Il mio impegno dalla parte di chi non ha voce

Il mio impegno dalla parte di chi non ha voce
Il mio impegno dalla parte di chi non ha voce

La mia storia nell’ambito della militanza ha radici lontane. Durante il ginnasio, la mia insegnante di italiano, storia e geografia, era solita farci discutere temi di grande attualità: dalla politica economica a quella sociale, dalla cronaca nera alle guerre in Iraq. Oltre a svolgere il normale programma scolastico, la professoressa ci ha insegnato a sviluppare la capacità critica. In me è scoccata la scintilla: volevo contribuire a cambiare le cose.

L’idea, però, mi abbandonò prestissimo: la politica era anche un affare troppo sporco per un quindicenne di periferia. Ho dovuto aspettare qualche anno, sentendomi più grande, più responsabile e più capace, sono riuscito ad avvicinarmi a un gruppo politico locale e ho iniziato la mia militanza. All’inizio una militanza fatta solo di presenza, senza diritto alla parola, perché per gli adulti ero ancora un diciassettenne che di politica non ne capisce nulla.

In concomitanza con questo percorso ho iniziato a fare l’attivista. Il primo evento organizzato è stato un corso di educazione sessuale tenuto durante l’autogestione nella mia scuola. Era la prima volta che si teneva un corso del genere nel mio liceo. È stato un successo! In due giorni abbiamo avuto la partecipazione della quasi totalità degli studenti, ovvero circa seicento persone.
Da lì, non ho fatto altro che avanzare: a dicembre del 2013 sono tornato al liceo classico da esterno e ho tenuto, ancora una volta, un corso sulla sessualità. Il mese successivo, a gennaio, sono tornato un’altra volta come ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) per parlare dell’omosessualità nella storia italiana ed europea. Pochi mesi dopo, nell’Aprile del 2014, ho portato a Formia il primo “Pride”: non un “Gay Pride”, ma un semplicissimo “Pride”. Siamo scesi in piazza per dire che eravamo orgogliosi di essere PERSONE, al di là dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere, della nostra provenienza o delle nostre capacità fisiche. È stata la prima volta per la mia città e nonostante il numero esiguo di partecipanti (circa settanta persone) sono stato felicissimo di vedere tutti quei ragazzi scendere in piazza: un piccolo, ma immenso risultato considerando che a Formia non si era mai parlato di omosessualità o di omofobia. Quest’iniziativa mi ha regalato la possibilità di avere un’intervista da parte di “Babylon&Co.” e di altri quotidiani locali e blog, come “Queerblog”.

Nell’estate dello stesso anno sono stato chiamato al Teatro romano di Cassino per intervenire al termine di uno spettacolo contro l’omofobia. Nel frattempo è arrivata la tessera del partito e l’incarico: al momento sono il responsabile locale di SEL per le Pari opportunità, welfare, politiche di genere e giovanili. Una delega su cui lavoro da quasi due anni ormai, con grande coinvolgimento. Il mio impegno non è retribuito economicamente, ma la stima delle persone e l’appoggio che mi danno è per me fonte di gioia e una grande spinta per continuare il mio percorso. L’obiettivo è sempre quello di difendere i diritti di coloro che non hanno voce.

Le cose fanno molta fatica a cambiare: è difficile far passare l’idea che l’amore è amore al di là di chi si ami; che la persona è persona sia che venga dall’Africa che dall’Europa; che un essere umano ha dignità sia che si trovi a camminare sulle proprie gambe, sia che si trovi su una sedia a rotelle; che una donna non è un oggetto posto al servizio di un uomo; che chi sta in carcere non è un rifiuto sociale, ma una persona che va riabilitata e riportata a vivere liberamente nella società.
Non è un percorso facile perché abbiamo una classe dirigente vecchia, legata a vecchie logiche politiche e partitiche, figlie del più becero e venale interessamento ai propri affari. Per non parlare delle ingerenze dagli altri poteri forti: intromissioni tollerate perché utili a garantire l’equilibrio esistente. Però se non siamo noi giovani a scendere in campo per giocare questa partita chi deve farlo? È da noi che deve venire il cambiamento: dai “piani bassi” della società, dal semplice cittadino che, con un minimo di conoscenze e senso civico, decide di dare un contributo. Del resto, quando ho iniziato avevo diciassette anni ed ero un ragazzino con tanta voglia di fare. Oggi ho ventuno anni, sono cresciuto e maturato, ancora tanta strada mi aspetta, ma la voglia di fare, la caparbietà e il desiderio di non arrendermi permangono in me.

Conciliare l’attività politica con la vita privata non è semplice, bisogna mantenere anche qui degli “equilibri fra poteri forti”. Essere single aiuta, devo dire! Scherzi a parte, provo a fare del mio meglio: di giorno studio e lavoro, la sera mi dedico a leggere quanto è accaduto in giornata e cerco sempre di incastrare perfettamente i miei impegni. Non ho mai pensato di mollare.

Quest’anno ho anche ricevuto la proposta di collaborazione a una tesi di laurea in giornalismo, che ho accettato di buon grado. Iniziative che mi stanno a cuore sono la collaborazione con la “Gay Help Line” a un progetto in una scuola di Formia e anche tutti gli incontri fatti ultimamente con le associazioni di disabili, che mi riportano ad uno dei principali motivi per cui ho deciso di fare l’attivista. A sedici anni ho perso mio zio e lui era disabile. Durante la sua malattia ho potuto vedere la bassissima considerazione di cui godono le persone fisicamente non facilitate nella nostra società. In quel momento ho deciso che mi sarei battuto per quelli che ne hanno bisogno. Anche aver incrociato nella metro di Roma lo sguardo di Teresa Manes, la mamma del “Ragazzo dai pantaloni rosa”, Andrea, e aver toccato con mano quel dolore, mi ha spinto a combattere.

Non posso dire di essere parte dell’ambiente dell’attivismo LGBT italiano. Nella mia Formia non esistono realtà associative di questo tipo. Guardandolo da fuori, però, la sensazione che ho avuto è che molto spesso queste associazioni sono attente esclusivamente all’organizzazione dei Pride, piuttosto che preoccuparsi di essere incisivi anche sul piano politico e sulla formazione delle nuove generazioni. In questi giorni si sta discutendo il ddl Cirinnà riguardante le unioni civili. Mi pare urgente agire efficacemente di fronte a quei partiti di destra e filofascisti che, per quattro voti in più, decidono di fare propaganda sulla pelle delle persone; ed è così che l’omofobia avanza. È l’assenza di incisività e di presenza su alcuni temi che permette agli estremismi di avanzare nella grande marcia contro lo sviluppo civile ed etico del nostro Paese. La mia non vuole essere una critica distruttiva, ma un caldissimo invito ai miei amici e colleghi a fare di più. Il Pride non è e non deve essere l’unico modo di chiedere diritti.

 

Francesco D’Angelis