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Il linguaggio è sicuramente uno strumento fondamentale per costruire la realtà ma, purtroppo, talvolta può anche essere utilizzato per alimentare e dare corpo a pregiudizi, intolleranze e stereotipi. Lo sa bene Martina Rosola, giovane laureata in filosofia del linguaggio attualmente in procinto di concludere un dottorato il cui centro di interesse è proprio lo studio e l’approfondimento della lingua.

 

Da dove nasce e quali sono state le esperienze di vita che ti hanno convinta a studiare e ad approfondire le tematiche legate al linguaggio?

A mio parere, molto è partito dagli stimoli che ho ricevuto all’interno del mio ambiente familiare. I miei genitori sono due tipi abbastanza particolari, molto impegnati politicamente e socialmente, e hanno sempre cercato di trasmettermi l’idea che donne e uomini hanno gli stessi diritti e doveri. In casa si respirava un clima di grande rispetto, dialogo e collaborazione e nella libreria di casa erano sempre a nostra disposizione alcuni capisaldi della letteratura femminista, come ad esempio il mitico “Noi e il nostro corpo”. Con il passare degli anni, l’interesse e l’amore per tutto ciò che riguarda il linguaggio sono cresciuti parecchio e si sono ulteriormente fortificati quando ho iniziato a uscire dal mio paesino in provincia di Milano per frequentare le superiori nel capoluogo lombardo. Questa per me è stata un’esperienza davvero ricchissima, grazie alla quale ho avuto l’opportunità di rafforzare il mio impegno sociale e politico.

Nel contempo, queste mie esperienze di attivismo mi hanno avvicinato in modo ancora più diretto alle tematiche di genere. A creare il mio interesse è stato in particolar modo un episodio accaduto alle scuole superiori.

Ero in terza e mi trovavo in una classe formata da ventotto studenti*, di cui solo cinque erano maschi. Quel giorno tre dei nostri compagni erano assenti e uno dei miei professori si rivolse a noi tutti chiamandoci “ragazze”. Uno dei due ragazzi presenti si alzò indignato. “Ehi, ci siamo anche noi!” protestò a gran voce.

Ecco in quel preciso momento realizzai che per tre anni i e le prof si erano rivolti/e a noi usando il maschile, anche se eravamo in grande maggioranza ragazze.

Nessuna di noi aveva mai protestato, perché era normale che fosse così. Al mio compagno invece era bastato che si usasse il femminile una sola volta per sentirsi non visto, ignorato. Questo mi ha fatto riflettere su quanto l’uso del maschile per riferirsi anche alle donne ci renda invisibili senza che neppure ce ne accorgiamo.

Il linguaggio è uno strumento che utilizziamo per costruire le nostre relazioni sociali ed è quindi molto importante utilizzarlo nella maniera più consona e corretta.

Me ne sono resa conto attraverso gli anni di attivismo che hanno occupato tanta parte della mia vita di studente delle superiori, e me ne rendo ancora più conto adesso che partecipo attivamente al contrasto dell’hate speech (il discorso d’odio) all’interno della task force di Amnesty International.

In ultimo, posso dirti che il percorso di studi universitari che ho affrontato subito dopo il diploma mi ha molto aiutato ad approfondire e a comprendere le tematiche legate agli studi di genere e al linguaggio.

[*scrivo “studenti” e non anche “studentesse” poiché, sebbene “studentessa” sia entrato nell’uso, “studente” è un termine epicene e cioè è identico sia al maschile che al femminile. Infatti è un participio presente, come “insegnante”, “docente”, “cliente” – non diremmo mai “insegnantessa” o “clientessa”]

 

Aspetta, lasciami indovinare…! Se l’istinto non mi inganna sono quasi sicuro che all’università avrai frequentato linguistica!

