Quest’anno festeggio il trentesimo anniversario della mia transizione

Quest’anno festeggio il trentesimo anniversario della mia transizione
Quest’anno festeggio il trentesimo anniversario della mia transizione

Ho 56 anni e mi sento una donna realizzata, socialmente e professionalmente. Ci sono giorni in cui mi chiedo cosa posso aspettarmi ancora dalla vita. A volte le esperienze negative, le delusioni affettive, la vecchiaia e lo stato di salute di mamma annebbiano le giornate e le rendono difficili. In quei momenti ti guardi intorno e ti senti offuscata, come se il buio penetrasse dentro di te lasciandoti quel gusto amaro della solitudine che appesantisce le giornate. Ci sono momenti però in cui ripensi alle battaglie che hai compiuto e che hai vinto, che hanno fatto di te una donna forte e solare.

Da giovane, sognavo di essere donna, mi identificavo con tutte quelle donne che io trovavo speciali come la zia o la parrucchiera della mamma, e declinavo il mio mondo interiore al femminile. Essere donna era una fantasia che non riuscivo a capire. All’epoca c’erano poche informazioni e meno possibilità di entrare in contatto con persone o gruppi con cui condividere la mia esperienza. Sono anche passata da una fase in cui pensavo di essere omosessuale, ma sentivo che questa non era la mia dimensione. I miei genitori e una mia insegnante ne sono venuti a conoscenza e, dopo un colloquio con uno psichiatra, sono finita in una “casa di cura” o, meglio, in un manicomio. Sono stata rinchiusa per una decina di giorni per capire di quali “disturbi psichiatrici” soffrivo. Non dimenticherò mai questa esperienza che purtroppo mi porterò dentro in maniera indelebile.

Quando sono uscita senza nessuna diagnosi particolare, mi hanno mandato da un’analista – un sacerdote salesiano! – che voleva “guarirmi”. Un anno dopo ho fatto un gesto molto forte. Ho preso tre scatole di sonniferi, sono rimasta in coma una settimana e, quando mi sono svegliata, ho ripreso appuntamento con l’analista per comunicargli che ero effettivamente “guarita”, ma non nel senso che intendeva lui! Ho deciso che era arrivato il momento di fare la mia vita senza più preoccuparmi di niente e di nessuno.

Passati alcuni anni, nel momento in cui ho iniziato il mio percorso di transizione ho deciso che sarei rimasta nella mia città. Non volevo andarmene e abbandonare tutte le persone che conoscevo e il mio mondo. Magari, il fatto di trovarmi in un ambiente nuovo avrebbe reso tutto più semplice. Ma ho sempre pensato che le persone che riuscivano a comprendere il mio stato, il mio cambiamento, il mio percorso meritavano di avere la mia attenzione, il mio affetto e la mia considerazione; gli altri per me non esistevano. Ero giovane, determinata e sfrontata.

L’incontro decisivo è stato con una persona transessuale che veniva da Roma. La conoscenza di questa persona mi ha illuminata su quella che poteva essere la mia scelta. Ho iniziato la terapia ormonale, grazie ai consigli di persone che avevano già iniziato questo percorso, aiutate da farmacisti e medici compiacenti.

Un giorno, a casa, una valigia piena di punture per gli ormoni è caduta dall’armadio e i miei hanno capito quello che stavo facendo. La loro reazione è stata durissima. Mi hanno detto: “se tu hai certe intenzioni, te ne vai da questa casa”. Il giorno dopo ero sulla strada. In quel periodo essere transessuale voleva dire: o essere figlia di una famiglia ricca e permettersi finanziariamente la transizione, o finire sulla “strada”, perché tutte le terapie e gli interventi erano a pagamento. Essere passata dalla “strada”, per quanto difficile, mi ha anche aiutata a capire meglio il mio corpo e la mia femminilità. All’epoca non c’erano psicologi, quindi l’analisi te la facevi da sola attraverso le tue esperienze di vita. Poi, fortunatamente, ho incontrato una sessuologa, formata negli Stati Uniti, e un endocrinologo che mi hanno aiutata a fare le scelte giuste.

Dopo qualche mese, i miei mi hanno cercata, anche perché mia madre non sopportava di sapere che ero lì fuori a battere le strade e non avere più notizie di me. Personalmente, non ho mai pensato di poter rimanere in mezzo alla strada per tutta la vita e non fare altro.

Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita discriminata. Quando sono tornata dalla Gran Bretagna, dove sono stata operata, era nei miei progetti cambiare attività lavorativa. Il cambiamento dello stato anagrafico però non era automatico, ci voleva circa un anno e mezzo. Nel frattempo ho chiesto la licenza per l’attività di vendita di giornali e ho dovuto fare richiesta con il nome da maschio, presentandomi al femminile. Mi sono recata alla Camera di Commercio per i corsi di formazione. Durante l’appello, ad ogni lezione, malgrado il mio aspetto e il fatto che ormai avevano capito chi ero, continuavano a chiamarmi al maschile, ma io rispondevo sempre “Presente!”, perché me ne fregavo di ciò che pensavano. Quando poi in comune, durante una riunione, hanno detto che erano propensi a rifiutare la licenza perché pensavano fossi una persona “non affidabile”, l’unico sentimento che ho provato è stato quello di una rabbia feroce, mi sembrava di essere un toro con le corna spianate. Volevo fare la mia vita e non sopportavo l’idea che i pregiudizi e l’ignoranza finissero per mettermi i bastoni fra le ruote.

Sono stati momenti difficili, ero appena stata operata. Poi, però, quando la vita ha cominciato a spianarsi, tutto è diventato molto più semplice, anche se devi sempre fare i conti con il tuo passato.

Nel 2002 ho partecipato a un convegno in cui si parlava del diritto di ottenere il cambio di stato anagrafico senza l’operazione. All’inizio non capivo, mi sembrava impossibile, poi ho cominciato a confrontarmi e ad approfondire, e ho capito che è giusto che la società smetta di metterci sotto controllo e sotto ricatto con l’intervento. Il modo in cui tu vivi la tua identità di genere è una questione personale e soggettiva che non riguarda nessun altro. È un diritto fondamentale che una società giusta dovrebbe garantire.

In tutti questi anni, molte persone mi hanno consigliato di lasciarmi il passato alle spalle, di cambiare città, di andare altrove, ma io credo che il passato non lo lasci da nessuna parte, te lo porti sempre dietro con te. L’esperienza della transizione è parte di me, e lo sarà sempre. Sono una donna di confine, cittadina del mondo. Oggi sono io.

Francesca

2 Commenti

  • io penso Francesca che sono le storie e le esperienze come le tue che daranno e danno coraggio a molte persone di lottare per i diritti umani e di cittadinanza ora quasi completamente sconosciuti. Di trans ora se ne fà un gran parlare in tutte le salse, ma le donne e gli uomini trans non sono ancora molto riconosciuti. Il mondo cattedrattico/accademico medico ci nominano ma non ci considerano come soggetti politici presenti e di riferimento culturale in questa società. Quindi le storie dolorose si ma piene di voglia di vivere comunque, debbono far riflettere le persone tutte ma anche il movimento trans. È ora di autodeterminazione e di forti collegamenti tra noi! GRAZIE FRANCESCA!

  • Grazie Francesca per aver condiviso la tua esperienza. Ho letto molto volentieri le tue parole che arrivavano quasi fossi qui con me a raccontarle di persona.
    Un abbraccio
    Gregorio

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