono legate tra loro e che l’intersezionalità è fondamentale.
Il razzismo è alimentato da una forte cultura machista ed è legato al patriarcato. Prendiamo ad esempio i fratelli Bianchi, due degli assassini di Willy Monteiro Duarte. Essi riassumono perfettamente un preciso modello di mascolinità tossica, violenta e intrisa di intolleranza, in cui l’altro è visto come una potenziale minaccia a tale tipo di mascolinità e alla cultura profondamente patriarcale e sessista di cui essa fa parte.

Fateci caso: quante volte, per esempio, abbiamo sentito dire “dobbiamo proteggere le nostre donne dagli immigrati”?
Razzismo e machismo sono spesso due facce della stessa medaglia.
È proprio per questo che la lotta al razzismo e quella alla cultura machista e patriarcale devono procedere di pari passo.

 

La tragica vicenda che ha visto coinvolti loro malgrado Maria Paola Gaglione e il suo fidanzato Ciro Migliore ha suscitato orrore e sconforto ma, allo stesso tempo, ha anche fatto emergere l’odiosa e strisciante transfobia di cui purtroppo è ancora preda la società italiana e purtroppo, anche alcune organizzazioni Lgbt+. Quali potrebbero essere, a tuo parere, i provvedimenti da attuare per educare e sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche così fondamentali e importanti?

Quello a cui abbiamo assistito si inserisce all’interno di un enorme problema sociale e culturale.

La società italiana è intrisa di transfobia, binarismo, eterocisnormatività e cis-sessismo. Ciò è emerso soprattutto dalla vergognosa narrazione della tragica vicenda di Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore ad opera di un giornalismo che non merita nemmeno di essere chiamato con questo nome.

Le parole hanno un peso non indifferente. Per mezzo di esse noi comunichiamo e descriviamo la realtà, plasmando anche la percezione che abbiamo di quest’ultima. La questione linguistica non può essere qualcosa di marginale. Attraverso il misgendering e il deadnaming Ciro è stato sottoposto ad un’ulteriore violenza e alla negazione della propria identità. Non è stato un caso isolato, poiché ciò si ripete ogni volta che sulla stampa si parla di una persona trans. Questo atteggiamento è parte integrante del problema e il giornalismo italiano è corresponsabile del clima di transfobia che si respira, oltre che di un modo di pensare che – letteralmente – ci uccide e può uccidere le persone a noi più vicine.

Oltretutto, patriarcato e transfobia sono collegati, così come avviene per il razzismo.

La futura legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia non sarà sufficiente se non sarà accompagnata da un radicale cambiamento socio-culturale.

È fondamentale agire affinché tali episodi non si verifichino affatto, altrimenti ci ritroveremo sempre ad intervenire quando la violenza si è già verificata. L’obbiettivo primario dev’essere la tutela della sicurezza, della salute e della dignità delle persone.

Prima di tutto è necessario cambiare il modo in cui si parla delle persone trans.

Non solo i giornalisti, ma l’intera società dev’essere educata a trattarci con il rispetto che meritiamo in quanto esseri umani.

Devono cambiare la rappresentazione, la considerazione e l’immagine che la società ha di noi. Oltretutto, al momento la stragrande maggioranza della gente pensa che le persone trans siano soltanto quelle che hanno intrapreso un percorso di transizione medicalizzato, quando invece quest’ultimo e il “passing” (quando una persona transgender viene percepita come cisgender) non dovrebbero essere criteri universali validi per stabilire chi è trans e chi no.

Le persone trans che “non passano” e quelle non binary, per fare un esempio, non sono meno meritevoli di rispetto delle persone trans che hanno intrapreso un determinato tipo di percorso.

Educare la società è un processo lungo e richiede moltissimo lavoro, ma è il passo fondamentale da compiere per far sì che fatti come quelli di Caivano non si ripetano e la parola dev’essere data alle persone transgender. Come ho detto prima, la violenza fisica è sempre la punta dell’iceberg. La violenza e la transfobia cominciano con le risatine, le battute, i commenti sprezzanti sulla biologia, il misgendering, il deadnaming…

Per quanto riguarda le dichiarazioni vergognose di Arcilesbica, negando l’identità e i diritti delle persone trans si stanno automaticamente schierando dalla parte di quel sistema di oppressione che affermano di voler combattere.

Si definiscono femministe, ma non lo sono, perché non può esistere femminismo senza intersezionalità delle lotte. Donne e persone trans (che siano donne, uomini o persone non binarie) subiscono lo stesso tipo di oppressione da parte del patriarcato, i nostri corpi e i nostri vissuti vengono tenuti sotto scacco da quel sistema e da quel modo di pensare.

 

 

Nicole Zaramella

Leave a Reply