L’estate senza sbarchi

L’estate senza sbarchi

A giugno, il Mediterraneo si preparava ad un’altra estate di migrazione. La temperatura si era alzata, bastava che calasse il vento e i barconi avrebbero rollato tra le onde. A bordo ci sarebbero stati uomini, donne e bambini che avevano il deserto dietro le spalle e davanti il sogno di una nuova vita. Alcuni fuggono da persecuzioni religiose, regimi totalitari, leggi che umiliano e non proteggono le donne, violenze tra clan, brutali faide famigliari. Altri scappano dalla fame, da un paese in cui non c’è lavoro per i giovani, oppure sono mandati avanti da famiglie numerose e disperate che sperano di mandare a scuola almeno uno dei figli grazie alle rimesse che vengono dall’Europa. Quasi tutti questi migranti avrebbero fatto domanda di protezione internazionale. Molti di loro, l’avrebbero ottenuta.

E invece, quest’estate il Mediterraneo è rimasto quasi vuoto. Rispetto a giugno, a luglio il numero dei migranti sbarcati in Italia è calato del 57%. In agosto, addirittura dell’81,6%. Quest’estate, i migranti non sono arrivati.

La gente in Italia è contenta. Il primo ministro Gentiloni afferma che “vince lo stato, perdono gli scafisti”. L’OIM ammette che le vittime in mare sono diminuite. I partiti politici fanno a gara a fregiarsi dell’ottimo risultato delle nuove politiche migratorie. Ma come ha fatto il Ministro dell’Interno Marco Minniti, l’uomo che è il primario responsabile della diminuzione degli arrivi, a fermare una migrazione che sembrava inarrestabile? E che fine hanno fatto i migranti?

La strategia è stata molteplice: il codice di comportamento per le ONG che diminuisce la loro capacità di azione nel soccorrere i barconi in difficoltà, la formazione e il sovvenzionamento della guardia costiera Libica, l’accordo con il primo ministro libico al-Serraj. L’ultimo tassello è arrivato il 28 agosto con l’accordo tra Minniti e sessanta capi tribù del Sahara (link), che hanno accettato di rinunciare al lucroso business del traffico dei migranti tra Niger e Libia in cambio di investimenti e progetti pagati dai soldi europei.

Insomma, Minniti ha agito sulla Libia. Non è che i migranti non partano più dall’Eritrea, dalla Somalia e dalla Nigeria. Non è che i migranti non attraversino più il deserto del Niger. I migranti arrivano in Libia, numerosi come sempre. Ma dalla Libia non partono più. La strategia del Ministro dell’Interno non lavora con i paesi d’origine per risolvere le cause profonde della migrazione: la fame, le persecuzioni politiche, le guerre. La gente continua ad avere problemi nel proprio paese e continua a scappare in cerca di salvezza. Ma, invece che l’azzardo del mare, che a volte uccide e a volte porta fino alla terra promessa, i migranti trovano la dura certezza delle carceri libiche.

Il problema della strategia italiana per bloccare i migranti non è la dubbia solidità di accordi negoziati al centro della polveriera libica, dove qualunque sgarro tra tribù rischia di riaccendere la miccia della guerra civile. Il problema è che l’intero piano si basa sul principio di fermare e incarcerare in Libia persone che hanno il diritto di chiedere la protezione internazionale in Italia. Nulla di diverso da quello che è stato fatto prima della guerra con Gheddafi: l’Italia sta di nuovo pagando i libici per impedire ai migranti di passare.

È grave che i migranti siano fermati e incarcerati senza discriminare tra chi di loro ha diritto ad un documento in terra italiana e chi no. È stato grave quando è successo lungo la rotta balcanica, dopo gli accordi con la Turchia (link). Ma che la Libia sia diventata il custode dei migranti non è solo grave, è inaccettabile. L’orrore che i migranti vivono nelle carceri libiche è stato tanto raccontato: lo conosciamo. Sappiamo degli uomini schiavizzati e torturati, delle donne violentate dal branco dei carcerieri. L’Avvenire ha pubblicato l’ennesimo articolo che fa rivoltare lo stomaco sul “buco nero” delle prigioni di Zuara. L’associazione Medici Senza Frontiere ha rilasciato un reportage su quello che i medici hanno visto lavorando dentro i centri di detenzione di Tripoli. La presidentessa dell’associazione Joanne Liu, in un breve appello, ha descritto le atrocità che si consumano là dentro come “l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo”.

Insomma, tutti abbiamo sentito parte di che succede dentro le fosse di violenza e desolazione dove i migranti sono trattenuti in Libia. E in qualche modo, tutti sappiamo che i migranti è lì che si fermano, grazie alle politiche del nostro governo. Eppure, in tanti continuano a pregiare quelle politiche, politiche di “lotta ai trafficanti”, politiche di “prevenzione dei naufragi”. Quella dell’Italia non è una politica di lotta ai trafficanti, né di prevenzione dei naufragi. È una brutale politica di protezione del territorio, che non si cura affatto di che fine possano fare i migranti che non arrivano nel nostro paese. Alla Libia è demandata ogni libertà d’azione su come trattarli, perché non sono più un nostro problema. Il confine della nostra umanità si è contratto a tal punto che non ci importa più se a causa delle nostre politiche uomini e donne vengono seviziati e uccisi.

E allora dovremmo almeno avere l’onestà intellettuale di ammettere quello che sta succedendo. Se prima dello sviluppo del piano di Minniti eravamo solo complici del massacro, ora ne siamo i veri e propri responsabili. Ribattere che, almeno, i naufragi sono diminuiti, sarebbe come rallegrarsi della diminuzione delle morti in culla in un paese in cui non ci siano più nascite.

Non ci sono più morti in mare perché non ci sono più vivi che si sono salvati.

 

Angela Tognolini

fonte: TheBottomUp

 

The Bottom Up

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