Se il femminismo “pop” rallenta il movimento

femminismo pop

Credevo avrebbe messo in discussione le mie idee sul femminismo, o che comunque avrebbe ampliato le mie conoscenze. Così mi sono convinta a comprare l’ultimo lavoro di Jessa Crispin, un volume che si pone come obiettivo principale quello di fare chiarezza su cosa significhi realmente essere una donna ed essere femminista oggi. Sebbene già dal titolo prometteva di far discutere: Perché non sono femminista. Un manifesto femminista (edito da SUR, 2018).
La sua autrice, Jessa Crispin appunto, è blogger, attivista e autrice dei libri The Dead Ladies Project e The Creative Tarot; ha fondato le riviste letterarie online Bookslut e Spolia, oltre ad aver collaborato con testate quali New York Times, Guardian, Washington Post e Los Angeles Review of Books.

Tornando al suo ultimo libro, in copertina si legge la seguente frase:

Se il femminismo non è altro che un guadagno personale fatto passare per progresso politico, non fa per me.
Se dichiarandomi femminista devo rassicurare che non sono arrabbiata, che non rappresento una minaccia, di certo il femminismo non fa per me.
Io sono arrabbiata.
E rappresento una minaccia.

Appare quindi chiaro che non intende proclamarsi un libro “anti-femminista”, ovviamente, ma piuttosto un libro che guardi con occhi diversi a un’ideologia che con il tempo è mutata. Un femminismo, quello di oggi, che la Crispin reputa di “facciata”, riferendosi sempre a quello promosso dalle donne occidentali, in particolare nordamericane (visto che lei lo è di origine).
Negli ultimi anni, per esempio, assistiamo sempre più al fenomeno di attrici, cantanti e celebrità che aderiscono al femminismo e a campagne contro comportamenti sessisti, eppure verrebbe da chiedersi quale sia la reale natura di queste iniziative e se basti limitarsi a condannare abusi sessuali o a credere nel principio della parità dei sessi per potersi definire realmente “femminista”.

La visione della Crispin è per lo più diffidente, vede nella modernizzazione di questa ideologia la perdita di quella carica rivoluzionaria che l’ha sempre contraddistinta. Percepisce che la lotta per l’emancipazione femminile debba essere legata alla battaglia per il rovesciamento del sistema patriarcale. Il cosiddetto girl power, in sostanza, nasconderebbe comunque forme di ingiustizia e disuguaglianze dietro le campagne per la realizzazione di sé.
Il libro porta così avanti sempre la stessa tesi, rivolgendosi principalmente a un pubblico femminile e tentando di spiegare come quel tipo di femminismo al quale molte donne hanno aderito sia in realtà un femminismo “light” o “d’èlite”, che ha trasformato un movimento rivoluzionario in una moda, facendo perdere di vista le vere battaglie.

Trovo riduttiva però la scelta dell’autrice di presentare, o comunque di smontare il solo femminismo “mainstream”, che sarà sicuramente il più adatto al fine di sostenere la sua tesi radicale e farne apparire più chiaro il contenuto, ma è anche vero che esistono tante altre idee e rappresentazioni rispetto al femminismo così detto “pop” (mi verrebbe da dire per fortuna). Non aspettatevi quindi da questo manifesto femminista un libro che potrà chiarirvi le caratteristiche dei movimenti femministi in tutte le loro sfaccettature: potreste rimanerne delusi.

Credo che nell’era digitale in cui viviamo, dove prevale il superficiale, i concetti vengano trasmessi in modo diretto e immediato in modo da poter includere tutti, pagando però il prezzo di una diffusa universalizzazione e banalizzazione. Come nel caso del femminismo. Se proprio vogliamo scorgerne un lato positivo, potrebbe essere quello che forse in questo modo anche attraverso un femminismo “blando” sia possibile spingere più persone ad informarsi sull’argomento.
Ritengo però che sia importante sottolineare il pensiero dominante dell’attivista americana, che vuole per prima cosa far notare che per “universalizzare” si debba necessariamente attenuare, non spaventare o provocare; da qui, trasformare una filosofia rivoluzionaria in uno “stile di vita” è un passo breve. E chiaramente gli stili di vita non cambiano il mondo.

Dal libro si ricava una soluzione e una costruzione utopica della società, di cui ovviamente ne condivido i principi, ma ritengo che con il tempo sia cambiato l’approccio alla lotta in generale: da una parte vediamo sempre più in minoranza la componente radicale e rivoluzionaria, mentre dall’altra quella che si sta diffondendo sempre di più, superficiale e di facciata. Il punto è che le due non riescono a convergere ed unirsi verso l’obbiettivo comune di un’emancipazione universale per la libertà degli individui.

