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“Tu te lo ricordi quando veniva a trovarci la nonna Bogue?”.

La domanda rimane appesa a un filo della mente, sospesa, interrotta dalla mia timidezza, dal tuo sguardo serissimo, dalle tue braccia consorte, dalla tua riservatezza, dal tuo pudore. Non ti è mai piaciuto molto parlare di te stesso e della tua infanzia. Ogni volta che provavo a chiedertene conto fingevi di avere altre cose per la testa, sbuffavi un po’, pensavi ad altro. Madre di poco amore. E’ così che Dante Alighieri definì con amarezza la sua città d’origine. E’ così che tu ancora oggi ti ostini a definire tua madre.

Non ti do torto, da questo punto di vista.

Al posto tuo, è molto probabile che direi lo stesso. Da bambini in fin dei conti si cerca disperatamente di ricevere amore. Se non ci viene regalato non saremo mai in grado di ricambiare gli altri con tutto il nostro affetto.

Il tuo dolore con il passare degli anni è diventato un po’ anche il mio.

Ci guardiamo crescere a distanza di sicurezza, di tanto in tanto ricambiamo uno sguardo d’intesa, siamo sempre sulla difensiva, ben attenti a non superare il guado.

Ci divide un mare di incomprensione mista a tenerezza, sappiamo di volerci un bene immenso ma non siamo in grado di dimostrarlo a fatti.

Cosa sono io? Che cosa sei tu?

Due esseri gettati su questa terra per niente, per caso, per cosa?

Tu a dodici anni lasciasti la tua terra. Avevi la stessa età di tua madre quando dal suo grembo sgorgarono fuori le tue membra insieme a buona parte del suo sangue.

Era troppo piccola, poverina. Troppo piccola, e mi fa impressione e rabbia pensare che prima di te avesse già dovuto affrontare le tragedie di un parto. A quell’età avrebbe dovuto vivere serena, fare i giochi all’aperto, che cazzo, era una bambina…!

Non avercela con lei, vorrei chiederti.

Non avercela con lei, non è colpa sua se non ha saputo come fare per allevarti.

Perché, no, credimi, te lo dico io che sono un coglione fatto e finito: a quell’età non sei pronta nemmeno a crescere un bambolotto per finta, figuriamoci a tirar su due marmocchi che nella tua pancia manco sai come ci siano entrati.

“Io non sapevo niente” mi disse anni fa durante una chiacchierata all’aperto.

Non sapevo niente, e per forza! Chi cazzo vuoi che sappia cosa significa fare sesso a dieci/undici anni?! A quell’età là io avevo in mente Dragon Ball e le sfere Poké, mica di trombarmi un ragazzino o di figliare…!

Se avesse potuto, credimi, anche lei avrebbe fatto tutto in modo diverso. Non era andata da quell’uomo con l’obiettivo di restare incinta, questo lo sai benissimo anche tu, c’era andata per lavorare.

“Mi aveva offerto un mestiere come donna di servizio”.

Non gliel’aveva spiegato nessuno che tra le mansioni di cui si sarebbe dovuta far carico c’era anche prendersi cura del padrone di casa.

Quell’uomo che per cinque anni di vita ho conosciuto e amato come mio nonno. Quell’uomo che per ventisette anni di vita hai conosciuto e amato come tuo padre.

E lo ami ancora, a essere onesti. Lo ami e ne parli con una dolcezza che rende bene l’idea di quanto voi due foste profondamente legati. Di tanto in tanto facendo finta di niente tiri fuori qualche discorso incentrato su di lui, ti torna in mente la casa in cui vivevate insieme, il latte preparato la mattina a colazione, l’odore aromatico di sigaretta, la sua figura piccola e gentile, quel vago rumore di passi felpati.

Io di lui ricordo francamente pochissimo. Mi è rimasta in mente solo un’istantanea sbiadita, un giorno d’estate lontano nel tempo, tu che mi accompagni da lui che ormai sa che è quasi arrivata la fine, fuma ancora come ai bei vecchi tempi, mi regala una bambolina che dorme in una cesta di vimini, sussurra qualcosa che non riesco a portare di nuovo alla mente, io ringrazio tutto contento. Dopo un po’ ce ne torniamo a casa.

A posteriori posso dire con sicurezza che la morte aleggiava già tra il pavimento e le tende.

