La Commissione Europea ha creato una Radicalization Awareness Network = Rete di Consapevolezza della Radicalizzazione (RAN), il cui scopo è quello di evitare che le persone in qualche modo scontente diventino dei radicali pronti a ricorrere alla violenza terroristica.
Intento lodevole, ma che talvolta finisce con lo stigmatizzare dei gruppi sociali con poche colpe più degli altri – per esempio le persone neurodiverse (per la precisione, autistiche o schizofreniche), a cui è dedicato il documento Understanding the mental health disorders pathway leading to violent extremism = Capire il sentiero che attraverso i disturbi della salute mentale porta all’estremismo violento, che sembra il risultato di un convegno tenuto dallo Health and Social Care Working Group (RAN H&SC) = Gruppo di Lavoro sulla Salute e l’Assistenza Sociale a Torino il 13 Marzo 2019.
Il documento esplora l’ipotesi che due forme di neurodiversità, ovvero i disturbi dello spettro autistico e la schizofrenia, rendano più probabile il compiere atti terroristici, soprattutto da parte di “lupi solitari”, che non agiscono a nome di gruppi terroristici noti (cosa che non vieta a questi ultimi di rivendicarne le gesta – in una forma di “franchising del terrore” in cui si è distinto soprattutto il sedicente Stato Islamico), e cerca di individuare i fattori protettivi che possono prevenire la radicalizzazione o rovesciarla.
Mi dichiaro incompetente sulla schizofrenia (anche se ho una laurea in psicologia generale e sperimentale – il cui scopo non era prepararmi a diagnosi e terapie); invece ho ricevuto da quattro clinici indipendenti una diagnosi di autismo, e penso perciò di poter dire qualcosa sulla base della mia personale esperienza.
Il fattore principale di rischio che rinvengo nelle persone autistiche è l’ingenuità sociale, che può renderle vittime di manipolatori pericolosi, che possono farle sentir preziose in un primo momento e poi gettarle via come un vecchio straccio (o come un missile con le gambe) quando non servono più. Ne ho incontrati tanti nella mia vita, e continuo ad incontrarne.
Il principale fattore protettivo invece è quello che la RAN ha completamente ignorato: il sistema di valori introiettato.
Sono stato iscritto al PCI (Partito Comunista Italiano) dal 1980 al 1988, ma ho abbracciato quel partito quando professava l’eurocomunismo, cioè il propugnare una forma di socialismo rispettosa della democrazia politica e dell’economia di mercato, anche se più radicale della socialdemocrazia.
Il progetto è fallito – la caduta del Muro di Berlino il 9 Novembre 1989 ne ha certificato la morte, ed attualmente sono iscritto all’ALDE, affiliata all’Internazionale Liberale, propugnante i valori espressi nel Manifesto di Oxford del 1947, chiosato dal Manifesto di Andorra del 2017. Direte che è stato un grande cambiamento, ed io vi rispondo che se una cosa si dimostra sbagliata non c’è vergogna ad abbandonarla – ed in ogni caso, non è che un eurocomunista ritenesse lecita la violenza terroristica per stabilire il regime politico che gli piaceva, visto il suo amore per la democrazia.
Ho studiato psicologia, e l’esame che mi è piaciuto di più è stato Antropologia Culturale; presupposto della disciplina è che il pluralismo sociale, culturale, linguistico, religioso è un valore in sé, ad ogni livello, da quello mondiale a quello familiare (sono ebreo, ed ho una moglie valdese), e non si può imporre a nessuna cultura di cambiare per seguire un sistema di valori ad essa estraneo. Semmai, occorre dare agli individui la forza di innovare la loro cultura, società, religione nella misura in cui lo ritengono necessario.
Sono tutte cose che vietano il ricorso alla violenza che non sia motivata dalla stretta autodifesa – non incoraggiano certo il terrorismo, ed impongono semmai di opporsi a politiche esclusiviste come quelle di Trump, Salvini, Netanyahu (in ordine alfabetico inverso).
Mi sono dichiarato un “autistico radicale” non solo perché negli USA di Trump, nell’Italia di Salvini, nell’Israele di Netanyahu sostenere il pluralismo sociale, culturale, linguistico e religioso è considerato alto tradimento, e ci vuole una cocciutaggine tipicamente autistica per continuare a farlo, ma anche perché ritengo da migliorare l’apertura al pluralismo del Manifesto di Andorra – non si parla abbastanza esplicitamente della “neurodiversità”, e non si evita di sussumerla nella “disabilità”.
Tornando dalla mia personale esperienza al documento citato della Commissione Europea, vedo che i suoi autori camminano sulle uova: ammettono che non è possibile sostenere che le persone neurodiverse siano destinate a radicalizzarsi, né esistono studi che provino con sufficiente significatività statistica che ci siano più neurodiversi tra i terroristi che tra la popolazione generale.
L’unica (debole) cosa che si può dire è che la vulnerabilità psicologica (dovuta talvolta a tratti psicopatologici subclinici – cioè non abbastanza intensi da meritare una diagnosi) può portare alla vulnerabilità sociale, e questa rende più facile essere coinvolti in attività illegali, a titolo personale oppure come membri di un gruppo criminoso o terroristico; ma ci sono tanti cofattori (abbastanza rilevanti sono i traumi che una persona può aver subito) che possono dare il loro contributo in senso positivo o negativo, quindi una diagnosi non è una condanna – se si deve fare una previsione sulla pericolosità sociale, e sulla possibilità di intervento psicosociale, la si fa al massimo sull’individuo, non sulla categoria diagnostica (o le categorie diagnostiche – in neuropsichiatria le “comorbidità”, ovvero le diagnosi multiple ed intrecciate, sono abbastanza comuni) a cui è stato ascritto.