Magari! Mi sarebbe piaciuto davvero tantissimo, ma purtroppo non c’era la triennale e così mi sono iscritta a filosofia. A posteriori, posso tranquillamente affermare di non essermi affatto pentita di questa scelta, anzi! Al primo anno di corso scoprii infatti l’esistenza della filosofia del linguaggio, che sto studiando tuttora. Me ne innamorai sia perché sono sempre stata interessata al linguaggio sia perché i e le docenti di filosofia del linguaggio della Statale a Milano sono persone davvero speciali, che ti fanno appassionare profondamente ai loro studi e che rendono un vero piacere partecipare alle loro lezioni. Proprio per questo, nonostante in precedenza avessi pensato di frequentare linguistica alla magistrale, ho preferito continuare il percorso di filosofia e di approfondire le tematiche che mi avevano tanto appassionato in triennale.

In particolar modo, posso dirti che quello che più di tutto mi ha sempre affascinato del linguaggio sono quei significati che in qualche modo si insinuano tra le parole e sono difficili da cogliere, da identificare. Mi interessano tantissimo tutti gli aspetti legati all’implicito, area in cui si nascondono, io credo, molte delle idee più problematiche, proprio perché sfuggono allo scrutinio razionale e consapevole. Per questa ragione la mia prima tesi fu sulle presupposizioni, cioè su ciò che diamo per scontato, a volte senza neppure rendercene conto.

La mia tesi magistrale era invece incentrata sulla forma linguistica degli stereotipi, i generici. Il mio obiettivo era mettere insieme il mio interesse per le questioni sociali e la mia passione per il linguaggio. Oltre a questo, studiare l’interrelazione tra linguaggio e società è per me un modo di andare a scovare le idee fondanti del mondo in cui viviamo, scoprendo i “luoghi” dove esse si sedimentano e si riproducono. Al contempo, mi interessa anche molto comprendere il “funzionamento” del linguaggio inteso come lo strumento che usiamo tutti i giorni all’interno della società stessa, per comunicare con gli e le altre.

Come accennavo poco fa, come tutti gli strumenti anche il linguaggio non è neutro, ma ha una forte influenza su ciò per cui lo usiamo. Studiarlo ci permette da un lato di trovare traccia di quelle ideologie che spesso restano nell’ombra, implicite, in un’area che spesso non esploriamo. Dall’altro ci consente di vedere in che modo lo strumento che usiamo tutti i giorni per costruire e consolidare i legami sociali influenza tali legami: quali sono i messaggi che nasconde e che si porta dietro?

 

Ti rigiro la domanda: quali sono questi messaggi e quali le loro implicazioni a livello pratico e sociale?

Per risponderti partirò dall’argomento principe dei miei studi: i generici, ossia quelle frasi che esprimono generalizzazioni.

Quando diciamo cose del tipo “gli uomini sono forti”, “le donne sono emotive”, ma anche “le tigri hanno le strisce” e “gli uccelli fanno le uova” stiamo utilizzando dei generici. E, volenti o nolenti, stiamo contribuendo ad alimentare e a perpetrare degli stereotipi che avranno delle ripercussioni sulla nostra vita quotidiana.

Durante il mio percorso di studi, mi sono più volte chiesta e tuttora mi chiedo il motivo di questa scelta, del perché esprimiamo gli stereotipi proprio in questa forma particolare. C’è qualcosa di speciale nei generici che li rende particolarmente adatti ad esprimere generalizzazioni?

A queste mie curiosità ha in buona parte contribuito a rispondere il dottorato in filosofia che ho intrapreso dopo la laurea magistrale.

In questi due anni e mezzo di dottorato ho avuto modo di approfondire molto il tema del linguaggio e del pensiero femminista e le mie conoscenze si sono ulteriormente ampliate durante l’anno di visiting trascorso a Sheffield, nel Regno Unito, dove ho potuto approfondire le tematiche strettamente legate alla filosofia femminista. Questo periodo di visiting mi è stato inoltre molto utile per comprendere meglio i temi legati all’intersezionalità.

