Ho già pubblicato l’articolo Vita in orizzontale in cui raccontavo le mie disavventure con la spondilodiscite, malattia dolorosa e lunga da curare; ora posso raccontare la fine della cura e l’annuncio delle prossime dimissioni.
Innanzitutto va precisato che per la spondilodiscite non è prevista una restitutio ad integrum = ritorno alla piena salute. Nel più fortunato dei casi, le vertebre che erano infette, non più separate dal disco intervertebrale, vengono a contatto, sono perfettamente allineate come piatti in pila, e si saldano fra loro; la colonna vertebrale viene ovviamente irrigidita, il che può essere fastidioso od invalidante a seconda del punto colpito, ma il paziente non teme più dolori od altre spiacevoli conseguenze.
Sono stato meno fortunato: soffro anche di osteoporosi (mi sono rotto diverse costole in passato, anche facendo movimenti da niente come girarmi nel letto), ed è stato notato che le persone autistiche sono più predisposte a questa malattia, la quale ha impedito alle vertebre di saldarsi. La situazione è comunque discreta: le vertebre, pur non perfettamente allineate, si sono incastrate tra di loro, senza produrre evidenti deformità, né comprimere il midollo spinale e le radici nervose che ne escono.
Si è deciso perciò di consentirmi di alzarmi dal letto, indossando sempre però il busto “C35” per evitare di piegare pericolosamente la schiena, limitando i movimenti all’indispensabile (letto-bagno, letto-tavolo da pranzo), ed aiutandomi (questo non lo hanno prescritto i medici, ma lo trovo molto comodo) con delle stampelle a tripode, in modo che il peso del corpo non sia sostenuto solo dalle gambe (indebolitesi finché ero in orizzontale) ma anche dalle braccia.
Ci vorrà del tempo prima di riprendere a lavorare: non sono ancora in grado di stare seduto a 90°, ed anche in posizione semisdraiata (come adesso) non riesco a stare più di un’ora continuata – devo rimettermi in orizzontale per un po’ di tempo prima di riprendere la posizione.
La mia fortuna è che la terapia antibiotica ha funzionato bene – è scomparsa l’infiammazione, e con essa anche il dolore; però, alzandomi in piedi, sento comunque qualche fitta – vuol dire che devo stare più attento a come mi muovo. Potrei prendere degli antidolorifici, ma in ospedale sono stato io a volerli ridurre progressivamente fino ad abolirli, perché il dolore diminuiva fino a sparire, e non vorrei ricominciare.
Un’incongruenza dell’ordinamento sanitario italiano è che la degenza in un reparto di malattie infettive non dovrebbe durare più di trenta giorni, ma la spondilodiscite esige da sei settimane a tre mesi di terapia antibiotica (se l’agente patogeno è il bacillo della tubercolosi, anche nove mesi, ed il primo periodo lo si trascorre in isolamento per non contagiare il resto del reparto), perciò i medici, una volta stabilita la terapia, avrebbero dovuto inviarmi in un reparto di lungodegenza, oppure affidarmi all’assistenza domiciliare.
Queste regole avrebbero comportato seri inconvenienti per me: per cominciare, l’assistenza domiciliare interviene per non più di un’ora al giorno – e per il resto della giornata sarei rimasto a casa da solo, perché mia moglie lavora.
L’alternativa non è praticabile: chi si lamenta delle liste d’attesa per gli esami di laboratorio e le visite mediche non ha idea di quanto lunghe siano per la lungodegenza. In pratica, prima che un reparto di lungodegenza accetti un paziente questi rischia di guarire da solo!
I medici si sono anche divertiti a dire che alla mia tenera età di 57 anni (lo so, gli autistici la portano bene) non ero in grado di inserirmi socialmente tra i lungodegenti di un reparto (!), quindi non era il caso che andassi a seppellirmi lì – ma per fortuna il reparto ha avuto la pazienza di ospitarmi per 70 giorni (calcolati fino alle dimissioni), cioè fino a quando erano sicuri che potessi alzarmi dal letto, camminare, tornare a casa.
Povero il governatore del Veneto Zaia, che dovrà pagarli tutti alla modica cifra di 600 Euro al giorno! Ed è modica perché in America le spese sanitarie sono spaventosamente più alte senza garantire cure adeguate, come mostra la minor speranza di vita degli americani rispetto agli italiani: 78,87 anni anziché 83,42 (e non si dica che è tutto merito della dieta mediterranea!).
A questo punto, se a casa potrò alzarmi dal letto per andare in bagno o in cucina a mangiare (spero che la mia gatta salga sul letto o sul tavolo per farsi coccolare, perché chinarmi non posso proprio) e le medicine che continuerò a prendere le assumerò oralmente, vuol dire che potrò farmi aiutare da una badante senza doti particolari.
Mia moglie è valdese, e conosce molti immigrati del Ghana di fede metodista, che a Verona fanno capo per il culto e la solidarietà alla locale chiesa valdese; abbiamo assunto una di loro in regola, consentendole così di rinnovare il permesso di soggiorno e rimanere regolarmente nel nostro paese. Anche per questo consiglio a chi ha bisogno di una badante di assumerla in regola – farlo non è solo questione di onestà fiscale e contributiva, ma anche di impedire che diventi un’irregolare.
Fra qualche giorno sarò a casa – spero che quello che spero si materializzi, ed eventualmente scriverò un ulteriore articolo per voi.
Raffaele Yona Ladu
Ebreo umanista gendervague
Socio di Autistic Self-Advocacy Network
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