Non potevo stare a guardare senza far nulla

Non potevo stare a guardare senza far nulla
Non potevo stare a guardare senza far nulla

Ho iniziato a fare militanza all’età di 18 anni in seguito a un grave episodio a cui ho assistito.

Era il 1985 e a quel tempo a Verona, per le persone omosessuali, non esistevano molti locali d’incontro, come saune, bar o discoteche. C’era un solo bar e da pochi mesi aveva aperto il primo circolo Arcigay. Internet ancora non c’era e le chat o altre forme d’incontro virtuale, ovviamente, ancora non esistevano. I gay si incontravano nei luoghi all’aperto, dove la maggioranza dei rapporti era solo sessuale, del tipo mordi e fuggi. Per alcuni, però, la frequentazione di questi luoghi era anche un’occasione di socializzazione: spesso si creavano amicizie, coppie e compagnie di amici che andavano oltre il solo approccio sessuale. Io, come tanti ragazzi che avevano la mia età, ho cominciato a frequentare quei luoghi perché non esisteva nient’altro.

Una sera mentre stavo passando per vedere chi c’era, ho assistito al pestaggio selvaggio di una persona da parte di una banda di circa una quindicina di ragazzi, giunti sul posto di proposito per compiere quell’azione brutale. Vedendomi arrivare, illuminati dai fari della mia macchina, questi si sono dileguati velocemente. Sul posto, c’erano anche altri gay che però si erano nascosti senza intervenire.

La persona a terra, un signore di una certa età, era in condizioni molto gravi. Ho subito chiamato l’ambulanza e la polizia, giunti nel giro di poco tempo. Mi ricordo che accompagnai in ospedale quel signore e che, poi, non volle sporgere denuncia perché diceva di vergognarsi. Anche le forze dell’ordine non furono molto collaborative e disponibili. Mi fecero intendere che, in fondo, “noi froci” ce lo andavamo a cercare e ci meritavamo questo trattamento, per il nostro stile di vita “schifoso”.

Ricordo che non dormii per parecchie notti. Avevo un forte senso di rabbia e non volevo restarmene passivo e inerte senza fare nulla. Chiesi a un amico che cosa potevamo fare, anche perché mi sembrava che questi episodi di violenza fossero in aumento. Mi disse che aveva sentito che da poco a Verona era nato il circolo Arcigay. E così una sera andammo insieme a una riunione. L’accoglienza fu calorosa e insieme a loro si decise di lanciare la prima campagna d’informazione “Contro la violenza ai gay”. Il circolo mise a disposizione la linea telefonica (Telefono amico gay) e furono fatti diversi volantinaggi nei luoghi d’incontro, lettere al giornale L’Arena e anche una conferenza stampa. Con questo episodio, che mi entusiasmò molto, cominciò la mia lunga militanza che continua tutt’ora.

Ho sempre pensato che il nostro sia un paese anomalo, o forse sarebbe meglio dire “anormale”. In Italia tutto sembra più difficile; qualsiasi cambiamento sociale o progresso sembra irraggiungibile. Certamente, il potere della Chiesa Cattolica pesa non poco sulla politica italiana. Se poi si aggiunge il fatto che per molti dei nostri politici, fare politica equivale a fare una carriera personale e non a servizio del bene comune, il quadro è quasi completo. Nel corso degli ultimi trent’anni in Italia, a mio avviso, c’è stato un forte aumento dell’individualismo e del qualunquismo, fenomeno non casuale e voluto soprattutto da alcuni partiti e movimenti politici, in particolare di destra ed estrema destra. Si controlla meglio una testa vuota e ignorante che una che ragiona e critica lo status quo.

Anche se tutto è molto difficile, rispetto ad altri paesi, nulla è perduto! Non voglio fare parte della massa che si lamenta e che però poi non combina nulla. Anche se l’impegno nella militanza non sempre è semplice, e a volte richiede dei sacrifici.

In alcuni momenti, il mio attivismo ha messo in crisi il rapporto col mio compagno, anche se con il passare del tempo questa cosa è stata superata. Anche la mia famiglia, e soprattutto mia madre, in passato si lamentava dei periodi in cui non ero mai a casa, scambiavo poche parole e dormivo poco per colpa di riunioni e iniziative che mi facevano fare le ore piccole.

C’è da dire anche che i momenti di sconforto non mancano, in occasione di dure sconfitte politiche, come quando a Verona nel 1995 furono approvate le mozioni omofobe. E queste tensioni producono spesso spaccature interne, con compagni, amiche e amici che se ne vanno in seguito a incomprensioni o divisioni sul percorso da seguire.

Mi sembra di percepire che, negli ultimi anni, ci sia un rinato interesse da parte dei giovani LGBT verso l’impegno e la militanza, e credo che bisognerebbe spendere più energie in campagne sistematiche di reclutamento di attivisti e volontari. Tuttavia il movimento LGBT italiano, nonostante la sua grandezza (in termine numerico, come gruppi, comitati, associazioni, ecc. è fra i più ampi d’Europa), è diviso e litigioso, con tanti personaggi che vogliono solo emergere e distinguersi sugli altri. Questo lo trovo piuttosto triste e desolante, perchè questo movimento avrebbe una potenzialità dirompente, se veramente unito.

Ma ci sono anche momenti, come quelli del Verona Pride del 2015, che riescono a farti sentire utile e parte di una grande comunità, perché sono il risultato di un intenso lavoro di preparazione che non mi stancherò mai di portare avanti.

Zeno Menegazzi