 

Un argomento molto interessante che ti chiedere il favore di spiegarci…!

L’intersezionalità si occupa di approfondire e comprendere le modalità con cui diverse categorie sociali interagiscano tra di loro. Secondo gli studi intersezionali, non è possibile occuparsi di un gruppo sociale in forma per così dire “astratta”; al contrario è invece necessario e importantissimo tenere conto anche di altre dimensioni, come il colore della pelle e la classe economica, perché influiscono sulla vita delle persone e interagiscono anche con il genere di appartenenza.

A essere onesta, devo ammettere che ci sarebbe tantissimo da dire sull’intersezionalità, quello che ti offro è solo un brevissimo accenno utile a dare un’infarinatura generale sul tema.

Gli argomenti da trattare sarebbero davvero tantissimi: si potrebbe discutere ad esempio di temi legati all’accessibilità, cioè di tutti quei sistemi che rendono possibile la fruizione di un testo, una conferenza o una lezione anche a chi ha un DSA o una disabilità oppure di argomenti più strettamente legati al non binarismo di genere, che come tu stesso sai bene comprende tutto quel range di identità di genere che non appartengono e non si riconoscono nel sistema binario uomo/donna.

 

Non credo ci sia bisogno di dirti che quest’ultima in particolare è una tematica che mi coinvolge e che mi interessa moltissimo…!

Non stento a crederci, anzi ti dirò sinceramente che il mio anno di visiting a Sheffield è stato davvero fondamentale per aiutarmi a comprendere cose a cui prima non facevo nemmeno caso.

Essere circondata da persone molto più esperte e attente di me su sessismo, razzismo e discriminazioni di ogni tipo mi ha fatto maturare tanto. Stare in mezzo a loro mi ha permesso di assorbire moltissimo, sia a livello di idee, sia a livello di pratiche.

Solo per farti un esempio, il primo giorno di lezione in ci siamo presentat* con nome e pronomi. Ciascun* di noi, in sostanza, ha detto quali pronomi voleva che le altre persone usassero per riferirsi a lui o lei.

Questo mi ha fatto riflettere molto sul mio modo di percepire la realtà: prima di allora ero infatti mi veniva automatico dare per scontato che le persone che mi circondavano fossero “binarie”, ovvero che si identificassero solo come uomo o come donna e che fossero anche e solo cisgender (che si identificassero cioè col genere che è stato loro assegnato alla nascita).

Riflettendoci attentamente, mi sono resa conto che questo modo di ragionare è incorretto e problematico.

Come se non bastasse, questo semplice giro di presentazioni mi ha fatto rendere conto che uso in automatico i pronomi sulla base dell’apparenza di chi ho davanti, ma non è affatto detto che una persona con aspetto femminile sia una donna o una con aspetto maschile sia un uomo. Senza contare poi che ci sono persone che non hanno un aspetto chiaramente maschile o chiaramente femminile. Chiedere quali sono i pronomi preferiti di una persona mi è sembrato un’ottima e rispettosa soluzione per avvicinarsi e comprendere l’identità di ciascun*.

Allo stesso tempo, devo ammettere che prima di approdare a Sheffield non sapevo quasi nulla sul tema del non binarismo di genere e non avevo mai incontrato qualcun@ che si identificasse apertamente come non binary.

Lì invece c’erano un paio di persone che non si identificavano come uomo né come donna e che usavano il pronome “they”.

Questa pratica è abbastanza diffusa da qualche anno nella comunità non binaria anglofona ma io non la conoscevo minimamente e devo ammettere che all’inizio mi riusciva anche molto difficile utilizzare il “they” per riferirmi a un singolo individuo.

A questo proposito è stato molto utile che i e le mie colleghe mi correggessero con premurosa pazienza quando sbagliavo: il loro supporto è stato davvero importante!