A posteriori posso dire che non provo odio nei suoi confronti, sebbene spesso mi venga da pensare che nella nostra famiglia ci sia qualcosa di profondamente sbagliato.

La violenza perpetrata nei confronti di mia nonna è una ferita che va a sommarsi alle mille altre infezioni che mi impediscono di pensare al passato serenamente.

Un corpo grande e vecchio che sottrae l’infanzia a una bambina.

Metafora perfetta del nostro comune, terribile passato coloniale.

Non hai speso una parola sulla vicenda legata alla statua di Indro Montanelli.

Non hai aperto bocca quando io e Filippo discutevamo di tematiche legate al Black Lives Matter, a George Floyd, alle morti in mare, alle leggi sull’immigrazione.

Credo faccia tutto parte di una forma estrema di difesa, e lo capisco.

Io stesso, credimi, fatico molto, anzi moltissimo ad accettare di star dietro a certi argomenti, a volte vorrei davvero nascondermi dietro a un albero gigantesco, arrampicarmi tra le sue fronde, scalarlo fino a toccare il cielo con le dita e farmi trasportare via da un angelo.

C’è molto, troppo dolore su questa terra.

Molto, troppo dolore in quell’Etiopia che ti ha visto crescere ma dalla quale tu ti rifiuti categoricamente di ritornare.

La situazione economica, sociale e politica è in effetti difficilissima ma non credo sia solo per questo che ti intestardisci a ripetere che laggiù è meglio non andare.

Fare i conti con il passato può essere difficilissimo e io credo, anzi se permetti sono praticamente sicuro che nessuno meglio di te sappia quanto è difficile abbandonarsi alle braccia di chi l’affetto non te l’ha mai dimostrato.

La tua terra diventa metafora della carne che ti ha partorito e non ha saputo poi renderti veramente figlio. Abbandonato a se stesso, anche il figlio del re diventa ben presto niente più che un servitore o uno schiavo.

Fa male dirlo e anche solo pensarlo. Fa male perché anch’io so cosa significa. Fa male perché anch’io ho dovuto fare i conti con un uomo che non si è mai mostrato in grado di volermi bene come avrei voluto io. Fa male perché quell’amore che desideravo tanto ricevere alla fine l’ho sempre cercato in altrx.

Non ti sto incolpando di niente, credimi, la verità è solo che a volte vorrei smettere di essere così disilluso e stanco. Vorrei che quelle barriere che ci dividono venissero definitivamente rimosse. Vorrei che tu e io potessimo dirci che ci vogliamo bene senza riserve. Vorrei che tu mi dicessi sì, amore mio, prenotiamo un volo e andiamo a conoscere quella terra che per troppi anni non abbiamo ammirato.

Lo vorrei ma mi rendo conto che il mio è solo un pensiero egoista e che in fin dei conti non posso obbligarti a prendere decisioni che tu non sei ancora pronto ad accogliere pienamente e ad accettare. Non sei una persona così semplice, in fin dei conti. Hai un carattere ombroso e testardo, che spesso ti fa passare da caprone scontroso e rende difficile anche solo provare ad avvicinarti. Coi parenti, poi, la questione è ancora più difficile: nessun entusiasmo di vederli, nessuna contentezza nell’incontrarli.

La mia vita è qui, sembrano dire i tuoi occhi e le tue azioni, eppure io so che sotto sotto ti manca anche quella vita “altra”, quella che hai vissuto fino ai tuoi dodici anni, quella che rivivi ogni volta che mescoli pensieroso il doro wat nella pentola, quella che assapori nell’odore acre e pungente che si sprigiona dai fogli spugnosi di injera, quella che ti riporta indietro nel tempo. Quella che ti riposa dentro ormai da molti, troppi anni.

Chissà se un giorno troveremo mai il coraggio di venire a patti con noi stessi e di ascoltare quel segreto che tieni così accuratamente celato…!

Chissà se un giorno riusciremo a uscire da quell’impasse che ci tiene disuniti.

Chissà se un giorno potremo finalmente rammendare quelle ferite tremende che hanno segnato la storia nostra, di tuo padre, di tua madre, dell’Italia, dell’Etiopia.

Del nostro ferocissimo, comune passato.

 

 

Nicole Zaramella

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