Il mio primo Gay Pride

il mio primo gay pride
il mio primo gay pride
Perché andare ad un Gay Pride? Gay Pride significa orgoglio, perché io sono diventato orgoglioso di essere gay, perché sto bene con me stesso e sono orgoglioso di chi sono...

Venezia, 28 giugno 2014.

Perché andare ad un Gay Pride? Chi me lo fa fare di andare in mezzo a tanta gente che neanche conosco e che magari non la pensa esattamente come me? Non sono il tipo da lustrini, glitter, sfilate e paillettes…

Da giovane studente che vive in una piccola città del Veneto, ho maturato la mia decisione dopo essere stato più e più volte colpito nel mio intimo, dopo aver assistito a diverse manifestazioni di odio, di incitamento a colpire il diverso, ad additarlo e gravarlo col peso del pregiudizio, tra convegni di stampo omofobo e Sentinelle in piedi. Un amico mi ha chiesto di aiutarlo a distribuire dei volantini che spiegassero cosa vuol dire essere lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT); cosa vuol dire sentire il peso di uno sguardo che ti giudica, non sentirsi liberi di essere se stessi per paura, per vergogna, di cosa poi non si sa…

Per molti, la parola omosessuale fa pensare al “tabù” del sesso. In realtà, essere gay o lesbica non comprende solo il sesso – che forse è qualcosa di intimo e privato – ma comprende l’affetto, i sentimenti, le emozioni, la tenerezza, tutte quelle parti importanti di noi che arricchiscono la vita di tutti i giorni: tenersi per mano o scambiarsi un tenero bacio che da così tanto fastidio a chi non vuole capire e a chi nutre un odio inspiegabile e gratuito.

Gay Pride significa orgoglio, perché io sono diventato orgoglioso di essere gay, perché sto bene con me stesso e sono orgoglioso di chi sono ma, purtroppo, questa è una cosa che non tutti riescono a realizzare. Gay Pride significa anche vincere la paura e la vergogna instillata da una società che incita ad escludere e a giudicare, che va a caccia di un nemico, di un capro espiatorio, una società che non vuole puntare al meglio per sé e per i cittadini che ne fanno parte, ma che nutre l’odio, la diffidenza, le divisioni. Per questo il 28 giugno 2014 ho preso il treno per andare al Venezia Pride, perché, come recita il suo slogan, “nessun pesce è fuor d’acqua”.

Ma ammetto che volevo soddisfare anche una certa curiosità per vedere se certi clichés gonfiati dai media fossero veri o meno, se fosse una carnevalata o se è invece qualcosa che ha un valore intrinseco, con una storia e un senso profondo.

Un brivido,è come l’emozione della prima volta, quando il treno si tuffa nella laguna, siamo a Venezia. Lo sferragliare dei vagoni sui binari in mezzo al mare  ci fa attraversare il Ponte della Libertà, un nome che oggi acquista ancor più significato. È una giornata splendida, il cielo è azzurro e fa da cornice a ponti, cupole, gondole e chiese.

Scendiamo dal treno e ci ritroviamo nel brulichio della stazione; non il solito formicaio di persone che vanno e vengono ma un crescendo di colori: bandiere, magliette arcobaleno, manifesti pungenti, cuori giganti e aforismi incentrati sui valori della libertà e dell’amore. Si respira un’atmosfera magica, una tavolozza variopinta di colori e di identità va a formare il corteo, siamo tutti emozionati e tutti, nessuno escluso, possono farne parte. Andando su e giù per i ponti, riversandoci come un fiume sgusciante nel labirinto di calli della città, un festante flusso di persone provenienti da tutto il triveneto: mamme, papà, figli, amici, sconosciuti, siamo tutti uniti dallo stesso ideale.

Questo torrente colorato corre tra lo sguardo sorpreso e divertito dei turisti e i sorrisi di residenti e commercianti, fino ad arrivare in Campo San Polo, una delle più grandi piazze di Venezia. Sul palco, davanti a svariate migliaia di partecipanti, intervengono i rappresentanti delle associazioni sulla situazione attuale dei diritti LGBT in Italia e nel Triveneto. Nella provincia di Trento in questi giorni si discute una proposta di legge contro l’omofobia che tuteli veramente le persone LGBT da aggressioni, offese e violenze; mentre la regione Veneto resta l’unica regione italiana, tra le altre che hanno ospitato i Pride, a non aver concesso il patrocinio.

D’un tratto, in mezzo alla piazza ricolma di gente viene dispiegata una gigantesca bandiera rainbow che scorre a onde sopra la folla. È stato bello vedere tutte queste persone essere finalmente loro stesse, senza paura e senza vergogna. Lungo il corteo e nella piazza coppie affettuose si tenevano per mano e si scambiavano teneri baci senza temere il giudizio di quella folla, che non additava, anzi, si commuoveva di tutta questa innocente tenerezza. «È un’emozione fortissima, io che non vengo da una grande città, per la prima volta mi sono sentito non solo», mi confida un ragazzo.

Il 28 giugno è stata un’importante occasione d’incontro. Alcuni giovani stigmatizzano l’evento pensando che sia una carnevalata fine a se stessa, ma l’ultima cosa che si può dire del Venezia Pride è che fosse estroso o esagerato. I partecipanti non erano altro che loro stessi: gay, lesbiche, trans della vita di tutti i giorni che chiedevano di poter vivere in libertà senza sentirsi giudicati per il loro modo di essere.

Chi ha deciso di prendere parte a questa avventura è stato ripagato dalla gioia di far parte di una grande realtà, di non essere solo. La partecipazione di tutti è stata accompagnata da una indescrivibile emozione. Un grande momento di libertà, di integrazione, di convivenza civile e propositiva.

Ho maturato l’idea che andare al Pride sia un’importante esperienza di vita, un esempio di manifestazione pacifica, allegra, festosa, di impegno civile per costruire una società migliore che ha ancora da venire, ma che forse non è poi così lontana.

 

M. G. e Federico Tonus