Spose della morte

Spose della morte

Sono migliaia le bambine che, ogni anno, si tolgono la vita. Costrette, contro la loro volontà, a sposare uomini anziani. Portano avanti, in silenzio, gravidanze che spesso pagano con la vita. Abbiamo cercare di fare luce sul dramma delle spose bambine grazie a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

Quando è arrivata in ospedale, Aisha, sanguinava copiosamente. I suoi vestiti erano così inzuppati di sangue che i medici stentarono a credere che fosse potuta arrivare fin lì. Sembrava un morto che cammina. Aveva visto suo marito, un anziano uomo di 70 anni, solo una volta e all’indomani le dissero che avrebbe dovuto sposarlo. Venne a prenderla nel villaggio dove viveva con la sua famiglia, nello Yemen. Il tempo di recuperare i pochi oggetti personali e poi via, verso l’incubo che i suoi genitori aveva scelto per lei.

La prima notte di nozze fu un trauma. Il giorno peggiore della sua vita e tanti altri ne sarebbero seguiti. Quando l’uomo la condusse in camera da letto, per consumare quella mostruosa unione, le usò una violenza inimmaginabile. Il suo corpicino di bambina, così come la sua mente, non erano ancora pronti. Al marito poco importò, andò avanti per ore fino a quando l’emorragia interna non diventò inarrestabile. I dottori riuscirono, per miracolo, a salvarle la vita.

Prima di dimetterla, però, implorarono i famigliari di non riportala a casa dell’uomo perché, dissero, la prossima emorragia potrebbe essergli fatale. Neanche a dirlo, dimessa dall’ospedale Aisha fu riaccompagnata da suo marito. Faticava a capire, non si dava pace. Come era possibile che le persone a lei più care continuassero ad ignorare il suo dolore, la sua sofferenza? Gli abusi e le violenze continuarono, senza sosta, per mesi e mesi. Non ne poteva più Aisha, aveva raggiunto l’apice della sopportazione.

Una mattina, approfittando di uno dei rari momenti di libertà, uscì di casa ed imboccò la stradina che conduce all’emporio del villaggio. Era decisa a farla finita, una volta per tutte. Chiese il veleno più potente in commercio. Meglio morire che continuare a vivere così, deve aver pensato. La salvarono, per l’ennesima volta, i medici di quell’ospedale. Gli stessi di prima, che questa volta minacciarono di chiamare la polizia se l’episodio si fosse ripetuto.

Il calvario di questa povera bambina, però, era tutt’altro che finito. Lei, figlia della povertà più estrema, di una cultura ancestrale che fa di queste piccole “donne” nient’altro che una dote. Aisha, dopo tutto, riuscì ad ottenere il divorzio e la libertà, credeva ingenuamente. L’illusione durò poco, infatti. Qualche anno dopo, all’età di 16 anni, il fratello sommerso dai debiti decise di darla in sposa ad un altro anziano uomo. Da quel giorno di Aisha si sono perse le tracce.

Kader, invece, aveva solo 14 anni quando perse la vita. Ad ucciderla, anche in questo caso, fu un infame destino che non puoi scegliere e a fatica cambiare. Lo stesso che, secondo Amnesty International, accomuna milioni di bambine. Date in sposa ad uomini “vecchi” e violenti come il pregiudizio che le divora. Gli mangia l’anima e le speranze, infrangendo inesorabilmente i loro sogni. Le lascia sole, alla mercé di una cultura maschilista fatta di soprusi e cieca indifferenza.

Kader viveva in una sperduta area rurale della Turchia, in Anatolia, a due passi dall’Europa. Lontano, ma non troppo evidentemente, da tagliatori di teste ed integralisti fanatici. È morta lo stesso, però. Sola come un cane, nello stesso letto che l’aveva imprigionata per anni. È morta sparandosi un colpo in testa, almeno così dicono. È morta, perché se hai 14 anni, due gravidanze alle spalle ed un marito che non hai potuto scegliere, continuare a vivere, forse, è più difficile. Di depressione, di parto o di percosse muoiono così queste piccole “spose della morte”. Lontano da tutti e da tutto.