La Crispin si pone poi in difesa degli uomini, troppe volte accusati ingiustamente, evidenziando che il problema delle donne non siano e non debbano essere gli uomini o le altre donne ma il sistema di pensiero che sta dietro la nostra cultura. Lo stesso sistema che incoraggia la competizione, che si fonda sul denaro e sul potere, dove isolamento, disuguaglianze e individualità prevalgono. Sicuramente l’autrice, estremizzando la sua riflessione, corre il rischio di far passare il messaggio che le donne non impegnate al 100% nell’attivismo militante possano essere reputate meno femministe di altre, mentre credo invece che a contare di più debbano essere l’obiettivo e il pensiero comune.

Mentre scrivo mi passa per la mente il social magazine “Freeda” (se ci pensate lo troviamo ovunque sui social network) autoproclamatosi “femminista”. Ecco, credo che questo sia un esempio di come per fare pubblicità si sfrutti il femminismo, distorcendone anche canoni o messaggi, educando ad una cultura femminile superficiale spacciandola per qualcosa alla moda o controcorrente, insomma di tendenza; esattamente il tipico femminismo “pop” di cui parla l’autrice. Infatti Freeda, come sostiene l’editor del progetto Daria Bernadoni, rappresenta l’individualità della donna, la sua capacità e la forza di raggiungere i propri obbiettivi nella vita. Ma oltre a raccontare storie di donne che si sono realizzate singolarmente, non fornisce una soluzione all’attuale condizione, non si pone un obbiettivo da raggiungere per la parità tra i sessi.

Altri esempi che la Crispin riporta in alcune interviste si riferiscono ai movimenti come #metoo e Times’up, che invece di condannare un abuso dopo l’altro dovrebbero avere ben chiare le idee su come trovare una soluzione per cambiare le cose, affermando che “c’è bisogno di costruire un sistema capace di investigare e riconoscere gli abusi denunciati”. La soluzione a tutti questi problemi si propone di offrirla l’autrice e starebbe nell’eliminazione del sistema patriarcale e della struttura di pensiero intrinseca ad esso, comune a donne e uomini. Cosa che sarà forse possibile un giorno, come esito di una reale lotta rivoluzionaria che vedrà le donne (e gli uomini) protagonist@ attiv@ nel riformare il sistema e non semplicemente soggetti passivi come è nel contesto attuale.

 

Giada Luperini

fonte: TheBottomUp

 

The Bottom Up

1 commento

  • Trovo che gli stili di vita cambino il mondo, tutto sommato. Quando una parte di controcultura viene fagocitata e diventa mainstream opera questo cambiamento, anche se solo, appunto, in parte. L’obiettivo resta quello, diffondere la propria visione, senza temere l’utilizzo di una comunicazione più giovane e spigliata, pena la condanna all’invisibilità e di conseguenza all’insignificanza. Il radicalismo diventa invisibile se si avvita su se stesso in nome dell’ortodossia, giocando a chi è più puro e meno compromesso con il sistema, creando un fossato che lo separa dagli spazi, dai luoghi e dalle persone che vivono qui e ora. Abbandonare il terreno e lasciare che sia il mercato a comunicare la sua visione del femminismo – anche a costo di trasformarlo in un brand – potrebbe non essere lungimirante. E neanche considerare il mercato come nemico. Anche perché ci perdiamo le giovani generazioni, o pensiamo che il passaggio di testimone sia scontato? E loro sono lì, dobbiamo andarcele a cercare.

    Il pop non è il male, è la manifestazione superficiale di qualcosa di più profondo, che comunque è presente nella società. La schiuma, leggera e vaporosa, poco consistente, ma molto potente sul piano della comunicazione. E la leggerezza ci vuole! Su questo i gay – e non altrettanto le lesbiche, siamo un po’ pesantone – sono sempre stati avanti, trovo, alla lotta hanno abbinato feste, musica, colore, anche negli eventi autoprodotti, la consapevolezza passava anche attraverso attività apparentemente poco serie. La leggerezza, il camp, è nel loro dna culturale, insieme al resto.

    La rivoluzione del costume però è fondamentale. E il costume è anche fascinazione modaiola, le prime stiliste che hanno proposto i pantaloni anche per le donne hanno fatto tanto per la causa, pur lavorando per arricchimento personale. Anche oggi chi disegna e porta in sfilata abiti androgini e infrange i codici di genere lo fa per soldi. Ma ciò che compriamo e consumiamo determina fortemente la nostra rappresentazione del mondo e di noi stessi.
    Gli elementi di disturbo sono prima combattuti, poi vengono integrati dopo averli disarmati del loro potenziale eversivo. Eppure da quel momento una parte del messaggio originale entra in circolo, e cambia le cose. Mai abbastanza, e infatti già si affacciano nuove istanze di cambiamento, da avversare e poi da integrare. E’ un ciclo che non si ferma, ma bisogna voler partecipare.

    A volte sento fare le stesse riflessioni di fronte, ad esempio, ai cantanti di Sanremo con il nastro rainbow. Ma alla causa è utile anche quello: siamo in una civiltà fatta di immagini, simboli, identità da indossare, e credo che dovremmo fare i conti con questo.

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