Avendo ormai una certa, ho partecipato a molti Pride (chi qui ha sospirato “la piaga dei cinquantenni sullueb” è gentilmente pregata/o di mostrare la sua padronanza del DOS e di mandare una lettera di protesta usando Wordstar o di levarsi di torno).
A Roma, a Milano, a Genova, a Pavia (dafuq?) a Londra e *non* a Birmingham, la città dove ho vagato in stato confusionale lungo il percorso della manifestazione senza incontrare nessuno, neanche fosse stato un episodio di “Ai confini della realtà”. E sì, erano il giorno giusto, il mese giusto e financo l’ora giusta, l’unica spiegazione razionale è quella di un mio spostamento quantico sull’asse temporale; fatto sta che ricorderò per sempre Birmingham come l’episodio del Pride fantasma.
Londra… Londra d’altro canto offre un Pride immenso ma, ho scoperto a mie spese, arrivando con italiano ritardo alla partenza e con la bombola d’ossigeno all’arrivo, che detto Pride parte puntuale e si fa a passo di bersagliere, inseguiti da un esercito di spazzini che marciano con esoticamente teutonico passo dell’oca a fianco dei camion dell’immondizia che raccolgono coriandoli, aspirano glitter e ti scagliano nell’umido se non vai abbastanza veloce.
Notate che ora il Pride di Londra ha cambiato gestione ed è transennato, informatevi quindi prima di restare chiusi fuori, se volete partecipare. No, sono inglesi, se cercate di scavalcare le transenne temo che il se(r)vizio d’ordine possa malmenarvi a colpi di teiere in ghisa. Non rischierei.
A Londra ho imparato la differenza tra una parade, a cui possono partecipare in veste ufficiale le forze dell’ordine (no, non per manganellarci meglio, ma per sfilare in uniforme e far collassare i poveri feticisti, così non devono neanche sporcarsi le mani a picchiarli), e una march. Una parade è una specie di festa, se vogliamo, mentre una march è una manifestazione di protesta e, come tale, non può vedere la partecipazione delle forze dell’ordine, dell’esercito e delle varie figure istituzionali.
Solitamente, il Pride di Londra è una parade.
A Genova ho partecipato al primo Pride utile, anni dopo il massacro della Diaz; in qualche modo, mi sembrava importante andare a mettere due puntini sulle i in merito al fatto che a Genova si potesse e dovesse continuare a manifestare.
Quel Pride l’ho vissuto con nella testa i racconti dei sopravvissuti del 2001, con i bossoli dei lacrimogeni riportati come souvenir, con nelle orecchie e negli occhi le registrazioni audio e video di quei giorni e non ho mai vissuto un Pride, prima e dopo, con una qualunque forma di ansia. Questa prima e spero ultima volta è riservata a Genova perché, quando sei lì, stipata in strade strette in una muraglia compatta di persone, improvvisamente non ti sembrano più pittoreschi i carrugi fatti di ripidissime scale, ti sembrano impraticabili vie di fuga qualora la polizia, i carabinieri o la forestale decidano di caricarti. Passando sotto il tunnel della ferrovia, mi sono sentita un topo in trappola; quello di Genova è stato un Pride dove aleggiavano dei fantasmi e spero che non sia stato così solo per me, perché è sempre bene ricordare che i diritti si levano più facilmente di uno smalto Layla.
Infatti non è che sia servito a un cazzo, quel Pride, come moltissimi altri prima e dopo, visto dove siamo arrivate/i ora; effettivamente potevo risparmiare alle amiche milanesi dalle chiappe di mozzarella l’esperienza di un Pride non in piano.
Il Pride che però il mio cuore inaridito ricorda con commozione è l’EuroPride del 2.000, a Roma. E se non c’eravate perché vi pesava il culo be’, vi siete persi/e qualcosa di proporzioni Romane (di quando avevamo l’impero, insomma). Nessun Pride cui ho partecipato prima o dopo ha eguagliato quell’evento, e temo purtroppo che nessun Pride ci riuscirà mai più. Quel Pride l’ho fatto con le lacrime agli occhi (perché ero reduce da una congiuntivite mi-ci-dia-le e non avevo con me gli occhiali da sole, ma voi fate finta che fossero lagrime di gioia).
Il Pride del 2.000 boh, come ve la spiego sta cosa? L’avete mai visto un Pride che… ok, Roma ha sette colli, ok? Guardando in basso, durante il percorso, la manifestazione aveva fatto un anello di Moebius: era così grande che la testa e la coda si erano incontrate e i partecipanti si erano incrociati nel mezzo.
(Poi se qualcun* c’era e vuole dirmi che quello che ho visto erano gli effetti della congiuntivite, ci credo, eh?).
