Mio fratello non è figlio unico

Mio fratello non è figlio unico
Mio fratello non è figlio unico

Ho 26 anni e vivo in una piccola città del Nord, dove ho finalmente iniziato il lavoro dei miei sogni sin da bambina. Il protagonista di questa storia però, non sono io, ma mio “fratello-quasi-gemello”, diciamo gemello ad honorem. Abbiamo fatto sempre tutto insieme, dall’asilo al liceo, e, quando pensavo di essermi finalmente sbarazzata di lui, me lo sono ritrovato persino nella medesima facoltà, con grande sorpresa di tutti (meno che mia). Siamo cresciuti litigando continuamente, dai cartoni animati a merenda e i giochi all’aperto per arrivare alle interminabili discussioni di adesso sugli argomenti più disparati (dalle questioni domestiche, alle sue assurde teorie filosofiche…): penserete, sembra proprio quel rompipalle di mio fratello… Chi non è mai stato in continua competizione con un fratello/cugino/amico del genere? Alla fine succede che questo insopportabile individuo finisca per diventare l’unica persona capace di strapparti un sorriso nei momenti difficili e spesso l’unico in grado di metterti davanti agli occhi (a volte brutalmente) la realtà dei fatti, quando tutti gli altri si mostrano anche troppo indulgenti.

Mi ha detto di essere gay all’università: sapeva di esserlo da molto tempo, ma non riusciva a concepire come avrebbe potuto vivere nel modo più normale possibile la sua vita affettiva fuori dalle mura di casa. Posso solo immaginare il logoramento interiore del periodo delle medie e quello liceale… Lo scudo creato dalla famiglia, ahimè, non avrebbe potuto confortarlo e proteggerlo in eterno, ma soprattutto sarebbe impazzito se non avesse trovato il “suo modo”: era terrorizzato dall’idea di diventare una di quelle macchiette continuamente sbeffeggiate in pubblico. Alla fine ha deciso di conoscere ragazzi che avevano già superato questa delicata fase, frequentando l’Arcigay. La conclusione è stata quella di confidare alle persone più vicine la propria omosessualità. Credo sia stata la sua più grande liberazione: ora semplicemente non si nasconde e vive, con nostra grande gioia, la sua vita affettiva come un qualunque ragazzo della sua età. Per questo motivo, è stato più volte il confidente di ragazzi a loro volta nel pieno della medesima crisi, spesso in serie difficoltà con la propria famiglia.

Devo ammettere che, rispetto a 2-3 anni fa, le cose sono decisamente migliorate: pare che tra i più piccoli l’essere gay sia molto più facilmente accettato. I social network, il cinema, la musica e molte serie televisive hanno sicuramente dato un contributo significativo. Il problema adesso sono i grandi. Il caso emblematico potrebbe essere quello del senatore repubblicano Rob Portman: basta una sola persona a stravolgere il pensiero persino del peggior radicale. Vedere un saldo oppositore alle nozze gay trasformarsi in uno dei maggiori sostenitori dopo il coming out del figlio credo sia il migliore esempio di quanto basti poco per cambiare la testa di certa gente, in questo caso fortunatamente in meglio. Se continuassero ad accendersi lampadine a far luce sulla questione omosessualità, l’essere gay e viverlo alla luce del sole potrebbe diventare la norma. Fino a quando non abiteranno, non lavoreranno, non conosceranno qualcuno che ammette di esserlo o semplicemente non lo nasconde, questi ruderi, residuo di secoli e secoli di oscurantismo, ignoranza e bigottismo continueranno a resistere, fieri di testimoniare come essere veri uomini.

Il coming out di mio fratello è stato accolto dalla mia famiglia con la massima serenità, ma viviamo in una provincia i cui abitanti non sono certo noti per le idee illuminate e progressiste… Il perbenismo cattolico e la diffidenza sono fortemente radicati nella mente di questa popolazione di onesti lavoratori: la strada da percorrere è ancora in salita e siamo purtroppo ben lontani dal poter parlare seriamente di diritti civili per queste coppie. Capita ancora troppo spesso che le famiglie si rifiutino di sostenere i figli una volta scoperta “la vera natura”, come se la persona che hanno cresciuto per anni, dai cambi del pannolino e le pappe, alle liti adolescenziali per le serate fuori, improvvisamente diventasse un estraneo da allontanare, magari educatamente, nel momento in cui ha più bisogno di punti di riferimento. Non metto in dubbio il fatto che un coming out non possa portare a un iniziale scombussolamento familiare: spesso è difficile consigliare un ragazzo profondamente insicuro e non si sa minimamente da che parte iniziare per aiutarlo. Il rifiuto dell’omosessualità in quanto tale, non offre sicuramente i mezzi per stare vicini al proprio figlio: l’ignoranza, ossia la mancanza di conoscenza, crea notevoli difficoltà di comunicazione a chi vorrebbe aiutare, figurarsi nel caso di chi si rifiuta categoricamente di accettare la “natura” del ragazzo.
Perché qualcosa cambi, non deve più accadere di sentire bisbigliare e ridacchiare quattro ignoranti comari (donne o uomini che siano) che si ritrovano a lanciare giudizi sprezzanti su Tizio o Caio perché omosessuale: può essere gay chiunque, anche una delle persone in cui dovete riporre la vostra fiducia (dal vostro fornaio, al commercialista, al chirurgo che vi apre la pancia a metà per operarvi).

 

Nausica