Oltre a questo, ci terrei a dire che durante l’anno di visiting sono venuta a scoprire tantissimi lavori di filosofia femminista che non conoscevo, con riflessioni molto avanzate su un sacco di temi che mi stanno a cuore fin da quando facevo attivismo alle superiori e su cui mi interrogo da anni, come il linguaggio, l’aborto e le molestie sessuali.

 

Nel corso di una nostra precedente chiacchierata, mi hai accennato di aver avuto modo di presentare un modulo inerente a linguaggio e genere all’interno di un corso universitario. Come hai vissuto questa esperienza e quali sono i ricordi e le sensazioni che essa ti ha lasciato?

Insegnare il modulo su linguaggio e genere mi ha confermato una volta di più che insegnando s’impara. Nel preparare le lezioni ho scoperto tantissime cose, forse quasi più che nella mia ricerca di dottorato. Sono venuta a contatto con testi e idee che non conoscevo e per poter insegnare ho dovuto prima di tutto capire io per prima e nel dettaglio i diversi argomenti e i passaggi di ogni ragionamento.

E poi c’è da dire che è sempre interessantissimo ascoltare le domande degli e delle studenti, scoprire quali sono i loro dubbi e ascoltare le loro istanze.

Purtroppo a causa del COVID il corso si è tenuto online e questo ha reso un po’ più difficili le interazioni. In tutta franchezza, se dovessi scegliere adesso il mio argomento di ricerca, sarebbe proprio ciò che ho insegnato questa primavera.

 

L’ultimo quesito che ti pongo si ricollega nello specifico alla tua esperienza nella task force di Amnesty International. Il contrasto e la lotta contro il discorso d’odio sono qualcosa di veramente importante, soprattutto in questi tempi così difficili e spesso segnati da un elevato livello di violenza verbale. Anche noi del Grande Colibrì cerchiamo di fare la nostra parte per combattere ogni forma di intolleranza e discriminazione, ragion per cui mi piacerebbe davvero molto ricevere da te qualche informazione sull’attivismo che svolgi insieme ad Amnesty.

Siamo abituat* a pensare che il linguaggio sia in qualche modo scollegato dalla realtà, che ci sia un gap tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Certo, il collegamento non è automatico e non facciamo sempre tutto ciò che diciamo. D’altra parte, però, c’è un legame strettissimo tra parola e azione.

Ci sono stati diversi casi in cui discorsi d’odio, online e offline, hanno avuto conseguenze molto concrete. Per citarne uno: si è passati in fretta dagli insulti sul web contro Aisha – prima Silvia – Romano ai cocci di bottiglia sotto la sua finestra.

Ecco, proprio perché i discorsi d’odio possono portare anche ad atti di violenza io credo sia importante occuparsene. Per questo sono entrata nella task force di Amnesty.

L’obiettivo di questo gruppo è contrastare il linguaggio d’odio online, a partire proprio dalla consapevolezza di quanto ciò che avviene in rete è sempre più reale e di quanto può avere una diffusione che i classici “discorsi da bar”, per quanto tossici, non potevano avere.

La nostra azione di contrasto si realizza in un’operazione di contronarrazione: proviamo a fornire dati e informazioni alternative a quelle su cui si appoggiano gli e le haters (odiatori/trici), ponendo grande attenzione a non usare modalità aggressive.

Uno degli obiettivi principali, infatti, è abbassare i toni della discussione, azione fondamentale per poter avere un dibattito costruttivo.

Provare a rispondere a narrazioni tossiche online è qualcosa che facevo già prima di entrare in Amnesty, ma potermi confrontare e avere il supporto di un gruppo di persone formato per fare questa attività fa tutta la differenza del mondo. È un lavoro difficile, emotivamente faticoso, e sapere di non essere sola mi dà la forza necessaria. E soprattutto, per fare contronarrazione è necessario conoscere quelle informazioni alternative da dare nelle risposte e una persona singola non può certo sapere tutto.

Per questo è utilissimo poter contare sulle conoscenze e competenze di un intero gruppo di persone.

 

 

Nicole Zaramella

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