Mi sono scoperto gay a 19 anni, quando mi sono innamorato di quello che sarebbe diventato il mio primo fidanzato. Prima di questo fatto non avevo neanche mai preso in considerazione l’idea di essere omosessuale.
Dopo due anni, ho vinto il concorso in polizia e mi sono allontanato dalla mia città di nascita per lavorare a Milano. Avevo il terrore di essere “scoperto”, che i colleghi venissero a conoscenza del mio segreto. Allora inventavo relazioni inesistenti con fidanzate lontane, poco presenti… per sviare la curiosità delle persone con le quali lavoravo.
Un giorno, due colleghi, che sono poi diventati i miei migliori amici, mi hanno letteralmente chiuso nella stanza in caserma e detto che per loro non aveva importanza che fossi omosessuale, perché a loro non interessava. Scusate il bisticcio di parole, ma mi dissero di volermi bene perché ero una persona a cui volevano bene, indipendentemente dai miei gusti sessuali.
Nonostante questa meravigliosa apertura sono rimasto sempre molto diffidente e riservato nei confronti degli altri colleghi. Ho subito minacce pesanti e mai denunciate – come invece avrei dovuto fare – da non meglio precisati colleghi che non volevano “froci in divisa”. Ho cambiato reparto e continuato la mia vita in polizia mentendo su presunte fidanzate fino a quando un giorno non ho letto su Repubblica l’intervista ad Alessio Avellino, ex-presidente dell’associazione Polis Aperta, e ho pensato che coraggio, che forza per affrontare tutto questo! Ho contattato Alessio, ci siamo scritti per un po’ e ho deciso di aderire all’associazione.

Sono andato a Roma a una riunione di Polis Aperta. Ho conosciuto gli/le associat3 facendo amicizia con molt3 di quest3. Ho sentito di essere parte di una comunità, di non essere più solo, di non essere l’unico omosessuale ad indossare una divisa. Questa sensazione, condivisa da molt3 collegh3 di Polis Aperta, è stata da subito rassicurante e “accudente” e ha cambiato la mia vita, non solo quella “in divisa”, ma anche quella privata.
Ho partecipato ad Atene al meeting biennale dell’European LGBT Police Association (EGPA) come delegato di Polis Aperta. Una delle testimonianze più toccanti è stato il racconto di Anna, persona trans che ha condiviso in quell’occasione le violenze e le discriminazioni subite parecchi anni prima dalla polizia ellenica. Anna ha trovato il coraggio di intervenire a un convegno di “poliziotti LGBTQ+” per aprire un dialogo e partecipare al cambiamento della società. In quel periodo ho anche letto L’aurora delle trans cattive della sociologa e attivista trans Porpora Marcasciano, provando vergogna e turbamento per i comportamenti degli appartenenti alle forze dell’ordine rivolti a queste persone.

L’aurora delle trans cattive, di Porpora Marcasciano
Cerco sempre di riflettere sul fatto che il poliziotto ha come compito primario aiutare gli ultimi, gli emarginati, i più fragili, denunciando violenze, pregiudizi e soprusi: sempre dalla parte degli ultimi tentando di uscire e superare gli stereotipi degli “sbirri”.
La sensazione negativa legata al fatto di essere una persona diversa all’interno di un‘organizzazione militare pian piano si è affievolita e ha assunto anzi connotazioni positive: la mia sensibilità, che ho vissuto a lungo come una debolezza si è tramutata in punto di forza; le mie “diversità” possono essere qualità e contribuire al processo di democratizzazione della polizia.
Quotidianamente, nel mio piccolo tento di fare questo: indossare orgogliosamente la mia divisa e sentirmi felicemente diverso, come diverse sono tutte le persone.
E.
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