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Quando ero più piccola non sapevo far di conto, non sapevo esistessero altre cifre oltre il 10, e non sapevo nemmeno cosa fossero le tabelline. Non sapevo che avrei dovuto addizionare, dividere, sottrarre e moltiplicare un sacco di numeri, i quali, ben presto, si rivelarono i miei peggiori nemici. Nel giro di poco tempo, incominciai a sentirmi una fallita, una bambina diversa dagli altri. Fu così che la mia autostima calò sempre di più. Non capivo mai niente di quello che spiegava la maestra, per me tutti i numeri erano uguali: non capivo quale fossero crescenti e quali decrescenti, non comprendevo nemmeno cosa fosse un triangolo e perché fosse diverso da un rettangolo: tanto i loro nomi erano simili. Nella mia mente tutte quelle informazioni erano diventate un turbinio affollato di figure geometriche e di calcoli inesatti, ero confusa e sola.

Non riuscivo a capacitarmi di come i miei compagni fossero così veloci, ed io così lenta. Quotidianamente, mi chiedevo se davvero non avessi qualche problema, magari qualche malattia; mi sentivo sbagliata e questa sensazione continuò fino ai 10 anni di vita.

Un bel giorno, mia madre mi portò a svolgere dei test, chiamati “attitudinali”: hanno la funzione di verificare non solo che le capacità cognitive siano sufficientemente sviluppate, insieme a quelle mnemoniche, ma rappresentano il quoziente intellettivo di ogni persona e individuano delle possibili difficoltà all’interno della sfera logico-matematica, o umanistica (letteratura italiana, grammatica, capacità di comprensione ed elaborazione dei testi scritti, velocità nella lettura e addirittura la modalità grafica di una persona, quindi come scrive).

In quel momento mi sentii analizzata, in tutto e per tutto, ed avevo paura. Paura che scoprissero il mio “segreto” e che mi dicessero che ero effettivamente non sviluppata a livello cerebrale; credevo fosse qualcosa di grave, che mi avrebbe resa diversa da tutti, per sempre.

Presto arrivarono a casa i risultati dei test, e con mia grande sorpresa scoprii di essere discalculica, o meglio, affetta da DSA (disturbi specifici dell’apprendimento).

Bene, il mistero era stato svelato, ma cosa significava ciò? Sarei guarita? Che malattia era?

Fu così che i miei genitori mi tranquillizzarono, spiegandomi che non era una malattia, non era grave, e non si doveva nemmeno curare. Questo acronimo indica dei disturbi, detti anche deficit, che non rendono sicuramente una persona più o meno intelligente, ma semplicemente diversa: infatti è possibile essere non solo discalculici, ma anche dislessici e disgarfici.

La discalculia ha a che fare con calcoli matematici e tutto ciò che concerne l’area logica, spaziale e temporale del cervello.

La dislessia invece si identifica come difficoltà nella semplice lettura, elaborazione e comprensione di testi, oltre che con problemi in grammatica, e letteratura.

Infine la disgrafia consiste nella difficoltà in ciò che è la scrittura: spesso le lettere vengono confuse, non comprese, o invertite.

Per anni tali difficoltà non sono mai state riconosciute, erano solo spiegate come ‘ritardi mentali’. Solo a partire dal 2010 (attraverso una legge che tutela tali disturbi, garantendo anche aiuti all’interno di enti scolastici), tutto ciò ha smesso di essere considerato ‘patologico’.

Cosa ho imparato da questa situazione? Ho imparato ad accettarmi, a non paragonarmi sempre agli altri, e che alle volte non si può essere come vorremmo. Vorrei amare la matematica, ma invece la odio, vorrei non essere rimandata tutti gli anni, eppure lo sono. Io sono io, non sono discalculica. Sono tante piccole cose, tra cui anche DSA, ma non sono solo quello. Tanta è stata la sofferenza, e tutt’ora ci sono momenti in cui mi sento la bambina fallita e sola delle elementari. Ma ho smesso di sentirmi sbagliata. Ora mi sento riconosciuta, aiutata, capita ed ascoltata.

Tante sono ancora le persone che non credono che questo problema esista, insegnanti compresi, i quali non aiutano come dovrebbero i propri alunni. Ognuno è diverso e anche ogni DSA lo è, nessun discalculico è uguale ad un altro, e nessun dislessico è l’esatta copia di un’altra persona con tale deficit. Siamo magari più lenti, ma non siamo meno capaci. Da questa condizione ho compreso quanto sia indispensabile ascoltarsi e comprendere che noi siamo solo l’ostacolo che poniamo davanti al nostro cammino, ed io ho scelto che la discalculia non deve essere il mio ostacolo, mai più.

 

 

Alessandra Berti

 

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