Il documento cita due progetti d’intervento – uno per persone autistiche ed uno per schizofreniche – in cui rinviene questi punti d’intervento comuni:
- Individuare i punti di forza dell’individuo e far leva su di essi, anche per favorirne l’inserimento sociale – al di fuori del gruppuscolo terroristico in cui può essere finito;
- Valutare la rete sociale dell’individuo e la possibilità di costruirgliene una che non comprenda solo lui, lo specchio, il gatto, e gli estremisti che pensano solo al terrore e mai al piacere – non è un compito facile;
- Confutare l’ideologia estremistica dell’individuo – qui il documento mostra secondo me una seria debolezza, in quanto il voler sostituire l’ideologia di una persona con un’altra significa intervenire sulla sua coscienza, cosa che si sperava non venisse più in mente a nessuno dopo la Rivoluzione Francese.
Sarò un caso fortunato, ma voglio sperare che non ci siano persone così fanatiche da non rendersi conto da sole delle contraddizioni della loro ideologia, e che, una volta data loro l’occasione di migliorare la propria cultura, non capiscano che l’estremismo è figlio dell’ignoranza, e che tradotto in politica porta sempre all’oppressione, non certo alla santificazione. Si può solo favorire questa presa di coscienza spontanea, non pretendere che una persona sia costretta ad “abiurare”, e scambiare questo per il risultato positivo di un intervento psicoeducativo.
E non credo che cambino i valori fondamentali che ha introiettato una persona, per quanto si prema su di lei – io sono ebreo per scelta, e prima ero cattolico, ma mi va benissimo che mi si faccia notare che quello che diceva rav Hillel il Vecchio: “Quello che ti è odioso al tuo prossimo non lo fare – questa è tutta la Torah, il resto è commento. Va’ e studia” (Talmud Shabbat 31a) è quasi uguale a quello che avrebbe detto Gesù qualche decennio dopo: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge e i profeti” (Matteo 7:12); “E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro” (Luca 6:12) – non potevo discostarmi troppo dalla fede in cui ero stato allevato.
Oltretutto, questa serie di documenti ha il difetto di occuparsi solo della versione “mortale” del radicalismo, e non prende in considerazione le versioni meno gravi, quelle che si esprimono nella vita quotidiana con le discriminazioni, le violenze verbali e le microaggressioni. È ovviamente terribile che uno perpetri un attentato terroristico mortale, ma non è radicalismo anche quello di chi rifiuta di farsi servire da un cameriere di colore, di chi manovra per non avere un collega di lavoro “meridionale”, di chi rifiuta di affittare una casa ad una coppia LGBT+, di chi sbaglia a bella posta il pronome di una persona trans, di chi sgrida una persona che non parla la lingua ufficiale del paese, di chi propone le “terapie riparative” per gli omosessuali, di chi continua ad emanare ordinanze anti-moschea che vengono regolarmente cassate dal TAR, di chi emana un editto in cui vieta sotto pena di maledizione di avere dei cani (si vede che è sicuro di non rischiare il cancro al seno, ai polmoni, alla pelle, che cani appositamente addestrati possono fiutare – e la religione di chi ha emanato l’editto consente di trasgredire comandamenti ben più importanti del non aver cani pur di salvare una vita)?
Nessuno va a chiedersi se queste persone hanno dei disturbi psichici, anche se la loro incapacità di adattarsi ad una situazione insolita dovrebbe essere sospetta (insomma, io sono autistico, diagnosticato di Livello 2, cioè con notevole bisogno di supporto sociale e nella vita quotidiana – dovrei essere io quello che va in meltdown se c’è una minima discrepanza tra quello che mi aspetto e quello che mi accade!) – e nel documento che ho citato non si tiene conto del fatto che nemmeno chi è neurodiverso si radicalizza in un lampo: ci vuole tempo, in cui una persona si isola socialmente, perde pian piano il rispetto dei suoi “nemici”, li disumanizza, e lo dimostra con atti sempre più aggressivi nei loro confronti.
Hitler ci ha messo nove anni – dalla presa del potere nel 1933 alla Conferenza di Wannsee del 1942 – per dare inizio alla Shoah, introdotta da discriminazioni sempre più gravi contro gli ebrei ed altre minoranze; si può diagnosticare Hitler in vari modi (lo studioso David Wolfgang Vagni ritiene che avesse la Sindrome di Asperger, ovvero Autismo di Livello 1), ma la sua condizione neuropsichiatrica non spiega da sola come sia riuscito a radicalizzare un intero popolo.
La neuropsichiatria va integrata dalla psicologia sociale; vi accenna il documento A mental health approach to understanding violent extremism = Un approccio basato sulla salute mentale per comprendere l’estremismo violento, quando dice che è importante anche tener conto delle dinamiche sociali, e della “resilienza della comunità” (che mancò alla Germania hitleriana e manca all’Italia di oggi) oltreché della “resilienza personale”, per capire se un individuo può radicalizzarsi – ma in quel documento resta solo un accenno.
Invece più interessante è il documento Grooming for terror –
Manipulation and control = Coltivare per il terrorismo – Manipolazione e controllo, che mi propongo di tradurre in italiano, in quanto spiega le tattiche manipolatrici più usate per reclutare non solo terroristi, ma anche le vittime dei pedofili, e mi pare perciò di interesse generale.
Raffaele Yona Ladu
Ebreo umanista gendervague
Socio di Autistic Self-Advocacy Network
©2019 Il Grande Colibrì