In quel frangente, una grandissima mano alla riuscita del Pride la dette Santa Madre Chiesa. Ricorderete che il 2000 fu l’anno del Giubileo. Se eravate a Roma, ricorderete anche che per i lavori del Giubileo le tasse dei cittadini furono utilizzate per abbellire la città in onore dei seguaci del teocrate straniero incistato nel cuore della capitale come una dolorosissima ciste sebacea. Ricorderete anche che non solo la città fu messa a ferro e fuoco ma che, in particolare, le principali arterie della capitale furono messe fuori gioco per mesi per via dei detti lavori e, se non siete di Roma vi informo che a Roma non è che non si usa il trasporto pubblico perché sono stronzi, non si usa perché non c’è un trasporto pubblico. Se volete provare il brivido, vi pago il giornaliero a patto che possa filmarvi mentre piangete.
Comunque, tutto ciò non fece felice la cittadinanza. Diciamo pure che dopo tutte le bestemmie lanciate a nastro per mesi, secondo me neanche l’indulgenza plenaria successiva ha potuto fare qualcosa e Roma è tutt’ora posseduta da Belzebù (il signore delle mosche, questo spiega perché è invasa di monnezza).
La cittadinanza, o almeno parte di essa, ebbe poi modo di dissentire ulteriormente con le esternazioni di Sua Santità (o chi per lui), quando le venne comunicato che siccome il 2000 era l’anno della festicciola dedicata a ottenere omaggi in forma monetaria dai devoti fan, non si poteva fare il Pride nella capitale dello stato straniero confinante col suo perché stava male che i froci e le lesbiche e tutti quei pervertiti là gli bucassero il party.
Diciamo che, a quel punto, la parte di Roma che conosco e apprezzo, e la parte di Roma che era ancora bloccata sul Lungotevere da 8 settimane e non riusciva a tornare a casa per i famosi lavori di cui sopra, scelse di comunicare educatamente che j’avevano rotto er cazzo, riversandosi *in massa* al Pride. Ho incontrato a quel Pride gente che mai mi sarei aspettata e le risposte alla mia perplessità possono tutte essere riassunte in “forse Teocrazia & Co. devono capire 2 cose”.
Quindi grazie Karol per averci dato un Pride così bello e grande e gioioso e partecipato e incazzato, grazie! Neanche Jude Law in “The Young Pope” è riuscito a farsi volere così bene!
Pavia. Dedico un breve paragrafo ai meravigliosi Pride pavesi che sono stati guidati nell’ordine da:
– un’Ape Piaggio d’accatto, il cui parabrezza era decorato da santini di padre Pio e Madonne assortite;
– un trattore;
– un furgoncino che sembrava uscito da un noleggio traslochi.
L’anno prossimo spero nella mietitrebbia o nell’autoarticolato.
Concludo questo excursus autobiografico (di cui non importa un bel nulla a nessuno e spero vivamente che alla riga 5 vi siate scocciat* e siate andat* a leggere porno di “Star Trek”) con Milano.
Gli ultimi Pride a cui ho partecipato, con enorme scoramento, sono stati quasi tutti a Milano. Perché scoramento? Che cosa ho da rompere il cazzo su un Pride abitualmente molto partecipato, con un assembramento sotto il sole battente e pieno di carri che a 5 metri l’uno dall’altro sparano musiche tutte diverse a palla che fosse mai che ti venga da pensare già che sei in manifestazione?
Intendo dire, che cosa ho da rompere il cazzo a parte quanto sopra?
Ho scoperto che chi è entrato nel magico mondo dei Pride da poco non sa che prima il percorso del Pride milanese passava davanti al Duomo e si chiudeva davanti alla fontana del Castello Sforzesco, ragion per cui mi è stato detto che non c’era nessun problema col percorso.
Ovviamente, anche chi ha stabilito e approvato il percorso attuale non vede alcun problema col percorso attuale, quindi lo spiego a parole mie.
Prima il Pride partiva più tardi (guardate, chi soffre il caldo riusciva anche ad arrivare fino in fondo!) e passava per il centro della città, davanti ai simboli che la rappresentano come il Duomo e il Castello; ora parte dalla stazione Centrale che è un luogo, che piaccia o meno, con una pessima nomea, raggiunge una serie di stradine secondarie popolate da deliziosi negozi indiani di perline, pietre dure e sciarpe, che sono perfetti se vogliamo comprarci due cosine; ma se guardate la cosa con occhi esterni, il percorso fa Zona Malfamata TM-Posto Coi Negozi Dei Sdragneri per concludersi nel Frociaio di Porta Venezia. Trad. it. : passate in posti che si addicono a voi devianti, non fatevi notare troppo e poi tornate zitti e buoni a fare le vostre cosacce nel vostro ghetto.
Vi sembra un Pride o uno Shame? Perché la vera protesta, per quanto mi riguarda, sarebbe abbandonarla questa manifestazione umiliante che dimostra solo che siamo stati addomesticati e abbiamo il terrore cieco di fare una vera marcia di protesta, di tornare a tirarla quella sempre sia lodata scarpa, in barba ai berretti azzurri dei City Angels e a chi ci considera un fenomeno circense.
Non so, secondo me Sylvia Rivera si sta rivoltando nella tomba ma se a voi va bene così, vi consiglio di imparare a tenere anche una palla in equilibrio sul naso per l’anno prossimo, così possiamo essere ancora più colorati, divertenti e innocui. Magari ci danno anche dei premietti!!
Veruska