A morire, come in questo caso, sono anche quei figli portati in grembo con tanta fatica e poi partoriti in casa, senza nessuna supervisione medica. È successo anche a Kader di perdere un figlio, il secondogenito. Morto nell’istante in cui stava per vedere la luce del mondo per la prima volta. Quel mondo che, senza alcuna pietà, ti si scaglia contro e non ti lascia via di fuga. Chissà se a qualcuno è venuto in mente di chiederle cosa sognava di fare da grande. Se voleva studiare, giocare o fare chissà cosa. L’hanno presa con la forza, messa nelle mani di un uomo mai visto prima ,“solo” per saldare un debito.

In questo pezzo di mondo, purtroppo, se nasci donna non hai molte alternative. Puoi badare alla casa, accudire tuo marito o, nella migliore delle ipotesi, pensare al bestiame. Il resto, è “roba da uomini”. Gli stessi che sentono di poter di decidere della sorte delle “loro” donne, siano esse adulte o bambine. Disobbedire, a questo (in)naturale ordine delle cose, può costare molto caro. Un prezzo altissimo, che si paga in vita e porta alla morte.

Finisci quasi sempre così. O comunque molto spesso. È finita così anche la breve esistenza di Rubina. Morta suicida nel bagno della casa dei suoi genitori, in Bangladesh. Appesa per il collo. Strangolata con la sua sciarpa. Non doveva finire così, non dovrebbe mai finire così. Non si può, non si deve essere costretti al suicidio a soli 12 anni.

Rubina, però, di ragioni ne aveva molte. A cominciare dalla sciagurata scelta di darla in sposa ad un ricco uomo d’affari, poco più di un mese prima. È morta in silenzio, Rubina. Un silenzio assordante che dovrebbe smuovere le coscienze e che, invece, non lo fa. O almeno, non abbastanza. Lo farebbe ancora meno, però, se non ci fossero organizzazioni come Amnesty International o Terre Des Hommes a fare da cassa di risonanza.

Rubina, ha pagato pegno per essersi fidata della sua famiglia. Volevano salvarla i suoi genitori, hanno finito per darla in pasto al mostro che, poco dopo, l’avrebbe portata al suicidio. Era bella Rubina. Cresceva in fretta, molto più in fretta delle sue coetanee. A guardarla, dicevano nel villaggio, sembra già una donna. Si sa, in un mondo “normale” le donne possono scegliere di sposarsi o di avere figli, liberamente. Le donne, appunto. Rubina, però, era ancora una bambina.

Con il passare del tempo, i suoi cominciarono a notare qualcosa di strano. Rubina parlava poco. Ogni giorno che passava sembrava sempre più triste. Si accorsero, così, che molti uomini del villaggio avevano iniziato a molestarla. Pensarono, male, di darla in sposa. Speravano, egoisticamente, di salvare l’onore della famiglia prima che fosse troppo tardi.

Iniziano e finiscono così le storie di queste ragazze. Nella più totale solitudine. Storie di spose bambine cresciute in fretta. Troppo in fretta, purtroppo. Vittime di un sistema di valori che fa di loro niente di più che merce di scambio. Aisha, Kader e Rubina hanno pagato con la vita le ristrettezze economiche delle rispettive famiglie. Hanno sentito addosso il peso della responsabilità. Non hanno avuto scelta, hanno ubbidito perché da che mondo è mondo si ubbidisce a propri genitori. Hanno cercato aiuto, sono state ignorate. Le loro storie e la loro tacita sofferenza, però, sono un monito per noi tutti. Per ricordarci che c’è ancora molto da fare perché, domani, queste vite interrotte bruscamente tornino ad essere bambine spensierate e libere di crescere.

 

Mattia Bagnato

fonte: TheBottomUp

 

The Bottom Up

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