“Ciao, sono Yuri, vivo a Milano e sono senior campaign manager di All Out. Stiamo raccogliendo storie di solidarietà e di come le vite delle persone LGBT+ in Italia sono cambiate a causa del Corona Virus”. Iniziava così il video che invitava le persone LGBT+ a raccontare le loro vite durante l’isolamento imposto per l’emergenza COVID-19. Storie che oggi sono raccolte nel progetto “Voci dal Silenzio : storie arcobaleno ai tempi del corona virus” di cui abbiamo parlato con Yuri Guaiana, ideatore dell’iniziativa.
Come nasce il progetto Voci dal Silenzio e in cosa consiste ?
Questa iniziativa nasce a partire da un’esigenza personale. Io vivo a Milano e sto passando questo periodo di isolamento a casa da solo. La cosa che mi ha colpito di più, le poche volte che sono uscito per fare la spesa in queste settimane, è il silenzio. Mi è capitato di ritrovarmi a sussurrare alla cassiera, in questo silenzio mi sembrava come di disturbare, quasi come se l’interazione umana fosse un disturbo. Io vivo in una zona generalmente molto rumorosa e invece in questo periodo è tutto ovattato, innaturale, il titolo mi è venuto in mente per questo. Avevo e ho il bisogno, come tutti immagino, di riallacciare i contatti con quell’umanità che non mostra più la sua bellezza multiforme nelle strade e quindi ho chiesto alle persone LGBT+ come me di raccontare a tutti le loro storie.
L’idea del progetto era di dare la possibilità di condividere le proprie storie, con un testo scritto, un audio o un video, per far emergere le voci, oltre alle storie, e rompere quel silenzio.
Come è andato il progetto fin ora?
Sta andando bene, abbiamo ricevuto molte storie, molto diverse. Sono storie differenti per età, per genere, geograficamente e quindi, secondo me, rappresentano uno spaccato interessante. La maggior parte delle persone ha deciso di condividere le proprie storie con un messaggio scritto, ma abbiamo ricevuto anche video e messaggi audio.
Non so come sia stato per chi si è raccontato, per me lavorare a questo progetto è stato fonte di sollievo. Mi sono avvicinato a persone che non conosco con le loro storie, ad un’umanità che mi ha scaldato, che mi ha tenuto compagnia e spero che questo possa essere l’effetto per coloro che stanno visitando la pagina del progetto.
E adesso che succede?
L’idea è di rendere il progetto vivo e aperto. Non aggiungeremo nuove storie alla pagina che è completata, ma c’è la possibilità di continuare a condividerle sui social utilizzando l’hashtag #StorieArcobaleno, in modo che rimanga traccia di questa condivisione.
Vedo che sta girando, mi arrivano feedback positivi sul progetto che incuriosisce, interessa e tiene compagnia. Mi verrebbe da dire che sia quasi terapeutico, può servire a dare sfogo in qualche modo, penso soprattutto alle persone che sono costrette a stare magari in una famiglia omofoba e non hanno un momento per staccare.
Da queste storie che idea arriva della situazione, le persone che si sono raccontate come se la stanno cavando in questa quarantena, soprattutto quelle che si sono ritrovate isolate in contesti ostili?
Premesso che non c’è alcuna pretesa di descrivere in maniera esaustiva la situazione delle persone LGBT+ in Italia, ma solo di condividere alcune storie, emergono sicuramente situazioni personali complesse.
Ci sono persone che ci hanno raccontato di essere in famiglie conservatrici e molto religiose e che quindi non possono esprimere se stessi, come A. di Varese: “la mia vita, da quando è iniziata la quarantena, è cambiata parecchio: non mi permette più di uscire e di vivere liberamente la vita LGBT e, quindi, la mia identità. Sono costretto a stare 24/7 in un ambiente religioso e conservatore, che mi non mi consente di essere ciò che sono a casa mia e mi costringe a fingere di essere ciò che non sono”.
Manuela di Modena, invece, ci racconta che prima usciva un po’ di casa e così, ogni tanto, poteva evitare il padre “che non è la persona più liberale di questa terra che io conosca”.
C’è chi racconta di depressioni e di come lo stare a casa impedisce di poter frequentare i locali LGBT+ che erano i soli luoghi dove potevano trovare un momento di sollievo da tutti i pensieri, da tutte le difficoltà che in casa non si riescono ad affrontare con serenità, chi non può più travestirsi o chi ha fatto coming out poco prima del lockdown e si è trovato chiuso in casa con una famiglia che non ha reagito benissimo.
Emerge poi la mancanza del partner che vive lontano: c’è chi ha paura di non riuscire a sopravvivere come coppia a questa distanza imposta e naturalmente manca il contatto umano. Stefano di Buccinasco chiude la sua storia dicendo “mi manca la sua pelle e il suo sguardo”. La storia di Stefano mi ha fatto pensare che è un mese e mezzo che non tocco un altro essere umano. È la prima volta che mi capita.
Ma ci sono anche tante storie di speranza e solidarietà.
Allora raccontaci qualche storia positiva che ti è rimasta impressa
Per esempio c’è questo messaggio, molto bello, di Laura da Verona, che vive con la sua compagna e dice che non conosceva praticamente nessuno nel palazzo ma sapeva di avere delle vicine di casa in difficoltà. Le ha chiamate per far loro la spesa e sono state felicissime di questo gesto. Oppure c’è la creatività di Manlio da Napoli, che ci racconta di sua mamma che gli da più mascherine dell’ASL e dice: “io queste mascherine di mia mamma le coloro tutte con dovizia”.
Nella retorica che accompagna spesso il discorso pubblico si è sentito più d’uno ragionare su come questa pandemia ci cambierà e su cosa eventualmente potrebbe insegnare. Non ti chiedo di fare lo stesso esercizio di retorica, ma se c’è qualche riflessione che a partire da queste storie possiamo fare.
Non ci penso neanche a romanticizzare la quarantena o filosofeggiare su quest’esperienza che stiamo vivendo, credo che rimarremo quelli di prima.
Oltre alle specificità delle persone LGBT+, quello che traspare da queste storie è la comune umanità di cui siamo tutte e tutti parte.Non cercherei un insegnamento in queste storie, piuttosto quelle esperienze con cui ci si può riconoscere. A me risuona l’auspicio di A. da Varese : “mi auguro che finisca presto e che possiamo tornare alla vita di tutti i giorni e godere delle nostre libertà”. Magari quest’esperienza fa percepire più chiaramente l’importanza delle libertà individuali, che non possiamo darle per scontate e bisogna sempre cercare di difenderle, perché non ci vuole veramente niente a perderle. Questo desiderio di libertà va poi al di là dell’esperienza personale perché nel mondo, e anche in Europa, ci sono tanti regimi che usano l’emergenza sanitaria per consolidare il proprio potere e conculcare le libertà civili.

Di quello che succede nel mondo vi occupate spesso in All Out. Oggi abbiamo parlato di un progetto diverso dal solito, ma per chiudere ci racconti un po’ di più cosa è All Out e di cosa vi occupate solitamente?
All Out è un movimento globale per l’amore e l’uguaglianza. Mobilitiamo migliaia di persone per costruire un mondo dove nessuno dovrà sacrificare la propria famiglia, libertà, sicurezza o dignità a causa della sua identità o di quella della persona che ama.
Naturalmente l’intersezione tra l’emergenza sanitaria e i diritti umani delle persone LGBT+ sta emergendo come prioritaria. Penso alla campagna di raccolta fondi per dare sostegno a i rifugiati LGBT+ nel campo di Kakuma (Kenya), il più grande al mondo, che è già stato teatro di gravissimi episodi di omofobia. Oppure alla campagna per i diritti delle persone trans in Ungheria, dove il governo vorrebbe sostituire la dicitura “sesso” con “sesso assegnato alla nascita”, sia all’anagrafe sia nei documenti d’identità.
Valerio Barbini


